Marc Bloch.
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La societ feudale.
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Parte 2.
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Titolo originale: La socit fodale.
Traduzione di: Bianca Maria Cremonesi.
1949. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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CAPO 4:. La rinascita intellettuale nella seconda et feudale.
1. Alcune caratteristiche della nuova cultura
2. La conquista della coscienza di s.
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CAPO 5: I fondamenti del diritto.
1. L'imperio della consuetudine.
2. I caratteri del diritto consuetudinario.
3. La rinascita del diritto scritto.
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Sezione seconda: I legami tra uomo e uomo.
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Libro primo: I vincoli del sangue.
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CAPO 1: La solidariet del lignaggio
1. Gli amici "carnali".
2. La vendetta.
3. La solidariet economica.
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CAPO 2: Carattere e vicissitudini del vincolo di parentela.
1. Le realt della vita familiare.
2. La struttura del lignaggio.
3. Vincoli del sangue e feudalesimo.
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Libro secondo: Il vassallaggio e il feudo
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CAPO 1: L'omaggio vassallatico.
1. L'uomo di un altro uomo.
2. L'omaggio nell'et feudale.
3. La genesi delle relazioni di dipendenza personale.
4. I guerrieri "domestici".
5. Il vassallaggio carolingio.
6. L'elaborazione del vassallaggio classico.
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CAPO 2: Il feudo.
1. "Beneficio" e feudo: la "tenure" salario.
2. L'"accasamento" dei vassalli.
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CAPO 3: Giro d'orizzonte europeo.
1. Differenze francesi: Sud-Ovest e Normandia.
2. L'Italia.
3. La Germania.
4. Fuori dell'Impero carolingio: l'Inghilterra anglosassone e la Spagna dei regni asturiano-leonesi.
5. Il feudalesimo d'importazione.
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CAPO 4: Come il feudo divent patrimonio del vassallo.
1. Il problema dell'ereditariet: "onori" e semplici feudi.
2. L'evoluazione: la Francia.
3. L'evoluzione: l'Impero.
4. Le trasformazioni del feudo viste attraverso il suo diritto successorio.
5. La fedelt messa in commercio.
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CAPO 5: L'"uomo" di pi signori.
1. La pluralit degli omaggi.
2. Grandezza "decadenza dell'omaggio "ligio".
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FINE Indice.
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Capitolo quarto.
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La rinascita intellettuale nella seconda et feudale.
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1. Alcune caratteristiche della nuova cultura.
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L'apparizione dei grandi poemi epici, nella Francia del secolo XI, pu essere considerata come uno dei sintomi preannunziatori del grandioso sviluppo culturale del periodo successivo. "Rinascita del secolo XII", diciamo spesso. Con le dovute riserve su una parola che, interpretata alla lettera, richiamerebbe l'idea non di un cambiamento, ma di una semplice resurrezione, possiamo conservare la formula: a patto, peraltro, di non attribuirle un significato cronologico troppo preciso. Se, infatti, il movimento acquist tutta la sua ampiezza solo nel corso del secolo da cui prende il nome, le sue prime manifestazioni, come quelle delle concomitanti metamorfosi demografiche ed economiche, datano dall'epoca veramente decisiva dei due o tre decenni immediatamente anteriori all'anno 1100. A essi risalgono, tanto per citare qualche esempio, l'opera filosofica di Anselmo di Aosta, l'opera giuridica dei pi antichi romanisti italiani e dei loro emuli canonisti, l'inizio dell'attivit matematica nelle scuole di Chartres. La rivoluzione non fu totale n nel campo intellettuale n in nessun altro. Ma, per quanto vicina la seconda et feudale rimanga per la sua mentalit, per molti aspetti, alla prima, essa  contrassegnata da alcune nuove caratteristiche intellettuali, di cui  necessario precisare l'azione.
I progressi della vita di relazione, cos chiari sulla carta economica, si inscrivono con caratteri altrettanto netti sulla carta culturale. L'abbondanza delle traduzioni d'opere greche e soprattutto arabe - che, del resto, erano per lo pi interpretazioni del pensiero ellenico -, l'azione da esse esercitata sulla scienza e la filosofia dell'Occidente attestano una civilt ormai meglio dotata di antenne. Non a caso, fra i traduttori ci si imbatte in parecchi membri delle colonie commerciali stabilitesi a Costantinopoli. Nell'interno stesso dell'Europa, le vecchie leggende celtiche, portate dall'Occidente verso Oriente, conquistano l'immaginazione dei novellieri con la loro strana magia. A loro volta, i poemi composti in Francia - antiche gesta o racconti di un gusto pi nuovo - vengono imitati in Germania, in Italia, in Spagna. Focolai della nuova scienza sono grandi scuole internazionali: Bologna, Chartres, Parigi, "scala di Giacobbe eretta verso il cielo"(97) .L'arte romanica, in quanto aveva di universale al disopra delle sue innumerevoli variet regionali, esprimeva anzitutto una certa comunanza di civilt o l'interazione di una folla di piccoli nodi di influenza. L'arte gotica, al contrario, d l'esempio di forme estetiche d'esportazione, che, soggette naturalmente a ogni sorta di rimaneggiamenti, si propagano tuttavia da centri d'irradiamento ben determinati: la Francia tra la Senna e l'Aisne, i monasteri cistercensi della Borgogna.
L'abate Gilberto di Nogent, che, nato nel 1053, scriveva verso il 1115 le sue Confessiones, oppone in questi termini i due estremi della sua vita: "Nel tempo che precedette la mia infanzia e durante la medesima, la penuria dei maestri di scuola era tale che quasi era impossibile trovarne nei borghi: era gi molto incontrarne nelle citt. E, se per caso ne veniva scoperto qualcuno, il loro sapere era cos modesto da non potersi paragonare neppure a quello degli infimi chierici vaganti d'oggi"(98) Nessun dubbio, infatti, che l'istruzione, durante il secolo XII, comp immensi progressi, in qualit e in penetrazione attraverso i diversi strati sociali. Si fondava pi che mai sull'imitazione dei modelli antichi, forse non venerati di pi, ma meglio conosciuti, meglio compresi, meglio sentiti: a tal punto da provocare talvolta, presso alcuni poeti vissuti in margine al mondo clericale, come il famoso Archipota renano, una specie di paganesimo morale, affatto estraneo al periodo precedente. Ma il nuovo umanesimo era pi generalmente un umanesimo cristiano. "Noi siamo nani appollaiati su spalle di giganti": questa formula di Bernardo di Chartres, spesso ripetuta, illustra l'estensione del debito che i pi alti spiriti dell'epoca riconoscevano di avere verso la cultura classica.
Il soffio nuovo aveva raggiunto le sfere laiche. Non  pi eccezionale ormai il caso di quel conte di Champagne, Enrico il Liberale, che legava nella lingua originale Vegezio e Valerio Massimo; o di quel conte d'Anjou, Goffredo il Bello, che, per costruire una fortezza, chiedeva ancora aiuto a Vegezio(99). Pi spesso, tuttavia, questi gusti urtavano negli ostacoli di una educazione troppo rudimentale per penetrare gli arcani di opere scritte nella lingua dei dotti. Non per questo vi rinunciavano. Si osservi il caso di Baldovino II di Guines (morto nel 1205). Cacciatore, bevitore e gran donnaiolo, esperto come un giullare in canzoni di "gesta" altrettanto che in grossolani fabliaux, questo nobile piccardo, per quanto "illetterato", si divertiva solo ai racconti eroici o licenziosi. Ricercava la conversazione dei chierici, che compensava con storielle "pagane", troppo ben istruito, a detta di un prete del suo paese, per queste dotte conversazioni: non usava forse la scienza teologica che vi aveva attinto per disputare con i suoi maestri? Ma conversare non gli bastava. Fece tradurre in francese pi di un libro latino, perch gli fosse letto ad alta voce: col Cantico dei Cantici, i Vangeli e la Vita di sant'Antonio, gran parte della Fisica di Aristotele, e la vecchia Geografia del romano Solino(100). Da questi bisogni nuovi, nacque cos in quasi tutta l'Europa una letteratura in lingua volgare che, destinata ai laici, non mirava solamente a divertirli. Poco importa che all'inizio fosse costituita quasi esclusivamente di parafrasi. Essa apriva egualmente l'accesso a tutta una tradizione: tra l'altro, a un passato dipinto con colori meno fittizi.
I racconti storici in lingua nazionale rimasero a lungo,  vero, fedeli alla veste prosodica e al tono delle vecchie gesta. Per vederli piegarsi alla prosa, naturale strumento di una letteratura di fatti, bisogner attendere, nei primi decenni del secolo XIII, la comparsa o di memorie composte da personaggi estranei sia al mondo dei giullari che a quello dei chierici - un nobile barone, Goffredo di Villehardouin, un modesto cavaliere, Robert di Clari - o di compilazioni espressamente destinate ad informare un vasto pubblico: i Faits de Romains, il compendio che, salvo errore, s'intitolava Toute l'histoire de France, la Weltchronik sssone. Passeranno quasi altrettanti anni prima che in Francia, poi nei Paesi Bassi e in Germania, alcuni documenti, del resto ancora rari, scritti nella lingua di tutti i giorni, permettano finalmente agli uomini che partecipavano a un contratto di conoscerne direttamente il tenore. Tra l'atto e la sua espressione l'abisso si colmava lentamente.
Nello stesso tempo, nelle corti letterarie dei grandi capi - Plantageneti dell'impero angioino, conti di Champagne, Guelfi di Germania - tutta una letteratura di favole e di sogni tesseva i suoi incanti. Certamente, le canzoni di gesta, pi o meno rimaneggiate secondo il gusto del giorno e traboccanti di episodi aggiunti, non avevano cessato di piacere. Man mano, per, che la vera storia prendeva, a poco a poco, nella memoria collettiva il posto dell'epopea, eran sorte nuove forme poetiche, d'origine provenzale o francese, e di l si erano ben presto diffuse per l'Europa tutta. Romanzi di pura finzione, ove i prodigiosi colpi di spada, i grans borroflemens(101) sempre amati da una societ rimasta sostanzialmente guerriera, avevano d'ora innanzi per sfondo familiare un universo attraversato da misteriosi incantesimi: espressioni, per l'assenza di ogni pretesa storica come per questa fuga verso il mondo delle fate, di un'et ormai abbastanza raffinata per separare dalla descrizione del reale la pura evasione letteraria. Eran altres brevi poemi lirici di antichit quasi eguale, per i loro primi esempi, a quella dei canti eroici, ma composti in numero sempre pi grande e con sempre pi sottili ricerche. Un pi acuto senso estetico attribuiva infatti crescente valore alle trovate, e persino alle preziosit della forma.  appunto di questo tempo il gustoso verso, in cui, rievocando il ricordo di Chrtien de Troyes, nel quale il nostro secolo XII riconobbe il suo pi seducente novellatore, uno dei suoi emuli non sapeva trovare, per lodarlo, un elogio pi bello di questo: "Prendeva il francese a piene mani".
Soprattutto, romanzi e poemi lirici non si limitano pi a narrare azioni; si sforzano, non senza goffaggine, di analizzare i sentimenti. Persino negli episodi guerreschi, lo scontro di due combattenti prevale sui grandi cozzi di eserciti, cari ai vecchi canti. Ad ogni modo, la nuova letteratura tendeva a rivalutare l'individuale e invitava gli uditori a meditare sul proprio io. In questa tendenza verso l'introspezione, essa collaborava con un influsso di ordine religioso: la pratica della confessione "auricolare", del fedele al prete, che, per lungo tempo rinchiusa nel mondo monastico, si propag tra i laici nel corso del secolo XII. Per molti aspetti, l'uomo del 1200 circa, nelle classi superiori della societ, somiglia al suo antenato delle generazioni precedenti: lo stesso spirito di violenza, gli stessi bruscni sbalzi d'umore, la stessa preoccupazione del soprannaturale, ancora accresciuta forse, per quanto concerne l'ossessione delle presenze diaboliche, dal dualismo diffuso, sin nelle sfere ortodosse, dalla vicinanza delle eresie manichee, allora tanto in auge. Su due punti, tuttavia, differisce profondamente.  pi colto e pi cosciente di s.


2. La conquista della coscienza di s.

Questa conquista della coscienza di s oltrepassava l'uomo singolo per estendersi alla stessa societ. Qui l'impulso era stato dato, nella seconda met del secolo XI, dal grande "risveglio" religioso che, dal nome d'uno dei suoi principali artefici, papa Gregorio VII, si usa chiamare "riforma gregoriana". Movimento assai complesso, quant'altri mai, in cui, alle ispirazioni dei chierici e soprattutto dei monaci, istruiti sui vecchi testi, si unirono molte immagini scaturite dal profondo dell'anima popolare: l'idea che il prete la cui carne sia stata insozzata dall'atto sessuale divenga incapace di celebrare efficacemente i divini misteri trov i suoi pi fervidi discepoli, oltre che negli asceti del monachesimo e molto pi che fra i teologi, nelle folle laiche. Movimento altres straordinariamente potente, da cui  lecito datare, senza timore di esagerazione, la definitiva formazione del cattolicesimo latino: proprio allora, e non per effetto di una coincidenza fortuita, staccatosi per sempre dal cristianesimo orientale. Per quanto varie siano state le manifestazioni di questo spirito, pi nuovo di quanto esso stesso potesse supporre, la sua essenza pu essere riassunta in poche parole: in un mondo in cui sino allora si era assistito alla confusione del sacro e del profano in maniera quasi inestricabile, lo sforzo gregoriano mir ad affermare l'originalit e la supremazia di quella missione spirituale di cui la Chiesa  depositaria, a mettere il sacerdote a parte e al disopra del semplice fedele.
I riformatori pi rigorosi non erano certamente molto amici della cultura. Diffidavano della filosofia. Disprezzavano la retorica, non senza soccombere anch'essi, molto spesso, al suo fascino: "La mia grammatica  Cristo", diceva Pier Damiani, il quale tuttavia declinava e coniugava molto correttamente. Ritenevano che il religioso fosse fatto per piangere, pi che per studiare. In breve, nel grande dramma di coscienza che da san Gerolamo aveva dilacerato pi d'un cuore cristiano, diviso tra l'ammirazione del pensiero o dell'arte antica e le gelose esigenze di una religione d'ascetismo, essi si schieravano risolutamente col partito degli intransigenti, i quali - anzich rispettare, come Abelardo, nei filosofi del paganesimo degli uomini "ispirati da Dio" - volevano, sull'esempio di Gerhoh di Reichersberg, vedere in loro soltanto dei "nemici della croce di Cristo". Tuttavia, nel loro tentativo di riforma, e poi nel corso di battaglie che il loro programma impose loro di combattere contro le potenze temporali e soprattutto contro l'Impero, furono costretti a tradurre in forma intellettuale i loro ideali, a ragionare, a invitare al ragionamento. Problemi che sino allora eran stati agitati solo da un pugno di dotti presero bruscamente un valore profondamente attuale. In Germania, a quanto si dice, non si leggevano forse o, per lo meno, non si facevano tradurre, persino sulle pubbliche piazze e nelle botteghe, gli scritti in cui i chierici, ancora caldi della lotta, dissertavano in sensi diversi dei fini dello Stato, dei diritti dei re, dei loro popoli o dei papi(102)? Gli altri paesi non erano stati toccati nella stessa misura. In nessun luogo, tuttavia, tali polemiche rimasero senza effetto. Gli affari umani vengono ormai considerati, pi di prima, come soggetti alla riflessione.
Un altro influsso cooper a tale decisiva metamorfosi. La rinascita del diritto dotto, che studieremo pi oltre, raggiungeva, in questo tempo in cui ogni uomo d'azione doveva essere un po' giurista, circoli estesi; anch'esso guidava a scorgere nelle realt sociali qualche cosa che poteva essere metodicamente descritto o scientificamente elaborato. Ma i pi sicuri effetti della nuova educazione giuridica vanno certamente cercati, in un'altra direzione. Innanzi tutto, qualsiasi fosse la materia del ragionamento, essa educava le menti a ragionare con rigore logico. Per questa via, raggiungeva i progressi della speculazione filosofica, a essa del resto strettamente legati. Certamente, lo sforzo logico di un sant'Anselmo, di un Abelardo, d'un Pietro Lombardo poteva essere seguito solo da un piccolo numero di persone, quasi esclusivamente reclutate fra i chierici. Ma quegli stessi chierici partecipavano spesso alla vita pi attiva: Rainaldo di Dassel, vecchio scolaro delle scuole di Parigi, cancelliere dell'Impero, pi tardi arcivescovo di Colonia, diresse per lunghi anni la politica germanica; Stephen Langton, prelato filosofo, assunse, al tempo di Giovanni Senzaterra, il comando del baronato inglese in rivolta. Del resto, fu mai necessario, per subire l'influsso di un pensiero, partecipare alle sue pi elevate creazioni? Confrontiamo due documenti, uno dell'anno Mille circa, l'altro della fine del secolo XII: quasi sempre il secondo  pi esplicito, pi preciso, meno mal impostato. Non si deve credere tuttavia che, nello stesso secolo XII, non sussistessero contrasti molto sensibili fra i documenti, a seconda degli ambienti di provenienza: dettati dalle borghesie, pi accorte che istruite, i documenti urbani sono di solito, per forma ordinata di redazione, assai inferiori, per esempio, alle belle "istituzioni" provenienti dalla dotta cancelleria di un Barbarossa. Il contrasto fra le due epoche, visto dall'alto, non appare tuttavia meno netto. Ora, qui, l'espressione era inseparabile dal contenuto. Com' possibile considerare come indifferente - nella storia, ancora molto misteriosa, dei rapporti tra la riflessione e la pratica - il fatto che, sul finir della seconda et feudale, gli uomini di azione si siano comunemente serviti di uno strumento di analisi mentale meno grossolano che in passato?




Capitolo quinto
I fondamenti del diritto


1. L'imperio della consuetudine.

Il primo dovere di un giudice che, nell'Europa prefeudale, agli inizi del secolo IX, avesse dovuto giudicare una causa, era d'interrogare i testi: compilazioni romane, se il processo doveva essere condotto secondo la legge di Roma; consuetudini dei popoli germanici, a poco a poco, nella loro quasi totalit, fissate dalla scrittura; editti legislativi, infine, promulgati in gran numero dai sovrani dei regni barbarici. L dove questi monumenti parlavano, non restava che obbedire. Ma il compito non era sempre cos semplice. Tralasciamo pure il caso, in pratica senza dubbio molto frequente, in cui la disposizione, pur traendo la sua origine dal libro, era conosciuta solo attraverso l'uso, sia perch il manoscritto mancava, sia perch - come le ponderose raccolte romane - sembrava di malagevole consultazione. Ma il grave era che nessun libro bastava a risolvere i problemi. Interi settori della vita sociale - le relazioni nell'interno della signoria, i rapporti tra uomo e uomo, ove gi era prefigurata la feudalit - erano molto imperfettamente regolati dai testi, o non lo erano affatto. Cos, accanto al diritto scritto, esisteva gi una zona di tradizione puramente orale. Il fatto che questo campo si accrebbe a dismisura, cos da invadere, in alcuni paesi, l'intero campo del diritto, fu uno dei caratteri pi importanti del periodo seguente: dell'et, in altri termini, in cui effettivamente si costitu il regime feudale.
In Germania e in Francia, l'evoluzione raggiunse i suoi limiti estremi. Non pi legislazione: in Francia, l'ultimo "capitolare", per giunta assai poco originale,  dell'884; in Germania, sembra che la fonte si sia essiccata sin dallo smembramento dell'Impero, dopo Ludovico il Pio.  un caso raro che qualche principe territoriale - un duca di Normandia, un duca di Baviera - promulghi qua e l qualche provvedimento di valore un po' generale. In questa mancanza, parve a taluno di riconoscere un effetto della debolezza in cui era caduto il potere monarchico. Ma questa spiegazione, che si potrebbe aver la tentazione di ammettere se si trattasse solo della Francia, non potrebbe evidentemente aver valore per i sovrani assai pi potenti della Germania. Gli imperatori sssoni o salici, i quali a nord delle Alpi non trattavano mai nei loro diplomi che casi individuali, non si facevano forse legislatori nei loro stati italiani, dove tuttavia non disponevano certo di un'autorit superiore? La vera ragione per cui oltralpe non si sentiva pi la necessit di aggiungere alcunch alle regole gi espressamente formulate stava nel fatto che queste regole stesse erano cadute nell'oblo. Nel corso del secolo X, tanto le leggi barbariche che le ordinanze carolinge cessano un poco per volta di essere trascritte o ricordate, salvo che per fuggevoli allusioni. Se un notaio ostenta di citare ancora le leggi romane, il riferimento non , per tre quarti, che banalit o controsenso. Non sarebbe potuto essere altrimenti. Comprendere il latino - lingua comune, sul continente, a tutti gli antichi documenti giuridici - era pressoch monopolio dei chierici. Ora, la societ ecclesiastica si era data il suo proprio diritto, sempre pi esclusivo. Fondato sui testi - per quanto i soli capitolari franchi che continuassero ad essere commentati fossero quelli concernenti la Chiesa - il diritto canonico veniva insegnato nelle scuole, tutte clericali. Il diritto profano, al contrario, non costituiva per nulla materia d'insegnamento. Certo, la familiarit con le vecchie raccolte non sarebbe completamente andata perduta, se fosse esistita una professione di uomini di legge. Ma la procedura non comportava avvocati, e ogni capo era un giudice. Ci significa che la maggior parte dei giudici non sapeva leggere: pessima condizione,  chiaro, per il mantenimento di un diritto scritto.
Gli stretti rapporti che uniscono cos, in Germania e in Francia, la decadenza degli antichi diritti con quella dell'istruzione presso i laici risultano, d'altronde, con chiarezza, da alcune esperienze di senso inverso. In Italia, la connessione  stata, sin dal secolo XI, mirabilmente vista da un osservatore straniero, il cappellano imperiale Vipone. In questo paese, ove, egli dice, "tutta la giovent" - quella delle classi dirigenti - "veniva inviata nelle scuole a studiare seriamente"(103), n le leggi barbariche, n i capitolari carolingi, n il diritto romano cessarono di essere studiati, riassunti, commentati. D'altro canto, una serie di atti, senza dubbio rari, ma la cui continuit  evidente, attestano il persistere dell'abitudine legislativa. Nell'Inghilterra anglo-sssone, ove il linguaggio delle leggi era quello di tutti, e dove, di conseguenza - come spiega il biografo di re Alfredo - gli stessi giudici analfabeti potevano farsi leggere i manoscritti e interpretarli(104), i principi, sino a re Canuto, si occuparono a volta a volta di codificare le usanze, o di completarle, oppure di modificarle espressamente coi loro editti. Dopo la conquista normanna, parve necessario mettere alla portata dei vincitori, o almeno dei loro chierici, l'essenza di questi testi, il cui linguaggio era loro inintelligibile. Tanto che si assist allora allo sviluppo nell'isola, sul principio del secolo XII, di una cosa ignota, in quel tempo, sull'altra riva della Manica: di una letteratura giuridica che, latina nell'espressione, era anglo-sssone nelle fonti essenziali(105).
Pure, per quanto considerevole fosse la differenza che si delineava cos tra i diversi settori dell'Europa feudale, essa non investva punto la stessa sostanza dello sviluppo. Molte antiche regole, di diversa provenienza, eran state pur sempre conservate per tradizione orale, l ove il diritto aveva cessato di fondarsi sulla scrittura. Al contrario, nei paesi i quali continuavano a riconoscere e a rispettare i vecchi testi, le necessit sociali avevan fatto sorgere, accanto a loro, un gran numero di nuove usanze, che ora le completavano, ora le soppiantavano. Ovunque, in una parola, una stessa autorit decideva in ultima istanza della sorte riservata al patrimonio giuridico dell'et precedente: la consuetudine, la sola fonte allora vivente del diritto, che i principi, pur quando promulgavano leggi, null'altro pretendevano che di interpretare.
I progressi di questo diritto consuetudinario furono accompagnati da un profondo rimaneggiamento della struttura giuridica. Nelle province continentali dell'antica Romnia, occupata dai barbari, pi tardi nella Germania conquistata dai Franchi, la presenza, a fianco a fianco, di uomini che per la loro nascita appartenevano a popoli diversi aveva condotto alla pi singolare mescolanza che un professore di diritto possa, nei suoi incubi, sognare. In linea di massima, e ogni riserva fatta sulle difficolt di applicazione che non potevano mancare di sorgere tra due litiganti di opposte origini, l'individuo, ovunque abitasse, rimaneva sottomesso alle leggi che avevan governato i suoi antenati: tanto che, secondo l'autorevole parola di un arcivescovo di Lione, allorch nella Gallia franca si trovavan riuniti cinque personaggi, non era da meravigliarsi se - per esempio il Romano, il Franco salio, il Franco ripuario, il Visigoto e il Burgundo - obbedivano ciascuno a una legge differente. Nessun osservatore accorto, sin dal secolo IX, poteva dubitare che un simile regime, imposto in passato da imperiose necessit, fosse diventato tremendamente incomodo e che si accordasse sempre peggio, d'altro lato, alle condizioni di una societ in cui la fusione degli elementi etnici era quasi compiuta. Gli Anglo-sssoni, che non avevano quasi mai avuto a che fare con le popolazioni indigene, l'avevano sempre ignorato. Sin dal 654, la monarchia visigotica l'aveva coscientemente eliminato. Tuttavia, fintanto che i diritti particolari restavano fissati dalla scrittura, grande era la loro forza di resistenza.  significativo che il paese in cui si mantenne pi a lungo - sino alle soglie del secolo XII - questa molteplicit di obbedienze giuridiche sia stata la dotta Italia. E solamente a prezzo di una strana deformazione. Infatti, poich appariva sempre meno facile determinare le filiazioni, si introdusse l'abitudine di far specificare da ciascuna persona, al momento in cui prendeva parte ad un atto, la legge cui si riconosceva soggetta e che talvolta variava cos, a piacere del contraente, secondo la natura dell'affare. La dimenticanza in cui caddero, nel resto del continente, sin dal secolo X, i testi dell'et precedente, permise l'avvento di un ordine completamente nuovo. Regime di usanze territoriali, vien detto qualche volta. Sarebbe senz'altro meglio parlare di usanze di gruppi.
Ogni collettivit umana, infatti, grande o piccola, iscritta o no sul suolo con contorni precisi, tende a sviluppare la propria tradizione giuridica: per quanto l'uomo, secondo i diversi aspetti della sua attivit, passi successivamente dall'una all'altra di queste zone di diritto. Ecco, per esempio, un'agglomerazione rurale. Lo statuto familiare dei contadini segue, ordinariamente, norme pressoch simili in tutta la contrada circonvicina. Il loro diritto agrario obbedisce, invece, a usi particolari alla loro comunit. Fra gli oneri che gravano su loro, gli uni, che subiscono come censuari, vengono fissati dalla usanza della signoria, i cui limiti sono lontani dal coincidere sempre con quelli del territorio villico; gli altri, che, dove i contadini sono in condizione servile, colpiscono la loro persona, son regolati in base alla legge del gruppo, generalmente pi ristretto, composto dai servi del medesimo padrone e abitanti nella medesima localit. Il tutto, beninteso, senza pregiudicare i diversi contratti o precedenti, ora strettamente personali, ora capaci di trasmettere di padre in figlio i loro effetti, per tutta una generazione familiare. Anche l dove, in due piccole societ vicine o di struttura analoga, gli abituali sistemi si erano originariamente costituiti seguendo all'incirca indirizzi simili, era fatale che, non essendo cristallizzati dalla scrittura, li si vedesse divergere. Dinanzi a un tale frazionamento, non v' storico che non si sia talvolta sentito attratto a far sue le parole scettiche dell'autore di un trattato di leggi inglesi, composto alla corte di Enrico II: "Sarebbe oggi assolutamente impossibile mettere per scritto, nella loro universalit, le leggi e i diritti del reame, tanto confusa  la loro moltitudine"(106).
La differenza risiedeva, pertanto, nelle particolarit e nella espressione. Tra le regole praticate all'interno dei differenti gruppi, in una determinata regione, regnava di solito una forte aria di famiglia. Spesso la somiglianza si estendeva anche pi lontano. Alcune idee collettive, forti e semplici, ora particolari all'una o all'altra delle societ europee, ora comuni a tutta l'Europa, dominarono il diritto dell'et feudale. E, se  vero che infinita fu la variet delle loro forme di applicazione, questo prisma, decomponendo i molteplici fattori dell'evoluzione, fornisce alla storia un giuoco eccezionalmente ricco di esperienze naturali.


2. I caratteri del diritto consuetudinario.

Sostanzialmente tradizionalista, come tutta la civilt del tempo, il sistema giuridico della prima et feudale si fondava dunque sulla idea che quel che  stato ha, appunto per questo, il diritto di essere. Certo, non senza qualche riserva, ispirata da una morale pi elevata. Di fronte a una societ temporale il cui retaggio era ben lontano dall'accordarsi interamente coi loro ideali, i chierici specialmente avevano buone ragioni per ricusare di confondere sempre il giusto col gi visto. Il re - dichiarava Incmaro di Reims - non deve giudicare secondo l'usanza, se questa si riveli pi crudele della "rettitudine cristiana". Interprete dello spirito gregoriano, animato, nei puri, da un soffio veramente rivoluzionario, facendo sua, d'altronde, quasi per naturale eredit, un'affermazione di quell'altro sovvertitore di tradizioni che era stato, ai suoi tempi, il vecchio Tertulliano, il papa Urbano II scriveva, nel 1092, al conte di Fiandra: "Tu pretendi di non aver fatto sinora che conformarti alle antichissime consuetudini della terra? Tu devi pertanto saperlo, il tuo Creatore ha detto: il mio nome  Verit; e non gi: il mio nome  Consuetudine"(107). Potevano esserci, di conseguenza, delle "cattive usanze". I documenti della prassi, infatti, pronunciano spesso queste parole. Ma quasi sempre per stigmatizzare regole introdotte di recente o stimate tali: "quelle detestabili innovazioni", "quelle mai udite esazioni", denunciate da tanti testi monastici. Una consuetudine, in altri termini, sembrava condannabile soprattutto quando era troppo recente. Il fascino del passato, sia che si trattasse della riforma della Chiesa o di un processo tra due signori vicini, non poteva essere contestato altrimenti che opponendogli un passato ancor pi degno di venerazione.
Questo diritto, per il quale ogni cambiamento sembrava un male, nonch restare immutabile, fu, in realt, plastico quant'altri mai: soprattutto perch nei documenti della prassi, non pi che sotto forma di leggi, non era fissato dalla scrittura. I tribunali si accontentavano, per la maggior parte, di sentenze puramente orali. Quando si desiderava ricostruirne il contenuto, si procedeva a un'inchiesta presso i giudici, qualora fossero ancora vivi. Nei contratti, l'accordo delle volont si manifestava essenzialmente con gesti e talvolta con parole consacrate, in breve con tutto un formalismo molto adatto a colpire immaginazioni poco sensibili alla astrazione. Faceva eccezione l'Italia, ove la scrittura aveva grande parte nello scambio degli accordi. Ma, anch'essa, a titolo di elemento rituale: per notificare la cessione di una terra, ci si passava di mano in mano il documento, come altrove avrebbero fatto con una zolla o una festuca. A nord delle Alpi, la pergamena, nel caso che intervenisse nell'atto, non serviva quasi che da memento: priva d'ogni valore autentico, questa "notizia" aveva, per oggetto principale, di registrare una lista di testimoni. Tutto infatti riposava, in ultima analisi, sulla testimonianza: anche se si fosse ricorso al "nero sul bianco", e a maggior ragione negli altri casi, certo pi numerosi, in cui non lo si era fatto. Spesso i contraenti, dato che il ricordo prometteva evidentemente di essere tanto pi duraturo se coloro che lo conservavano rimanevano pi a lungo su questa terra, conducevano seco dei bambini. Vari accorgimenti permettevano di prevenire la storditaggine dell'et con una opportuna associazione di immagini: un ceffone, un regaluccio, magari un bagno forzato.
La tradizione, dunque, sia che si trattasse di accordi particolari o di regole generali della consuetudine, non possedeva altre garanzie che la memoria. Ora, la memoria umana, la fluida, la escoulourjante memoria, come dice Beaumanoir,  un meraviglioso strumento di eliminazione e di trasformazione: soprattutto quella che chiamiamo memoria collettiva e che, non essendo in fondo che una trasmissione di generazione in generazione, aggiunge, se  priva dello scritto, agli errori della registrazione da parte di ogni cervello individuale, i malintesi della parola. Fosse almeno esistita, nell'Europa feudale, una di quelle caste di conservatori professionali dei ricordi giuridici, come ne conobbero altre civilt, ad esempio gli Scandinavi! Invece, nell'Europa feudale e tra i laici, la maggioranza degli uomini che tenevano giurisdizione non lo facevano che in via occasionale. Non avendo seguito un tirocinio metodico, erano quasi sempre ridotti, come si lagnava uno d'essi, a seguire "le loro possibilit o le loro fantasie"(108). La giurisprudenza, insomma, era l'espressione pi di bisogni che di una conoscenza. Non disponendo, nel suo sforzo d'imitazione del passato, che di specchi infedeli, la prima et feudale mut invece molto in fretta e molto profondamente, pur credendo di durare.
Del resto, in un certo senso, la stessa autorit riconosciuta alla tradizione favoriva il cambiamento. Ogni atto, infatti, una volta compiuto o, meglio, tre o quattro volte ripetuto, rischiava di mutarsi in un precedente: anche se, in origine, era stato eccezionale, o decisamente abusivo. Nel secolo IX i monaci di Saint-Denis, un giorno in cui il vino mancava nelle cantine regali, a Ver, furono pregati di farvi portare duecento barili. Da allora, tale prestazione fu loro chiesta ogni anno, a titolo obbligatorio, e ci volle un diploma imperiale per abolirla. C'era una volta ad Ardres - si racconta - un orso, condottovi dal signore del luogo. Gli abitanti, che si divertivano a vederlo combattere contro i cani, si offrirono di nutrirlo. La bestia mor; ma il signore continu ad esigere i pani(109). L'autenticit dell'aneddoto  forse contestabile; il suo valore simbolico invece  fuori discussione. Molte prestazioni nacquero cos da doni spontanei e ne conservarono a lungo il nome. Inversamente, un cnone che cessasse di venir pagato per un certo numero di anni, un rito di sottomissione che cessasse di venir rinnovato, quasi fatalmente cadeva in prescrizione. Tanto che venne introdotto l'uso di stabilire, in numero rilevante, quei singolari documenti chiamati dai diplomatici "carte di non-pregiudizio". Un barone, un vescovo, chiedono alloggio a un abate: un re, bisognoso di denaro, fa appello alla generosit di un suddito. D'accordo, risponde il personaggio cos sollecitato; ma a una condizione: che venga specificato, nero su bianco, che la mia compiacenza non creer affatto, a mie spese, un diritto. Ma tali precauzioni, solitamente permesse solo a uomini appartenenti a classi elevate, avevano qualche efficacia solo quando la bilancia delle forze non era troppo ineguale. Una delle conseguenze del sistema consuetudinario fu, troppo spesso, di legittimare la brutalit e, rendendola contagiosa, di diffonderne l'impiego. In Catalogna, quando una terra veniva trasferita ad altri, era invalso l'uso di stipulare, con una formula singolarmente cinica, che era trasferita con tutti i vantaggi di cui il suo possessore aveva usufruito, "spontaneamente o con violenza"(110).
Questo rispetto per il fatto compiuto ag con particolare efficacia sul sistema dei diritti reali.  assai raro, in tutta l'ra feudale, che si parli di propriet, sia di una terra che di un potere di comando; ancor pi raro - se anzi, fuori d'Italia, si sia mai dato il caso - che un processo verta su questa propriet. Ci che le parti rivendicano , quasi uniformemente, la saisine o "presa di possesso" (in tedesco, Gewere). Nello stesso secolo XIII, il Parlamento dei re capetingi, docile alle influenze romane, aveva un bel preoccuparsi, in ogni decreto sulla saisine, di riservare il "petitorio", cio il dibattito sulla propriet; non risulta che, in realt, questa procedura sia mai stata osservata.
Che cos'era, dunque, questa famosa saisine? Non era precisamente un possesso, che la semplice occupazione del suolo o del diritto fosse bastata a creare; ma un possesso reso venerabile dal tempo. Due litiganti si disputavano un campo o una giustizia? Qualunque ne fosse il detentore, vinceva quello che poteva dimostrare di aver arato o giudicato negli anni precedenti o, meglio ancora, che i suoi padri lo avevano fatto come lui, prima di lui. Per questo, nella misura in cui non ci si affidava alla ordalia o al duello giudiziario, si invocava generalmente "la memoria degli uomini, per lontano che vada". Se si adducevano prove, era solo per aiutare il ricordo, o, se attestavano una trasmissione, era gi quella di una presa di possesso. Una volta prodotta in tal modo la prova del lungo uso, nessuno credeva utili altre giustificazioni.
Similmente la parola "propriet", applicata a un immobile, per altri motivi ancora sarebbe stata press'a poco priva di senso. O, almeno, sarebbe stato necessario dire - come si fece volentieri pi tardi, disponendo di un vocabolario giuridico meglio elaborato - propriet o presa di possesso del tale o talaltro diritto sul fondo. Su quasi tutta la terra infatti, e su molti uomini, gravava in quel tempo una molteplicit di diritti, diversi per natura, ma ciascuno dei quali tuttavia, nella propria sfera, appariva egualmente rispettabile. Nessuno presentava la rigida esclusivit caratteristica della propriet di tipo romano. Il censuario che - generalmente di padre in figlio - lavorava e compiva il raccolto; il suo diretto signore, al quale pagava il censo e che, in alcuni casi, riusciva a rimettere la mano sulla terra; il signore di questo signore e cos via, lungo tutta la scala feudale: ecco altrettanti personaggi, che, con pari ragione, potevan dire: "Il mio campo!" Ed  ancora poco. Le ramificazioni infatti si estendevano orizzontalmente altrettanto che dall'alto in basso; sicch conviene far posto anche alla comunit villica, che di solito recuperava l'uso del suo intero territorio appena questo era spoglio di messi; alle famiglie del censuario, senza il cui consenso il beneficio non sarebbe potuto esser trasferito alle famiglie dei padroni successivi. Questo intrico gerarchico dei legami tra l'uomo e il suolo si fondava senza dubbio su origini molto remote. Non ne era stata un aspetto la propriet quiritaria in gran parte della stessa Romnia? Tuttavia il sistema si svilupp con incomparabile vigore nei tempi feudali.
Una simile compenetrazione di "prese di possesso" su una medesima cosa nulla aveva che urtasse spiriti cos poco sensibili alla logica della contraddizione; e, forse, per definire questo stato di diritto e di opinione, meglio sarebbe dire, servendosi di una celebre formula sociologica: mentalit di "partecipazione" giuridica.


3. La rinascita del diritto scritto.

Lo studio del diritto romano, come abbiamo visto, non era mai stato abbandonato nelle scuole italiane. Ma, sul finire del secolo XI, come testimonia un monaco marsigliese, vi sono ormai vere "folle" che accorrono alle lezioni date da schiere di maestri, anch'esse pi numerose e meglio organizzate(111), specialmente a Bologna, resa celebre dal grande Irnerio, "fiaccola del diritto". La materia di insegnamento sub contemporaneamente profonde trasformazioni. Le fonti originali, prima troppo spesso trascurate a profitto di mediocri compendi, riprendono il primo posto; il Digesto in particolare, quasi caduto in oblio, apre d'ora innanzi l'accesso alla riflessione giuridica latina, in quel che aveva di pi raffinato. Nulla di pi evidente dei legami di questa rinascita con gli altri movimenti intellettuali dell'epoca. La crisi della riforma gregoriana aveva suscitato, in tutti i partiti, uno sforzo di speculazione sia giuridica che politica; non a caso la composizione delle grandi raccolte canoniche da essa direttamente ispirata fu esattamente contemporanea alle prime opere della scuola bolognese. Impossibile, d'altronde, non riconoscere in queste ultime i segni a un tempo di quel ritorno all'antico e di quel gusto per l'analisi logica che stavano diffondendosi nella nuova letteratura in lingua latina, al pari che nella rinascente filosofia.
Analoghi bisogni si affermavano, quasi nel medesimo momento, nel resto d'Europa. Anche qui, specialmente, i grandi baroni cominciavano a sentire il desiderio di valersi del consiglio di giuristi di professione: a partire dal 1096 circa, si vedono apparire, tra i giudici di cui  composta la corte del conte di Blois, dei personaggi i quali, non senza orgoglio, si dicono "dotti nelle leggi"(112) Forse avevano attinto la loro cultura da qualcuno dei testi di diritto antico ancora conservati nelle biblioteche monastiche d'oltralpe. Ma questi elementi erano troppo poveri per fornire da soli la materia di una rinascita indigena. L'impulso venne dall'Italia. Favorita da una vita di relazioni pi intensa che in passato, l'azione del gruppo bolognese si propag merc il suo insegnamento, aperto agli uditori stranieri, le sue opere, l'emigrazione infine di parecchi suoi maestri. Sovrano del regno d'Italia come della Germania, Federico Barbarossa accolse al suo seguito, nelle sue spedizioni italiane, giuristi lombardi. Un vecchio scolaro di Bologna, Piacentino, si stabil, poco dopo il 1160, a Montpellier; un altro, Vacario, era stato chiamato, qualche anno prima, a Canterbury. Nel corso del secolo XII il diritto romano penetr ovunque nelle scuole; verso il 1170, per esempio, venne insegnato, accanto al diritto canonico, all'ombra della cattedrale di Sens(113).
Ci non avvenne, per vero, senza vivi contrasti. Il diritto romano, essenzialmente secolare, inquietava col suo latente paganesimo molti uomini di chiesa. I custodi della virt monastica lo accusavano di distogliere i religiosi dalla preghiera. I teologi gli rimproveravano di soppiantare le sole speculazioni che sembravano loro degne dei chierici. Gli stessi re di Francia o i loro consiglieri, almeno dopo Filippo II Augusto, pare si siano insospettiti per le giustificazioni fornite troppo facilmente ai teorici dell'egemonia imperiale. Pure, questi anatemi, nonch infrenare il moto, finirono con l'attestarne la potenza.
Nella Francia meridionale, dove la tradizione consuetudinaria aveva fortemente conservato l'impronta romana, gli sforzi dei giuristi, permettendo ormai il ricorso ai testi originali, finirono con l'elevare il diritto "scritto" alla dignit di una specie di diritto comune che veniva applicato in mancanza di consuetudini espressamente contrarie. Altrettanto avvenne in Provenza, dove, sin dalla met del secolo XII, la conoscenza del Codice giustinianeo sembrava tanto importante agli stessi laici che si pens di fornirne loro un compendio in lingua volgare. In altri luoghi l'azione fu meno diretta. Anche l dove essa incontrava un terreno particolarmente favorevole, le regole ancestrali erano troppo solidamente radicate nella "memoria degli uomini", troppo strettamente legate, d'altra parte, a tutta una struttura sociale assai differente da quella dell'antica Roma, per sopportare di venir sconvolte dalla sola volont di alcuni professori di legge. Certamente, l'ostilit ormai ovunque dimostrata verso i vecchi sistemi di testimonianza, soprattutto verso il duello giudiziario; l'elaborazione, nel diritto pubblico, del concetto di lesa maest, dovettero qualche cosa agli esempi del Corpus iuris e dei glossatori. Inoltre, l'imitazione dell'antichit era, in tale materia, fortemente aiutata da influenze di altra specie: l'orrore della Chiesa pel sangue, come per ogni pratica che potesse sembrare destinata a "tentare Dio"; l'attrattiva, nei mercanti soprattutto, di pi comode e razionali procedure; la rinascita del prestigio monarchico. Per quanto, nei secoli XII e XIII, alcuni notai si affaticassero a esprimere, nel vocabolario dei codici, la realt del loro tempo, questi goffi tentativi quasi non toccavano l'essenza delle relazioni umane. Per un altro verso il diritto erudito ag allora veramente sul diritto vivente: insegnandogli ad acquistare una pi chiara coscienza di s.
Di fronte, infatti, ai precetti puramente tradizionali che avevano sino allora, bene o male, governato la societ, l'atteggiamento degli uomini formati alla scuola del diritto romano doveva necessariamente essere quello di cercar di eliminarne le contraddizioni e le incertezze. Siccome, d'altra parte,  nella natura di simili stati mentali di allargarsi come una macchia d'olio, tali tendenze non tardarono a superare i circoli relativamente ristretti che avevano una diretta familiarit coi meravigliosi strumenti d'analisi intellettuale trasmessi dall'antica dottrina. Si accordavano inoltre, anche qui, con pi di una corrente spontanea. Una civilt meno barbara aveva sete di documentazioni scritte. Delle collettivit pi forti - soprattutto i gruppi urbani - chiedevano che fossero rese fisse quelle regole il cui carattere fluttuante aveva favorito tanti abusi. Il raggruppamento degli elementi sociali in grandi stati o in grandi principati favoriva non solo la rinascita della legislazione, ma anche l'estensione su vasti territori di una giurisprudenza unificatrice. Non senza ragione, l'autore del trattato De legibus regni Angliae, nel seguito del passo sopra citato, opponeva, alla scoraggiante molteplicit delle usanze locali, la pratica, molto pi ordinata, della corte regia.  singolare il fatto che intorno al 1200 si vedano sorgere nel regno capetingio, a fianco della vecchia menzione del costume locale, nel senso pi stretto, i nomi di pi ampie aree consuetudinarie: la Francia intorno a Parigi, la Normandia, la Champagne. Attraverso tutti questi indizi si preparava un'opera di cristallizzazione di cui il secolo XII doveva conoscere verso la sua fine, se non il compimento, almeno i prodromi.
In Italia, nel 1142, dopo lo statuto di Pisa, gli statuti urbani vanno moltiplicandosi. A nord delle Alpi, gli atti di franchigia accordati ai borghesi tendono sempre pi a mutarsi in particolareggiate esposizioni di consuetudini. Enrico II, re giurista, "erudito nella statuizione e correzione delle leggi, sottile inventore di inusitati giudizi"(114), esplica in Inghilterra una fervida attivit legislatrice. Al servizio del movimento di pace, persino in Germania s'introduce nuovamente l'uso della legislazione. In Francia Filippo II, portato in ogni cosa ad imitare i suoi rivali inglesi, regola, per mezzo di ordinanze, varie materie feudali(115). Ci si imbatte infine in scrittori che, senza una missione ufficiale e semplicemente per comodit degli esperti, si dedicano a raccogliere le norme giuridiche in vigore attorno ad essi. L'iniziativa, come era naturale, venne dagli ambienti avvezzi da lungo tempo a non accontentarsi di una tradizione puramente orale: l'alta Italia, dove, verso il 1150, un compilatore riunisce, in una specie di corpus, le consultazioni sul diritto dei feudi ispirate ai giuristi del suo paese dalle leggi promulgate, su questo tema, dagli imperatori nel loro regno lombardo; l'Inghilterra, che vide, verso il 1187, nascere nell'ambiente del giureconsulto Ranulf de Glanville il trattato gi parecchie volte citato. Poi, ecco, verso il 1200, la pi antica raccolta normanna di usanze; verso il 1221, il Sachsenspiegel (Specchio dei Sssoni), che, composto in volgare(116) da un cavaliere, attestava doppiamente cos le profonde conquiste dello spirito nuovo. Il lavoro doveva essere perseguito attivamente nel corso delle generazioni successive: tanto che, per comprendere una struttura sociale imperfettamente descritta prima del secolo XIII e di cui, nonostante gravi trasformazioni, ancora molti elementi sussistevano nell'Europa delle grandi monarchie,  necessario fare spesso riferimento, con tutte le precauzioni, a tali opere relativamente tardive, in cui si riflette la chiarezza organizzatrice propria all'et delle cattedrali e delle summae. Credo che nessuno degli storici del feudalesimo potrebbe rinunciare al soccorso del pi ammirevole annalista della societ medievale, il cavaliere poeta e giurista, tutore dei re figli e nipoti di san Luigi, l'autore, nel 1283, delle Coutumes del Beauvaisis: Philippe de Beaumanoir.
Com'era possibile che un diritto, d'ora innanzi fissato in parte per via legislativa e che, nella sua totalit, veniva insegnato e scritto, non perdesse molta della sua plasticit e insieme della sua diversit? Nulla certamente gli impediva di continuare a evolversi: come infatti avvenne. Ma si modificava meno inconsciamente, e quindi pi raramente, giacch riflettere su un cambiamento significa sempre rischiare di rinunciarvi. A un periodo singolarmente mobile, a una et di oscura e profonda gestazione, segu dunque, a partire dalla seconda met del secolo XII, un'et in cui la societ mir a organizzare le relazioni umane con maggior vigore, a stabilire limiti pi netti tra le classi, a cancellare molte differenze locali e a non ammettere, infine, che trasformazioni pi lente. Le vicissitudini della mentalit giuridica, strettamente legate, d'altro canto, alle altre catene causali, non furono certamente le sole responsabili di questa decisiva metamorfosi avvenuta verso l'anno 1200. Nessun dubbio, tuttavia, che vi abbiano largamente contribuito.




Sezione seconda I legami tra uomo e uomo



Libro primo I vincoli del sangue


Capitolo primo
La solidariet del lignaggio

1. Gli amici "carnali".

I legami fondati sulla comunanza del sangue, molto anteriori e, per la loro essenza, estranei alle caratteristiche relazioni umane del feudalesimo, continuarono ad avere un posto troppo considerevole nel seno stesso della nuova struttura perch sia possibile escluderli dalla sua rappresentazione. Disgraziatamente, lo studio di essi  difficile. Non senza ragione, nell'antica Francia, la comunit familiare delle campagne veniva designata col nome di comunit "tacita", ossia "silenziosa".  nella stessa natura dei rapporti tra consanguinei il far a meno di scritti. Se pur vi si ricorse in via eccezionale, tali carteggi, d'uso quasi esclusivo delle classi nobili, sono andati per la maggior parte distrutti. Almeno, prima del secolo XIII. Sino a quel tempo, infatti, gli archivi conservatici sono quasi esclusivamente quelli delle chiese. Ma l'ostacolo non  solo qui. Un quadro d'insieme delle istituzioni feudali pu essere legittimamente tentato poich, nate nello stesso momento in cui si andava realmente costituendo un'Europa, si estesero, senza fondamentali differenze, all'intero mondo europeo. Le istituzioni di parentela erano, al contrario, per ciascuno dei gruppi di origini diverse che il destino aveva condotto a vivere fianco a fianco, il retaggio singolarmente tenace del proprio passato particolare. Si raffronti, ad esempio, la quasi uniformit delle regole relative alla eredit del feudo militare con l'infinita variet di quelle che fissavano la trasmissione degli altri beni. Nella nostra esposizione ci accontenteremo necessariamente di metter l'accento su alcune grandi correnti.
In tutta l'Europa feudale, dunque, esistono gruppi di consanguinei. Le parole che servono a indicarli sono molto fluttuanti; in Francia, ordinariamente parent o lignage. All'opposto, i vincoli stretti in tal modo sono considerati come di un vigore estremo. Un termine  particolarmente significativo. In Francia, per parlare dei consanguinei, si dice di solito gli amis, semplicemente, e nella Germania Freunde: "I suoi amici - dice nel secolo XI un documento dell'Ile-de-France - cio sua madre, i suoi fratelli, le sorelle e gli altri parenti per sangue o matrimoni"(117). Solo per un'assai rara preoccupazione di esattezza talvolta viene precisato: "Gli amici carnali". Quasi che, in realt, ci fosse amicizia vera solo tra persone unite pel sangue!
L'eroe meglio servito  quello al quale i guerrieri sono congiunti o per mezzo della nuova e propriamente feudale relazione di vassallaggio. o per la vecchia relazione di parentela: due legami che vengon solitamente messi sul medesimo piano, poich, di eguale vigore, sembra primeggino su tutti gli altri. Magen und Mannen: l'allitterazione , nell'epoca germanica, quasi un proverbio. Ma la poesia non , in proposito, la sola garante e, ancora nel secolo XIII, il sagace Joinville sapeva perfettamente che la schiera di Guy de Mauvoisin fece prodigi di valore, a Mansura, solo per essere stata interamente composta di uomini ligi al capo o di cavalieri della sua schiatta. Allorch le due solidariet si confondono, la devozione raggiunge la pi alta vetta: cos accadde, secondo le "gesta", al duca Bgue, i cui mille vassalli erano "tutti di una sola famiglia". Da che trae la sua potenza un barone, non importa se di Normandia o di Fiandra, stando alla testimonianza dei cronisti? dai suoi castelli, senza dubbio, dalle belle rendite sonanti, dal numero dei suoi vassalli, ma anche da quello dei parenti. La medesima cosa accade, pi in basso, lungo tutta la scala sociale. Erano semplici mercanti quei borghesi di Gand che disponevano, come diceva uno scrittore che li conosceva bene, di due grandi forze: "le loro torri" - torri patrizie, le cui mura di pietra, nelle citt, gettavano una fitta ombra sulle umili case di legno del volgo - e "i loro parenti". Erano, almeno in parte, semplici uomini liberi, caratterizzati dal modesto guidrigildo di 200 scellini, e probabilmente soprattutto dei contadini, i componenti di quei parentadi contro cui, nella seconda met del secolo X, le genti di Londra si dichiararono pronte a muovere guerra, "se ci impediscono di esercitare i nostri diritti, costituendosi protettori dei ladroni"(118).
Tradotto davanti a un tribunale, l'uomo trovava nei parenti i suoi sostenitori naturali. Dove tale antica procedura germanica sussisteva ancora, i "co-giuranti", il cui giuramento collegiale era sufficiente a mandar assolto l'imputato o a confermare l'accusa del querelante, venivano scelti fra gli "amici carnali", come imponevano ora le regole ora le convenienze: tali a Usagre, nella Castiglia, i quattro parenti chiamati a Giurare con la donna che si dicesse vittima di uno stupro(119).
Si preferiva, invece, come mezzo di prova, il duello giudiziario? Il Beaumanoir scrive che, in via di principio, non poteva esser chiesto che da una sola delle parti. Con due eccezioni, tuttavia: era permesso al vassallo fedele chiedere di combattere pel suo signore e chiunque lo poteva fare, se era in causa qualcuno della sua schiatta. Ancora una volta, le due relazioni appaiono sul medesimo piano. Cos, nella Chanson de Roland, il parentado di Gano delega uno dei suoi per entrare in lizza contro l'accusatore del traditore. Nella Chanson, del resto, la solidariet va ancora molto pi lontana. Dopo la disfatta del loro campione, i trenta consanguinei che lo hanno "cauzionato" vengono impiccati, in grappolo, all'albero del Bois Maudit. Esagerazione di poeta, certamente: l'epopea era una lente d'ingrandimento. Ma le sue invenzioni potevan sperare di incontrare il favore del pubblico solo se lusingavano il sentimento comune. Verso il 1200, il siniscalco di Normandia, rappresentante di un diritto pi progredito, fece fatica a impedire ai suoi agenti di comprendere nella punizione, insieme col criminale, tutta la sua parentela(120). Tanto l'individuo e il gruppo apparivano inseparabili!
Il parentado era a suo modo, oltre che un appoggio, un giudice. Ad esso, se dobbiam credere alle "gesta", si volgeva il pensiero del cavaliere, nel giorno del pericolo. "Venite in mio soccorso - Ch'io non commetta vilt - Che sia rimproverata al mio lignaggio": con queste parole Guglielmo d'Orange implora ingenuamente la Vergine(121); e, se Rolando ricusa di chiamare in suo aiuto l'esercito di Carlo Magno,  solo per timore che per causa sua i suoi congiunti siano biasimati. L'onore o il disonore di uno dei membri si rifletteva su tutta la piccola collettivit.
Tuttavia, i legami del sangue manifestavano tutta la loro forza soprattutto nella vendetta.


2. La vendetta.

Quasi tutto il Medioevo, e l'ra feudale in particolar modo, vissero sotto il segno della vendetta privata. Beninteso, essa spettava, anzitutto, come il pi sacro dei doveri, all'individuo leso: anche oltre la morte. Uscito da una di quelle borghesie cui la loro indipendenza, anche nei confronti dei grandi stati, permise una lunga fedelt ai punti d'onore tradizionali, un ricco fiorentino, Velluto di Buonchristiano, ferito a morte da uno dei suoi nemici, fece, nel 1310, testamento. In quest'atto che, opera di religioso ossequio oltre che di saggia amministrazione, sembrava in quel tempo destinato innanzi tutto ad assicurare con devote liberalit la salvezza dell'anima, egli non teme affatto di inserire un lascito a beneficio del suo vendicatore, se mai ne fosse sorto uno(122).
L'uomo isolato, tuttavia, poteva fare ben poco. Inoltre, quel che, molto spesso, si doveva far espiare, era una morte. Entrava allora in azione il gruppo familiare e nasceva la "faida", secondo l'antico termine germanico che si diffuse a poco a poco in tutta l'Europa: "La vendetta dei parenti che chiamiamo faida", dice un canonista tedesco(123). Nessun obbligo morale appariva pi sacro. Nella Fiandra, verso la fine del secolo XII, viveva una nobile donna, il cui marito e i due figli erano stati uccisi dai loro nemici; la vendetta teneva in agitazione il paese. Un sant'uomo, il vescovo di Soissons Arnoul, venne ad implorare la riconciliazione. Per non ascoltarlo, la vedova fece alzare il ponte levatoio. Presso i Frisoni, lo stesso cadavere gridava vendetta: si disseccava, sospeso nella casa, sino al giorno in cui, compiuta la faida, i parenti acquistavano il diritto di seppellirlo(124). Perch in Francia, negli ultimi decenni del secolo XIII, il saggio Beaumanoir, servitore di re, perfetti custodi della pace, riteneva desiderabile che ciascuno sapesse calcolare i gradi di parentela? Perch - diceva - nelle guerre private fosse possibile chiedere "l'aiuto del proprio amico".
Tutto il lignaggio, raccolto di solito agli ordini di un "capitano della guerra", si armava dunque per punire l'uccisione o la semplice ingiuria di uno dei suoi. E non solamente contro l'autore del torto. Alla solidariet attiva rispondeva, egualmente forte, una solidariet passiva. Non era affatto necessaria, nella Frisia, la morte dell'assassino, per seppellire il cadavere ormai placato; bastava quella di un membro della sua famiglia. E se, come ci vien riferito, Velluto trov infine, ventiquattro anni dopo il suo testamento, il sospirato vendicatore in uno dei suoi consanguinei, a sua volta l'espiazione colp, non il colpevole, ma un suo parente. Nulla attesta la potenza e la durata di queste rappresentazioni meglio di una sentenza, relativamente tardiva, del Parlamento di Parigi. Nel 1260, un cavaliere, Louis Defeux, ferito da un certo Thomas d'Ouzouer, cit il suo aggressore dinanzi alla Corte. L'accusato non neg il fatto, ma dichiar di esser stato attaccato, un po' di tempo prima, da un nipote della sua vittima. Che cosa gli rimproveravano? Non aveva, conforme alle ordinanze regie, atteso quaranta giorni prima di compiere la propria vendetta? - Era il tempo stimato necessario perch i parenti fossero debitamente avvertiti del pericolo. - D'accordo, replic il cavaliere; ma le azioni di mio nipote non mi riguardano. L'argomento non era valido: l'atto di un individuo coinvolgeva tutta la parentela. Cos almeno decisero i giudici del pio e pacifico san Luigi. Poich il sangue chiamava, in tal modo, il sangue, interminabili contese, nate spesso da futili motivi, gettavano l'una contro l'altra le case nemiche. Nel secolo XI una disputa tra due nobili case di Borgogna, iniziata un giorno di vendemmie, si prolung per una trentina d'anni; sin dai primi combattimenti uno dei partiti aveva perduto pi di undici uomini(125).
Di queste faide, le cronache hanno ritenuto soprattutto le lotte tra grandi stirpi cavalleresche: come "l'inestinguibile odio", mescolato ad atroci tradimenti, che, nella Normandia del secolo XII, mise di fronte i Giroie e i Talvas(126). Nei racconti salmodiati dai giullari i signori ritrovavano l'eco delle loro passioni, ingrandite sin alla epopea. Le vendette dei "Lorenesi" contro i "Bordolesi", del parentado di Raoul di Cambrai contro quello di Erberto di Vermandois, costituiscono la materia di alcune fra le nostre gesta pi belle. Il colpo mortale inferto, un giorno di festa, da uno dei figlioli di Lara ad un congiunto di sua zia, gener tutta la serie di uccisioni che, concatenate l'una all'altra, formano la trama di un celebre cantar spagnuolo. Ma dall'alto al basso della gerarchia sociale trionfavano i medesimi costumi. Senza dubbio, quando, nel corso del secolo XIII, la nobilt si fu definitivamente costituita in corpo ereditario, mir a riservarsi come un segno d'onore tutte le forme del ricorso alle armi. I poteri pubblici - come la corte comitale del Hainaut nel 1276(127) - e la dottrina giuridica l'assecondarono volentieri; per simpatia verso i pregiudizi nobiliari, ma anche perch i principi o i giuristi, preoccupati di stabilire la pace, provavano, pi o meno oscuramente, il bisogno di mettersi dalla parte del pi forte. Non era n praticamente possibile, n quasi moralmente concepibile imporre a una casta guerriera la rinuncia a qualsiasi forma di vendetta; sarebbe stato gi molto ottenerla almeno dal resto della popolazione. In tal modo la violenza diventava un privilegio di classe: se non altro, in via di principio. Gli stessi scrittori infatti, i quali, come Beaumanoir, reputano che "solo i gentiluomini posson guerreggiare", ci lasciano poche illusioni sulla reale portata di questa regola. Arezzo non era la sola citt in cui san Francesco avrebbe potuto, come appare negli affreschi della basilica di Assisi, esorcizzare i demoni della discordia. Se le prime costituzioni urbane ebbero come massima preoccupazione la pace e apparvero, sostanzialmente, conforme al nome che talvolta si davano, atti di "pace", ci fu dovuto soprattutto al fatto che le nascenti borghesie, fra molte altre cause di discordie, erano tormentate, come dice ancora il Beaumanoir, "dalle contese o risentimenti spingenti una stirpe contro l'altra". Quel poco che conosciamo della vita nascosta delle campagne rivela l'esistenza di uno stato di cose simile.
Questi sentimenti tuttavia non regnavano assolutamente incontrastati. Cozzavano contro altre concezioni: l'orrore pel sangue, insegnato dalla Chiesa: la tradizionale nozione di pace pubblica; soprattutto, il bisogno di questa pace. Leggeremo pi avanti la storia dello sforzo doloroso verso la tranquillit interna che, durante tutta l'et feudale, fu uno dei sintomi pi evidenti dei mali contro cui, con maggiore o minore fortuna, esso tent di reagire. Gli "odi mortali" - l'unione delle due parole aveva acquistato un valore quasi tecnico - generati senza posa dai vincoli familiari, costituivano incontestabilmente una delle principali cause della turbolenza generale. Ma, essendo parte integrante di un codice morale a cui, nel segreto del cuore, i pi ardenti apostoli dell'ordine rimanevano certamente fedeli, solo qualche utopista poteva sognarne la radicale abolizione. Pur fissando delle tariffe o dei luoghi vietati all'esercizio della violenza, qualunque essa fosse, molte convenzioni di pace riconoscevano esplicitamente la legittimit della faida. La maggioranza dei poteri pubblici non ag altrimenti. Si sforzarono di proteggere gli innocenti contro i pi stridenti abusi della solidariet collettiva e stabilirono termini di messa in guardia. Mirarono a distinguere i semplici brigantaggi compiuti al servizio di un'espiazione(128) dalle rappresaglie autorizzate. Tentarono talvolta di limitare il numero e la natura dei torti suscettibili di essere lavati nel sangue: secondo le ordinanze normanne di Guglielmo il Conquistatore, solo l'uccisione di un padre o di un figlio. Osarono con sempre maggior frequenza, man mano che si sentivano pi forti, prevenire la vendetta privata con la repressione sia di flagranti delitti, sia di misfatti che cadevano sotto gli articoli delle violazioni della pace. Si adoperavano soprattutto a sollecitare dalle fazioni avverse, e talvolta a imporre loro, la conclusione di trattati di armistizio o di riconciliazioni, arbitrati dai tribunali. In una parola - salvo in Inghilterra, dove, dopo la conquista normanna, la scomparsa di ogni diritto legale di vendetta fu uno degli aspetti della "tirannide" regia - si limitarono a moderare gli eccessi di usanze che non potevano n forse desideravano impedire. Inoltre, le stesse procedure giudiziarie, quando per caso la parte lesa le preferiva alla azione diretta, non eran altro che vendette regolarizzate. Si consideri, nel caso di omicidio volontario, la significativa divisione di attribuzioni prescritta, nel 1232, dallo statuto municipale di Arques, nell'Artois; al signore, i beni del colpevole; il suo corpo, perch sia ucciso, ai parenti della vittima(129). La facolt di impegnare un'azione giudiziaria spettava, quasi sempre, esclusivamente ai parenti(130); e, nello stesso secolo XIII, nelle citt e nei principati pi civili, per esempio in Fiandra e in Normandia, l'uccisore non poteva ricevere la grazia del sovrano e dei giudici se prima non s'era accordato col parentado.
Per quanto, infatti, apparissero rispettabili "quei vecchi rancori ben conservati", di cui parlano con compiacenza i poeti spagnuoli, non era possibile sperare che durassero in eterno. Prima o poi, come  detto nel Girart de Roussillon, bisognava bene che si finisse col perdonare la "faida dei morti". Secondo un'antichissima usanza la riconciliazione avveniva, di solito, per mezzo di un'indennit. "La lancia sul tuo petto, acquistala, se non vuoi ricevere il colpo": il consiglio di questo vecchio detto anglo-sssone non aveva perduto la sua saggezza(131).
A dir il vero, le regolari tariffe di conciliazione che le leggi barbare avevano un tempo elaborato con tanta minuzia, specialmente in materia di omicidio, la sapiente graduazione dei "prezzi dell'uomo", pi non si conservavano, e per giunta considerevolmente rimaneggiate, che in alcuni luoghi: nella Frisia, nella Fiandra, in alcune zone della Spagna. Nella Sassonia, pur generalmente conservatrice, se lo Spiegel degli inizi del secolo XIII conosce ancora una costruzione di questo genere, essa appare come un arcaismo abbastanza vano; e il "riscatto dell'uomo" che, sotto san Luigi, alcuni testi della vallata della Loira continuano a fissare a 100 soldi, veniva applicato solo in circostanze eccezionali(132). Come sarebbe potuto essere diversamente? Ai vecchi diritti etnici si erano sostituite usanze di gruppo, ormai comuni a popolazioni di opposte tradizioni penali. Le autorit pubbliche, in passato interessate al rigoroso pagamento delle somme prescritte, dacch ne percepivano una parte, durante l'anarchia dei secoli X e XI avevano perso la forza di reclamare qualche cosa. Infine, e soprattutto, quelle distinzioni di classi su cui riposavano gli antichi calcoli avevan subito profonde alterazioni. Ma la scomparsa di tariffe fisse non colpiva l'usanza del riscatto. Quest'ultimo continu, sino alla fine del Medioevo, a far concorrenza alle pene afflittive, messe in onore dal movimento delle paci, come pi idonee a spaventare i criminali. Solo che il prezzo dell'ingiuria o del sangue - a cui talvolta si aggiungeva, in favore dell'anima defunta, quello di pie fondazioni - veniva d'ora innanzi decretato, in ogni caso particolare, per accordo, arbitrato o decisione giudiziaria. Per non citare che due esempi, scelti ai due estremi della gerarchia sociale, verso il 1160 il vescovo di Bayeux ricevette una chiesa da un parente del signore che gli aveva ucciso la nipote e, nel 1227, una contadina di Sens riscosse dall'uccisore del marito una piccola somma di denaro(133).
Il pagamento che poneva fine alla faida interessava, come la faida stessa, interi gruppi. In verit, quando si trattava di un semplice torto, pare si fosse molto anticamente stabilito l'uso di limitare la compensazione all'individuo leso. Se si trattava invece di un'uccisione o di una mutilazione, al parentado della vittima spettava in tutto o in parte il prezzo dell'uomo. In ogni caso, quello del colpevole concorreva al pagamento: in virt di una obbligazione strettamente legale e secondo le norme tracciate in anticipo, in quei luoghi ove le tariffe regolari erano rimaste in vigore: altrove decideva la consuetudine, o forse la semplice convenienza, del resto tutt'e due abbastanza obbligatorie perch le autorit pubbliche riconoscessero loro quasi forza di legge. "Della finanza degli amici": cos i chierici della cancelleria di Filippo il Bello - trascrivendo nel loro formulario un decreto regio che ordinava la fissazione, dopo un'inchiesta sulla legislazione d'uso, della quota dei diversi "amici carnali" chiamati a simile regolamento - intitolavano questo tipo di atto, di cui ritenevano certamente di dover fare un uso frequente(134).
Inoltre, il pagamento di un'indennit non era sufficiente, di solito, a suggellare il trattato. Occorreva un rito di ammenda onorevole o, piuttosto, di sottomissione, nei confronti della vittima o dei suoi. Pi spesso, almeno tra persone di grado relativamente elevato, esso assumeva la forma del gesto di subordinazione pi denso di significato allora conosciuto: l'omaggio "di bocca e di mani". Anche in questo caso, stavano di fronte non tanto individui quanto gruppi. Quando nel 1208 il maire dei monaci di Saint-Denis, ad Argenteuil, concluse la pace con quello del sire di Montmorency, da lui ferito, dovette condurre con s, per l'omaggio espiatorio, ventinove suoi "amici"; e, nel marzo 1134, dopo l'assassinio del vice-decano di Orlans, si videro tutti i parenti del morto riuniti per ricevere gli omaggi, non solo di uno degli uccisori, dei suoi complici e dei suoi vassalli, ma anche dei "migliori del suo parentado": in tutto, duecentoquaranta persone(135). In tutti i modi, l'atto di un uomo si propagava, nella sua famiglia, in onde collettive.


3. La solidariet economica.

L'Occidente feudale riconosceva, unanimemente, la legittimit del possesso individuale. Ma in pratica, la solidariet del lignaggio si prolungava, frequentemente, in societ di beni.  Ovunque, nelle campagne, numerose frrches(136) raggruppavano, attorno al medesimo "fuoco" e alla stessa "pentola" e sui medesimi campi indivisi, parecchie famiglie imparentate tra loro. Il signore incoraggiava spesso o imponeva l'uso di queste "compagnie", perch giudicava vantaggioso considerarne i membri come solidali, per amore o per forza, negli obblighi censuari. In gran parte della Francia, il regime di successione del servo non conosceva altro sistema di devoluzione che la continuazione di una gi esistente comunit. Se l'erede naturale, il figlio o talora il fratello, aveva abbandonato il focolare collettivo prima dell'inizio della successione, i suoi diritti allora, e solamente allora, venivan meno dinanzi a quelli del padrone. Queste consuetudini eran senza dubbio meno generali nelle classi pi elevate, poich il frazionamento diventa necessariamente pi facile con l'aumentare della ricchezza; forse soprattutto perch le rendite del signore mal si distinguevano dai poteri di comando, che per natura si prestavano, meno comodamente, ad essere esercitati in forma collegiale. Tuttavia, molti piccoli signori, specialmente nel centro della Francia e in Toscana, praticavano al pari dei contadini la comunanza dei beni, sfruttando in comune il patrimonio, vivendo tutti insieme nel castello avito o almeno avvicendandosi nella sua guardia. Erano i "consociati dalla cappa bucata", di cui uno di essi, il trovatore Bertran de Born, fu il simbolo stesso dei cavalieri poveri: tali, ancora nel 1251, i trentun comproprietari di una fert del Gvaudan(137).
Qualora, per caso, uno straniero ottenesse di aggiungersi al gruppo, sia che si trattasse di plebei o di personaggi nobili, l'atto di associazione acquistava volentieri la forma di una fittizia "fraternit": come se non ci fosse altro contratto veramente solido che quello che, non potendo appoggiarsi sul sangue, ne imitava almeno i vincoli. Gli stessi grandi baroni non sempre ignoravano queste abitudini di comunanza: attraverso pi generazioni, i Bosnidi, signori delle contee provenzali, pur riservando ad ogni ramo la sua particolare zona d'influenza, considerarono indiviso il governo generale del feudo e tutti, uniformemente, si fregiavano del medesimo titolo di "conte" o "principe" dell'intera Provenza.
D'altra parte, anche quando il possesso era chiaramente individualizzato, non per questo sfuggiva a qualsiasi vincolo familiare. Tra due termini che noi incliniamo a giudicare antinomici, questa epoca di "partecipazione" giuridica non vedeva alcuna contraddizione. Proviamoci a sfogliare gli atti di vendita o di donazione conservatici, per i secoli X, XI e XII, dagli archivi ecclesiastici. L'alienatore proclama frequentemente, in un preambolo steso dai chierici, il suo diritto a disporre dei propri beni, in piena libert. Tal era, infatti, la teoria della Chiesa. Senza posa arricchita dai doni, custode del destino delle anime, come avrebbe ammesso che venisse opposto qualche ostacolo ai fedeli, desiderosi di assicurare, con pie generosit, la loro salvezza o quella dei loro cari? Nello stesso senso erano orientati gli interessi dell'alta aristocrazia, il cui patrimonio si ingrandiva per cessioni di terre pi o meno volontariamente accettate dagli umili. Non a caso, la legge sssone, sin dal secolo IX, enumerando le circostanze in cui l'alienazione, quand'anche avesse avuto per conseguenza il diseredamento della parentela, era permessa, inseriva, accanto alle liberalit verso le chiese e il re, il caso del povero diavolo che, "stretto dalla fame", avesse posto come condizione di essere nutrito dal potente a cui cedeva il suo campicello(138). Quasi sempre, tuttavia, documenti o notizie, per quanto faccian risonare alto i diritti dell'individuo, non mancano di ricordare poi il consenso dei diversi parenti del venditore o del donatore. Queste approvazioni sembravano necessarie a tal punto che, nella maggior parte dei casi, non si esitava a rimunerarle. Accadeva talvolta che qualche parente, non essendo stato a suo tempo consultato, pretendesse, dopo molti anni, di considerar nulla la convenzione? Coloro che ne avevan beneficiato imprecavano all'ingiustizia o all'empiet, spesso portavano la controversia dinanzi a un tribunale e vincevano la causa(139). Tuttavia, nove volte su dieci, eran costretti alla fine, nonostante proteste e giudizi, ad addivenire a una composizione. S'intende che non si trattava, come nelle nostre legislazioni, di una protezione offerta agli eredi, nel senso rigoroso del termine. Senza che nessun principio fisso limitasse la cerchia di cui sembrava richiesto l'assenso, accadeva di solito che intervenissero dei collaterali, nonostante la presenza di discendenti, o che, in un medesimo ramo, le diverse generazioni fossero concorrentemente chiamate ad approvare. Anche quando moglie, figli e sorelle gi avevano accettato, l'ideale stava nel procurarsi - e lo vediamo nel caso di un sergente di Chartres - il consenso favorevole "del maggior numero possibile di parenti e prossimi"(140). Tutta la parentela si sentiva lesa, quando un bene usciva dalle sue mani.
Tuttavia, dopo il secolo XII, a usanze spesso incerte ma sottomesse a qualche grande idea collettiva, si sostitu a poco a poco un diritto pi preoccupato di rigore e di chiarezza. D'altra parte, le trasformazioni dell'economia rendevano sempre meno sopportabili gli intralci opposti agli scambi. Sino a poco tempo prima le vendite immobiliari erano state assai rare; la loro stessa legittimit, secondo l'opinione comune, sembrava contestabile, se non avevano quale scusante una grande "povert". Se l'acquirente era una chiesa, si camuffavano volentieri da elemosina. O, pi propriamente, il venditore si attendeva da questa apparenza, solo per met fallace, un doppio guadagno: in questo mondo, il prezzo, inferiore forse a quello che sarebbe stato in assenza di ogni altra rimunerazione; nell'altro, la salvezza ottenuta dalle preghiere dei servi di Dio. Adesso, la semplice vendita stava diventando invece una operazione frequente e apertamente confessata. Per renderla libera in modo assoluto, in societ di tipo eccezionale, occorsero certo lo spirito commerciale e l'audacia di alcune grandi borghesie. Fuori di questi ambienti, ci si accontent di dotarla di un diritto proprio, nettamente distinto da quello della donazione: diritto soggetto ancora a pi di una limitazione, ma meno ristretto che in passato e assai meglio definito. Si mir in un primo tempo ad esigere che, prima di qualsiasi cessione a titolo oneroso, il bene fosse l'oggetto di un'offerta preliminare, a profitto dei parenti: per lo meno se gi proveniva da una eredit, restrizione per s grave e che doveva essere duratura(141). Poi, dall'inizio del secolo XIII in poi, una volta fatta la vendita, ci si limit a riconoscere ai membri della parentela, secondo un ordine e un raggio stabilito, la facolt di sostituirsi all'acquirente, rifondendo il prezzo gi pagato. Nella societ feudale non ci fu istituzione pi universale di questo "riscatto di famiglia". Eccettuata la sola Inghilterra(142) - e ancora riserva fatta per alcune sue usanze urbane - trionf dalla Scozia all'Italia. N vi fu istituzione pi solida: in Francia, solo la Rivoluzione doveva abolirla. In tal modo, attraverso i tempi, si perpetuava, sotto forme a un tempo meno fluttuanti e pi attenuate, l'imperio economico della famiglia.




Capitolo secondo
Carattere e vicissitudini del vincolo di parentela


1. La realt della vita familiare.

Sarebbe tuttavia un grave errore concepire la vita intima del lignaggio, a onta della sua forza d'appoggio e di costrizione, con tinte uniformemente idilliche. Il fatto che le parentele movessero volentieri in faide l'una contro l'altra non sempre impediva il sorgere, nel loro stesso seno, delle pi atroci contese. Per quanto il Beaumanoir consideri spiacevoli le guerre tra parenti, non le giudica visibilmente come eccezionali n, salvo tra fratelli di un medesimo letto, come rigorosamente interdette. Basta interrogare in proposito la storia delle case principesche, seguire, per esempio, di generazione in generazione, il destino degli Angi, veri Atridi del Medioevo: la guerra "pi che civile" che, per sette anni, gett contro il conte Folco III Nerra il figlio, Goffredo II Martello; Folco IV il Rissoso che, dopo aver spodestato il fratello, lo chiuse in una segreta donde lo trasse, folle, solo dopo diciotto anni; sotto Enrico II, i furiosi od dei figli contro il padre; l'assassinio di Arturo, infine, per opera dello zio Giovanni. In una sfera immediatamente inferiore, troviamo le sanguinose dispute di tanti medi e piccoli signori, intorno al castello familiare. Tale, ad esempio, l'avventura di quel cavaliere delle Fiandre che, gettato fuori di casa dai suoi due fratelli, assiste al massacro della giovane moglie e del figlio, quindi uccise di sua mano uno dei due omicidi(143); e, soprattutto, le gesta dei visconti di Comborn, uno di quei racconti a tinte forti che nulla perdono a esserci stati trasmessi da un placido scrittore monastico(144).
All'inizio, ecco il visconte Archambaud, che, per vendicare la madre abbandonata, uccide uno dei fratelli di secondo letto; quindi, parecchi anni dopo, acquista il perdono del padre con l'uccisione di un cavaliere che, poco tempo prima, aveva inflitto una incurabile ferita al vecchio signore. Egli lasci a sua volta tre figli. Il primogenito, erede del viscontado, mor assai presto, lasciando come unico erede un giovanetto. Diffidando del secondo dei fratelli, aveva affidato a Bernardo, il pi giovane, la custodia delle sue terre durante la minorit del ragazzo. Il "fanciullo" Eble, giunto all'et di cavaliere, reclam invano l'eredit. Tuttavia, grazie ad amichevoli mediazioni, ottenne almeno, in mancanza di meglio, il castello di Comborn. Qui visse, il livore nel cuore, sino al momento in cui, un caso avendo messo nelle sue mani la zia, la viol pubblicamente, sperando di costringere in tal modo il marito oltraggiato a ripudiarla. Bernardo riprese la moglie e prepar la rivincita. Un bel giorno appar dinanzi alle mura con una piccola scorta, quasi per sfida. Eble, che usciva di tavola col cervello annebbiato dai fumi del vino, si lanci follemente all'inseguimento. A una certa distanza, i pretesi fuggiaschi fanno dietro-front, si impadroniscono dell'adolescente e lo colpiscono a morte. Questa tragica fine, i torti subiti dalla vittima, soprattutto la sua giovinezza, commossero il popolo: per parecchi giorni, sulla sua sepoltura provvisoria, nel luogo stesso ove era caduto, vennero poste offerte, come sulla tomba di un martire. Ma lo zio spergiuro e assassino, e dopo di lui i suoi discendenti, conservarono tranquillamente fortezza e feudo.
Non gridiamo alla contraddizione. In quei secoli di violenza e di nervosismo, dei legami sociali potevano essere considerati fortissimi o apparir spesso tali, e nondimeno trovarsi alla merc di un impeto passionale. Ciononostante, al di l di queste brutali discordie, provocate sia dalla cupidigia che dalla collera, nelle pi normali circostanze, un assai vivo senso collettivo si conciliava facilmente con un mediocre affetto alle persone. Com'era forse naturale in una societ ove il parentado era soprattutto concepito come un mezzo di reciproco aiuto, l'insieme aveva pi importanza delle parti, singolarmente prese. Allo storico ufficiale, stipendiato da una grande famiglia baronale, dobbiamo il ricordo di una caratteristica frase pronunciata un giorno dal capostipite della casata. Poich Jean, maresciallo d'Inghilterra, si rifiutava, nonostante le promesse, di rendere al re Stefano una delle sue fortezze, i suoi nemici lo minacciarono di far giustiziare sotto i suoi occhi il figlioletto, che aveva appena dato in ostaggio: "Che m'importa del fanciullo - rispose il buon signore - non posseggo forse ancora le incudini e i martelli per foggiarne di migliori?"(145). Il matrimonio era spesso una semplice associazione di interessi e, per le donne, una istituzione protettiva. Ascoltate, nel Cantar de mio Cid, le figlie dell'eroe, a cui il padre ha comunicato di averle promesse ai figli di Carrin. Le giovinette che, ben s'intende, non hanno mai veduto i loro fidanzati, ringraziano: "Quando ci avrete maritate, saremo delle ricche dame". Queste concezioni erano tanto forti che, presso popoli profondamente cristiani, portarono con s una strana e duplice antinomia tra i costumi e le leggi religiose.
La Chiesa era mediocremente favorevole alle seconde e terze nozze, quando non vi era nettamente ostile. In ogni grado della societ, tuttavia, il rimaritarsi costituiva quasi una regola: senza dubbio, per la preoccupazione di mettere la soddisfazione della carne sotto il segno del sacramento; ma anche, quando l'uomo moriva per primo, perch l'isolamento pareva per la donna un pericolo troppo grande e il signore, d'altra parte, vedeva in ogni terra ove non rimanessero eredi maschi una minaccia al buon ordine dei servigi. Quando nel 1119, dopo l'annientamento della cavalleria di Antiochia al Campo del Sangue, il re Baldovino II di Gerusalemme si preoccup di riorganizzare il principato, si fece egualmente dovere di conservare agli orfani la loro eredit e di procurare alle vedove dei nuovi sposi. E, di sei cavalieri morti in Egitto, Joinville nota con semplicit: "per cui convenne che le loro mogli si risposassero tutte e sei"(146). Talvolta la stessa autorit del signore interveniva imperiosamente perch fossero "provviste di mariti" le contadine a cui una vedovanza inopportuna impediva di coltivare bene i loro campi o di fornire le corves prescritte.
La Chiesa, d'altro lato, proclamava l'indissolubilit del vincolo coniugale. Ci non impediva affatto, soprattutto nelle classi pi elevate, frequenti ripudi, spesso ispirati dalle pi banali ragioni. Ne posson fornire una prova, tra mille, le avventure matrimoniali di Jean le Marchal, narrate sempre sullo stesso tono uniforme dal trovero al servizio dei suoi figli. Egli aveva sposato una donna di alto lignaggio, dotata, se vogliamo credere al poeta, di tutte le doti d'anima e di corpo: "con grande gioia vissero insieme". Ma, disgraziatamente, aveva anche un "forte vicino", con cui la prudenza consigliava di imparentarsi. Ripudi la sua amabile sposa e si un alla sorella di quel pericoloso personaggio.
Tuttavia, mettere il matrimonio al centro del gruppo familiare significherebbe senza dubbio deformare di molto le realt dell'et feudale. La donna apparteneva solo per met alla famiglia ove il destino l'aveva fatta entrare, forse per poco tempo. "Tacete, - dice rudemente Garin il Lorenese alla vedova del fratello assassinato, che sul cadavere piange e si lamenta, - un nobile cavaliere vi riprender... il grande dolore  per me"(147). Se nel Nibelungenlied, relativamente tardivo, Krimilde vendica sui fratelli la morte di Siegfried, suo primo marito - senza che, d'altronde, la legittimit di quest'atto appaia menomamente certa -, nella versione primitiva pare che, al contrario, compisse la faida dei fratelli contro Attila, suo secondo marito e loro uccisore. Sia per la tonalit sentimentale che per la estensione, la parentela era tutt'altra cosa della piccola famiglia coniugale di tipo moderno. In qual modo, dunque, si definivano propriamente i suoi contorni?


2. La struttura del lignaggio.

Nel periodo feudale l'Occidente quasi pi non conosceva, se non nel suo estremo confine, al di l delle terre autenticamente feudalizzate, vaste estensioni di gentes, fortemente cementate dal sentimento, vero o falso che fosse, di una discendenza comune e, appunto per questo, delimitate con molta precisione; sulle rive del Mare del Nord, Geschlechter della Frisia o del Dithmarschen; nell'Ovest, trib o clan celtici. A quanto pare, gruppi di tale natura erano ancora esistiti presso i Germani dell'epoca delle invasioni: le farae longobarde e franche di cui porta ancor oggi il nome pi di un villaggio italiano o francese: le genealogiae alemanne e bavare che alcuni testi mostrano in possesso del suolo. Ma queste troppo estese unit s'erano un po' per volta sgretolate".
La gens romana era stata debitrice dell'eccezionale rigore del suo disegno all'assoluto primato della linea mascolina nella discendenza. Ora, nulla di simile si riscontrava nell'epoca feudale? Gi nell'antica Germania ogni individuo aveva due categorie di parenti: gli uni "della spada", gli altri "della conocchia", ed era solidale, per gradi d'altronde differenti, tanto con i secondi come coi primi: come se, presso i Germani, la vittoria del principio agnatizio non fosse mai stata abbastanza completa da far scomparire qualsiasi traccia di un pi antico sistema di discendenza uterina. Malauguratamente quasi nulla sappiamo sulle tradizioni familiari indigene dei paesi assoggettati da Roma.  certo in ogni caso, checch si pensi di tali problemi di discendenza, che la parentela aveva assunto o conservato, nell'Occidente medievale, un carattere nettamente bifido. L'importanza sentimentale attribuita dall'epopea alle relazioni tra zio materno e nipote non  che una delle espressioni di un sistema in cui i vincoli di parentela dal lato femminile avevano un'importanza press'a poco simile a quelli della consanguineit paterna(148). Ne fa fede, tra l'altro, la sicura testimonianza dell'onomastica.
I nomi germanici di persona erano formati per la maggior parte dall'unione di due elementi, ciascuno dei quali aveva un suo specifico significato. Finch dur la coscienza della distinzione tra i due temi, uso frequente, pi che la regola, fu d'indicare la filiazione con uno dei componenti. Ci anche in terra romana, ove il prestigio dei vincitori aveva largamente diffuso, tra le popolazioni indigene, la imitazione della loro onomastica. Ora, era sia al padre che alla madre che veniva ricollegata press'a poco indifferentemente, con questo artificio verbale, la loro discendenza. Nel villaggio di Palaiseaw, ad esempio, all'inizio del secolo IX, il colono Teud-ricus e sua moglie Ermen-berta hanno battezzato uno dei figli Teud-hardus, un altro Erment-arius e il terzo, con doppio riferimento, Teut-bertus(149). Invalse poi l'abitudine di trasmettere, di generazione in generazione, il nome intero, alternando nuovamente i due ascendenti. In tal modo, se uno dei due figli di Lisois, signore d'Amboise, morto verso il 1065, ricevette il nome paterno, l'altro, che era il primogenito, si chiam Sulpicio, come il nonno e il fratello della madre. Pi tardi ancora, quando si incominci ad aggiungere ai prenomi un patronimico, si continu a lungo a esitare tra le due forme di trasmissione. Figlia di Jacques d'Arc e d'Isabelle Rome, "sono chiamata ora Jeanne d'Arc e ora Jeanne Rome", diceva ai suoi giudici colei che la storia conosce solo sotto il primo di questi nomi; e osservava che, nel suo paese, l'uso propendeva ad attribuire alle figlie il soprannome della madre.
Questo tipo di relazioni portava con s gravi conseguenze. Poich ogni generazione aveva in tal modo il suo cerchio di parenti assolutamente inconfondibile con quello della generazione precedente, la zona degli obblighi di parentela mutava perpetuamente di contorni. I doveri erano rigorosi; ma il gruppo troppo instabile per servire di base all'intera organizzazione sociale. Peggio ancora: quando due famiglie si urtavano, poteva avvenire che uno stesso individuo appartenesse, qui per parte del padre, l per parte della madre, a entrambe a un tempo. Su chi allora far cadere la scelta? Sul parente pi prossimo - consiglia saggiamente Beaumanoir - e, in caso di parit, astenersi. Non  dubbio che, in pratica, la decisione era dettata da preferenze personali. Ritroveremo, a proposito dei rapporti propriamente feudali, questa confusione giuridica nel caso del vassallo di due signori; caratterizzava una mentalit; alla lunga, non poteva che allentare il legame. Quale fragilit interna in un sistema familiare, che costringeva, come accadeva nel Beauvaisis nel secolo XIII, ad ammettere la legittimit della guerra tra due fratelli nati da uno stesso padre, qualora, essendo figli di madri diverse, si trovassero coinvolti in una vendetta tra le parentele materne!
Sin dove si estendevano, nell'ambito delle due famiglie, i doveri verso gli "amici carnali"? Solamente nelle collettivit rimaste fedeli alle regolari tariffe di composizione troviamo una certa esattezza nella loro delimitazione. E solo in epoca relativamente tarda se ne fissarono per iscritto le usanze. Per questo,  altamente significativo il fatto che si fissassero zone straordinariamente larghe di solidariet attiva e passiva: zone graduate, del resto, poich la tassa delle somme ritenure o versate variava secondo la parentela pi o meno prossima. A Sepulveda, in Castiglia, nel secolo XIII, era sufficiente avere un trisavolo in comune con la vittima, perch la vendetta compiuta sull'uccisore di un parente non potesse essere imputata a delitto. Il medesimo vincolo, secondo la legge di Audenarde, permetteva di riscuotere una parte del prezzo del sangue e, a Lilla, imponeva di contribuire al pagamento dello stesso. In quest'ultimo caso, a Saint-Omer, si esigeva l'esistenza, come ceppo comune, di un avolo di bisavolo(150). In altri luoghi, il tracciato era pi fluttuante. Tuttavia, come abbiam gi osservato, la prudenza richiedeva per le cessioni il consenso del maggior numero di consanguinei possibile. Per quanto concerne poi le comunit "silenziose" delle campagne, esse riunirono a lungo sotto il loro tetto un notevole numero di individui: sino a cinquanta nella Baviera del secolo XI, a settanta nella Normandia del secolo XV(151).
A uno sguardo pi attento non sfugge tuttavia che, a partire dal secolo XIII, sembra sia avvenuta quasi ovunque una specie di contrazione. Alle vaste parentele vediamo lentamente sostituirsi gruppi assai pi vicini alle nostre ristrette famiglie odierne. Sul finire del secolo, de Beaumanoir intuisce che la cerchia delle persone legate da un dovere di vendetta  andata restringendosi, sino a non comprendere pi, a differenza dell'epoca precedente, che i cugini nati da germani o, come raggio in cui era profondamente vivo il senso dell'obbligo, i semplici cugini germani.  significativo il fatto che, nei documenti francesi, sin dagli ultimi anni del secolo XII, esista una tendenza a limitare ai parenti pi prossimi la ricerca degli assensi familiari. Poi, invalse il sistema del diritto al riscatto. Quest'ultimo, con la sua distinzione tra beni acquisiti e beni familiari e tra questi, tra beni passibili, secondo la loro provenienza, delle rivendicazioni dei parenti, sia paterni che materni, rispondeva assai meno della antica prassi alla nozione di un lignaggio quasi infinito. Il ritmo evolutivo fu, beninteso, assai vario, secondo i luoghi. Baster indicare qui, rapidamente, le pi probabili e generali cause di una trasformazione cos greve di conseguenze.
Certamente i poteri pubblici, con la loro azione di custodi della pace, contribuirono a sgretolare la solidariet familiare; ci in parecchi modi, ma specialmente, come fece Guglielmo il Conquistatore, limitando la cerchia delle vendette legittime; e forse, soprattutto, favorendo le rinunce a qualsiasi partecipazione alla vendetta. La rinuncia volontaria alla parentela era una facolt antica e generale; ma, se permetteva di sfuggire a parecchi rischi, privava, per l'avvenire, di un appoggio concepito a lungo come indispensabile. La protezione dello Stato, una volta divenuta pi efficace, rese meno dannosi questi forjurements(152). Talvolta l'autorit non esitava ad imporli; cos, nel 1181, il conte del Hainaut, dopo un omicidio, bruci in anticipo le case di tutti i parenti del colpevole per estorcere loro la promessa di non soccorrerlo. Tuttavia, lo sgretolamento e l'assottigliamento della parentela, sia come unit economica sia come organo della faida, sembra siano derivati, soprattutto, da pi profondi cambiamenti sociali. I progressi degli scambi portavano a limitare i vincoli familiari sui beni; quelli della vita di relazione provocavano la scissione di collettivit troppo vaste, che, nell'assenza di qualsiasi stato civile, non potevano conservare il sentimento della loro unit se non rimanendo raggruppate in un medesimo luogo. In questo senso, le invasioni avevano inferto un colpo quasi mortale ai Geschlechter dell'antica Germania, pur costituiti in forma pi solida. Le gravi scosse subite dall'Inghilterra - incursioni e migrazioni scandinave, conquista normanna - molto influirono, senza dubbio, sulla precoce rovina dei vecchi quadri familiari. In quasi tutta l'Europa, all'epoca dei grandi dissodamenti, l'attrazione dei nuovi centri urbani e dei villaggi fondati sui terreni dissodati infranse certamente molte comunit contadine. Non a caso, per lo meno in Francia, le frrches si mantennero pi a lungo nelle province pi povere.
 singolare, ma non inesplicabile, che quest'epoca, in cui cominciarono cos a frazionarsi le ampie parentele degli anni precedenti, abbia assistito precisamente all'apparizione dei nomi di famiglia, sotto una forma, del resto, ancora molto rudimentale. Come le gentes romane, i Geschlechter della Frisia e del Dithmarschen possedevano ciascuno la loro etichetta tradizionale. Altrettanto si dica, nell'epoca germanica, delle dinastie dei capi, dotate anch'esse di un carattere ereditariamente sacro. Invece, le famiglie dell'et feudale rimasero per lungo tempo stranamente anonime: senza dubbio, a causa dei loro contorni indecisi, ma anche perch troppo note erano le genealogie affinch si sentisse il bisogno di un aiuto verbale alla memoria. Poi, soprattutto a partire dal secolo XII, si introdusse di frequente l'abitudine di aggiungere, al nome unico sino allora in uso - il prenome odierno - un soprannome o, talvolta, un secondo prenome. Il disuso in cui erano caduti a poco a poco gli antichi nomi, e anche l'aumento della popolazione, avevano moltiplicato nella maniera pi imbarazzante le omonimie. Contemporaneamente, le trasformazioni del diritto, ormai familiare con l'atto scritto, e quelle di una mentalit assai pi avida che in passato di chiarezza rendevano sempre meno tollerabili le confusioni nate da questa povert di materiale onomastico, e spingevano alla ricerca di mezzi di distinzione. Non si trattava ancora, tuttavia, che di segni distintivi individuali, Solamente quando il secondo nome, qualunque ne fosse la forma, divenuto ereditario, si trasform in patronimico, venne compiuto il passo decisivo.  significativo il fatto che l'uso delle designazioni veramente familiari sia sorto dapprima nelle sfere dell'alta aristocrazia, in cui l'individuo era a un tempo pi mobile e pi desideroso, quando si allontanava, di non perder l'appoggio del gruppo. Nella Normandia del secolo XII, si parlava gi correntemente dei Giroie e dei Talvas; nell'Oriente latino, verso il 1230, di "quelli del lignaggio che hanno il soprannome di Ybelin"(153). Poi il movimento guadagn le borghesie urbane, anch'esse abituate agli spostamenti e portate, per necessit del commercio, a temere qualsiasi pericolo di errori sulle persone o sulle famiglie, che coincidevano spesso con associazioni d'affari. Infine, si propag nel complesso della societ.
Va precisato tuttavia che i gruppi dotati di un simile contrassegno non possedevano n una chiara determinazione, n una estensione paragonabile a quella delle antiche parentele. La trasmissione, talvolta oscillante, come abbiamo visto, tra le due famiglie, paterna o materna, era suscettibile di interruzioni. I rami, dividendosi, finivano spesso per essere conosciuti sotto differenti nomi. I servitori, invece, lo erano sotto il nome del rispettivo padrone. Insomma, piuttosto che di nomi gentilizi si trattava, seguendo l'evoluzione generale dei legami del sangue, di soprannomi di casate, la cui continuit dipendeva dal caso pi insignificante sopravvenuto nel destino del gruppo o dell'individuo. Solo molto pi tardi, con lo stato civile, la rigida eredit venne imposta dai poteri pubblici, desiderosi di facilitare in tal modo il loro compito civile e amministrativo. Cosicch l'immutabile cognome, assai posteriore alle ultime vicissitudini della societ feudale e che oggi riunisce sotto un segno comune uomini spesso estranei a ogni vivo sentimento di solidariet, doveva alla fine essere, in Europa, la creazione non dello spirito di lignaggio, ma dell'istituzione pi fondamentalmente contraria a esso; lo Stato sovrano.


3. Vincoli del sangue e feudalesimo.

Dobbiamo, d'altra parte, guardarci dall'immaginare una regolare emancipazione dell'individuo, sin dai lontani tempi tribali. Sembra accertato che, nell'epoca dei regni barbarici, almeno sul continente, le vendite siano state assai meno dipendenti dalla buona volont dei parenti di quanto non dovessero diventarlo nella prima et feudale. Altrettanto dicasi delle disposizioni a causa di morte. Nei secoli VIII e IX, ora il testamento romano, ora vari sistemi sviluppatisi dalle usanze germaniche, permettevano all'uomo di regolare da solo, con una certa libert, la devoluzione dei suoi beni. A partire dal secolo XI, salva che in Italia e in Spagna - entrambe, com' noto, eccezionalmente fedeli alla lezione dei vecchi diritti scritti -, questa facolt sub una vera eclissi. Le liberalit, fossero pur destinate a non avere pi che effetti postumi, ormai non rivestivano che la forma di donazioni, sottoposte per natura all'assenso del parentado. Tutto ci non era conveniente per la Chiesa. Sotto la sua influenza, il testamento propriamente detto risorse nel secolo XII, confinato dapprima in pie elemosine, poi, con sempre maggior estensione, salvo alcune restrizioni, a profitto degli eredi naturali. Era il momento in cui, dal canto suo, l'attenuato regime di ricupero si sostituiva a quello degli assensi familiari. Lo stesso campo d'azione della faida era stato relativamente limitato dalle legislazioni degli stati nati dalle invasioni. Una volta cadute queste barriere, essa prese o riprese il suo posto di prim'ordine nel diritto penale, sino al giorno in cui fu nuovamente esposta agli assalti dei ricostituiti poteri regali o principeschi. Il parallelismo appariva, in una parola, completo sotto tutti gli aspetti. Il periodo che vide il sorgere delle relazioni di protezione e subordinazione personali, caratteristiche della struttura sociale che va sotto il norne di feudalesimo, fu stigmatizzato anche da un vero rinsaldarsi dei vincoli del sangue: dati i tempi torbidi e la mancanza di vigore nell'autorit pubblica, l'uomo acquistava una pi viva coscienza dei suoi legami coi piccoli gruppi, qualsiasi fossero, da cui solo poteva attendere aiuto. I secoli che, pi tardi, assistettero alla progressiva rovina o metamorfosi della struttura autenticamente feudale, conobbero pure, con lo sgretolamento delle grandi parentele, i prodromi di un lento declino delle solidariet familiari.
Tuttavia la parentela, anche durante la prima et feudale, non presentava uno schermo che apparisse sufficiente all'individuo minacciato dai molteplici danni di un'atmosfera di violenza. Tale non poteva essere, certamente, nella forma in cui allora si presentava, troppo vaga e troppo variabile nei suoi contorni, troppo profondamente minata, all'interno, dal dualismo delle discendenze, maschile e femminile. Per questa ragione gli uomini furono costretti a cercare o a subire altri vincoli. In proposito, c' una decisiva esperienza: solo le regioni in cui sussistettero potenti gruppi agnatizi - terre tedesche sulle rive del mare del Nord, paesi celtici delle isole - ignorarono, contemporaneamente, il vassallaggio, il feudo e la signoria rurale. La forza del lignaggio fu uno degli elementi essenziali della societ feudale: la sua relativa debolezza ne spiega l'esistenza.




Libro secondo Il vassallaggio e il feudo



Capitolo primo L'omaggio vassallatico


1. L'uomo di un altro uomo.

Essere "l'uomo" di un altro uomo: nessuna alleanza di parole era pi diffusa di questa, nel vocabolario feudale, n possedeva un senso pi completo. Comune ai dialetti romanzi e germanici, serviva a esprimere la dipendenza personale, in se stessa; qualunque fosse, per altri aspetti, la precisa natura giuridica del vincolo, e indipendentemente da qualsiasi distinzione di classe. Il conte era "l'uomo" del re, il servo quello del signore del villaggio. Talvolta, persino in uno stesso testo, a distanza di poche righe, accadeva che fossero a volta a volta richiamate condizioni sociali radicalmente differenti: un chiaro esempio se ne ha, sul finire del secolo XI, in un'istanza di monache normanne, le quali si dolevano che i loro "uomini" - vale a dire i loro contadini - fossero da un altro barone costretti a lavorare nei castelli dei suoi "uomini": nel senso di cavalieri, di vassalli(154). L'equivoco non urtava menomamente, poich, a dispetto dell'abisso esistente tra le classi, l'accento poggiava sull'elemento fondamentalmente comune: la subordinazione di un individuo a un altro.
Tuttavia, se il principio di questo legame umano impegnava l'intera vita sociale, singolarmente diverse perduravano le forme da esso rivestite, con passaggi talvolta quasi insensibili dai pi elevati ai pi umili. Si aggiungano poi parecchie divergenze da paese a paese. Ci sar comodo prendere come filo conduttore uno dei pi significativi fra questi rapporti di dipendenza: il vincolo di vassallaggio; studiarlo dapprima nella zona meglio "feudalizzata" d'Europa: il cuore dell'antico Impero carolingio, Francia settentrionale, Germania renana e sveva; sforzarci infine, prima di qualsiasi ricerca embriologica, di descrivere gli aspetti almeno pi appariscenti dell'istituzione nell'epoca della sua piena fioritura: cio nei secoli X e XII.


2. L'omaggio nell'et feudale.

Ecco, l'uno di fronte all'altro, due uomini: l'uno che vuol servire, l'altro che accetta e desidera d'essere capo. Il primo congiunge le mani e le pone, cos unite, in quelle del secondo: chiaro simbolo di sottomissione, il cui senso era talvolta ancor pi accentuato dall'atto d'inginocchiarsi. Il personaggio che offre le mani pronuncia nel medesimo tempo alcune parole, molto brevi, con le quali si riconosce "uomo" di colui che gli sta davanti. Quindi, capo e subordinato si baciano sulla bocca: simbolo di accordo e di amicizia. Questi i gesti - molto semplici e, appunto per ci, supremamente adatti a commuovere animi tanto sensibili alle apparenze - che servivano ad annodare uno dei pi forti legami sociali che abbia conosciuto l'et feudale. La cerimonia, cento volte descritta o ricordata nei testi, sui sigilli, su miniature, su bassorilievi, si chiamava omaggio (in tedesco, Mannschaft). Per designare il superiore che essa creava, si usava il semplice nome, assai generale, di "signore"(155). Il subordinato  spesso chiamato, semplicemente, "l'uomo" di questo signore. Talvolta, con maggior precisione, il suo "uomo di bocca e di mani". Ma vengono usati anche termini pi specifici: vassallo o, almeno sino agli inizi del secolo XII, accommendato.
Cos concepito, il rito era privo di qualsiasi impronta cristiana. Una simile lacuna, spiegabile in forza delle lontane origini germaniche del suo simbolismo, non poteva sussistere in una societ in cui non era quasi pi possibile ammettere come valida una promessa che non avesse per garante Dio. Lo stesso omaggio, nella sua forma, non venne mai modificato; ma, a quanto pare, sin dall'et carolingia, gli si sovrappose un secondo rito, propriamente religioso: con la mano stesa sul Vangelo o sulle reliquie, il nuovo vassallo giurava fedelt al signore. Era la cosiddetta "fede" (in tedesco Treue e, anticamente, Hulde). Il cerimoniale si svolgeva dunque in due tempi. Le due fasi, tuttavia, avevan tutt'altro che lo stesso valore.
La "fede", infatti, nulla aveva di specifico. Mille erano le ragioni che esigevano il giuramento di fedelt, in una societ sconvolta, dove la diffidenza costituiva una regola e l'appello alle sanzioni divine sembrava uno dei rari freni aventi una certa efficacia. Veniva prestato, all'atto di entrare in carica, dagli ufficiali regi o signorili di qualsiasi classe. Era volentieri richiesto dai prelati ai chierici; talvolta dai signori terrieri ai contadini. A differenza dell'omaggio che, impegnando di colpo l'uomo tutto intero, era ritenuto generalmente non rinnovabile, questa quasi banale promessa poteva esser ripetuta pi volte nei confronti della stessa persona. C'eran dunque parecchi atti di "fede" senza omaggi. Ma non conosciamo omaggi senza "fede". Inoltre, quando i due riti erano congiunti, la superiorit dell'omaggio risaltava altres dal posto che occupava nella cerimonia: avveniva sempre per primo. Era, d'altronde il solo a far intervenire, in stretta unione, i due uomini; la fede del vassallo costituiva un obbligo unilaterale, a cui raramente rispondeva, da parte del signore, un giuramento parallelo. L'omaggio, in una parola, era il vero creatore della relazione di vassallaggio, sotto il suo duplice aspetto di dipendenza e di protezione?.
Il nodo stretto in tal modo durava, teoricamente, quanto le due vite che congiungeva. Si dissolveva, invece, appena la morte poneva fine all'una o all'altra delle due esistenze. Per vero, vedremo che in pratica il vassallaggio si convert ben presto in una condizione generalmente ereditaria. Questo stato di fatto permise tuttavia, alla regola giuridica, di sussistere intatta sino alla fine. Poco importava che il figlio del vassallo morto prestasse ordinariamente il suo omaggio al signore che aveva accolto quello del padre; che l'erede del signore precedente ricevesse, quasi sempre, gli omaggi dei vassalli paterni: non era necessario rinnovare il rito ogni volta che si modificava la composizione della coppia. L'omaggio, inoltre, non poteva essere offerto n accettato per procura: gli esempi opposti datano tutti da un'epoca assai tarda, quando s'era ormai quasi perduto il significato dei vecchi gesti. In Francia, nei confronti del re, questa facolt acquist valore legale solo sotto Carlo VII, e per giunta non senza molte esitazioni(156). Tanto inseparabile appariva il legame sociale dal contatto quasi fisico che la formalit dell'atto stabiliva tra i due uomini.
Il generale dovere di aiuto e di obbedienza, imposto al vassallo, era comune a chiunque fosse divenuto "l'uomo" di un altro uomo. Vi si introducevano tuttavia obblighi speciali, su cui avremo occasione di ritornare. La loro natura rispondeva a condizioni di classe e di genere di vita determinate assai rigidamente. I vassalli, infatti, nonostante grandi diversit di ricchezza e di prestigio, non venivano reclutati indifferentemente in qualsiasi ceto della popolazione. Il vassallaggio era la forma di dipendenza propria alle classi superiori, caratterizzate anzitutto dalla vocazione guerriera e di comando. Almeno era divenuto tale. Per intenderne i caratteri,  necessario cercare ora in quale modo si sia progressivamente svincolato da tutto un complesso di relazioni personali.


3; La genesi delle relazioni di dipendenza personale.

Cercarsi un protettore, compiacersi a proteggere, sono aspirazioni di tutti i tempi. Tuttavia, determinano il sorgere di originali istituzioni giuridiche solo in quelle civilt in cui gli altri quadri sociali siano venuti meno. Cos nella Gallia, dopo il crollo dell'Impero romano.
Cerchiamo infatti di raffigurarci la societ dell'epoca merovingia. N lo Stato, n la famiglia potevano pi offrire una protezione sufficiente. La comunit rurale non aveva forza che per la sua polizia interna; quella urbana esisteva appena. Il debole provava ovunque il bisogno di affidarsi a chi fosse pi potente di lui. Il potente, a sua volta, non poteva mantenere il proprio prestigio o la propria ricchezza, n conservare la propria sicurezza, se non procurandosi, con la persuasione o la costrizione, l'appoggio di inferiori obbligati ad aiutarlo. Un rifugiarsi verso il capo, da un lato; dall'altro, prese di comando spesso brutali. E, poich le nozioni di debolezza e di potenza sono sempre relative, in parecchi casi lo stesso uomo diventava simultaneamente il dipendente di uno pi forte e il protettore di pi umili. Incominci in tal modo a costituirsi un vasto sistema di relazioni personali, i cui fili intrecciati andavano da un piano all'altro dell'edificio sociale.
Sottomettendosi cos alle necessit del momento, queste generazioni non sentivano affatto il desiderio o la coscienza di creare nuove forme sociali. Ciascuno si sforzava istintivamente di trar profitto dalle risorse che gli offriva la societ esistente e, solo cercando di adattare il vecchio, si fin, senza rendersene troppo conto, col fare del nuovo. Era d'altronde singolarmente varia l'eredit di istituzioni o di procedure di cui disponeva la societ uscita dalle invasioni: al retaggio di Roma, a quello dei popoli da essa conquistati, senza mai cancellarne completamente i costumi particolari, si mescolavano le tradizioni germaniche. Non dobbiamo cadere nell'errore di cercare una filiazione etnica particolare al vassallaggio o pi generalmente alle istituzioni feudali; chiuderci una volta di pi nel famoso dilemma: Roma o "le foreste della Germania". Lasciamo questi giuochi alle et che, meno edotte di noi della potenza creatrice della evoluzione, poterono credere, col Boulainvilliers, che la nobilt del secolo XVII discendesse, quasi per intero, dai guerrieri franchi o interpretare, col giovane Guizot, la Rivoluzione francese come una rivincita gallo-romanza. Allo stesso modo, gli antichi fisiologi immaginavano nello sperma un omuncolo completamente formato. La lezione del vocabolario feudale  nondimeno chiara. La sua nomenclatura, in cui convivevano, come vedremo, elementi di varia origine - alcuni derivati ora dalla lingua dei vinti ora da quella dei vincitori, altri, come "omaggio" stesso, coniati ex novo - costituisce, per noi, lo specchio fedele di un regime sociale che, pur avendo subito fortemente l'impronta di un passato anch'esso singolarmente composito, fu nondimeno il risultato delle originali condizioni del momento. "Gli uomini - dice un proverbio arabo - somigliano pi al loro tempo che al loro padre".
I pi miserabili tra i deboli che cercavano un difensore diventavano semplicemente schiavi, impegnando in tal modo, con loro stessi, la loro posterit. Molti altri, anche umili, si preoccupavano invece di preservare la loro condizione di uomini liberi. Quelli che ricevevano da costoro l'atto di obbedienza, non avevano, nella maggior parte dei casi, nessuna ragione da opporre a simile desiderio. In quell'epoca, in cui i vincoli personali non avevano ancora soffocato le istituzioni pubbliche, godere di quel che veniva chiamato "libert" significava essenzialmente appartenere, in qualit di membro di pieno diritto, al popolo governato dai sovrani merovingi: al populus Francorum, si diceva correntemente, confondendo conquistatori e vinti sotto il medesimo nome. Nata da questa equivalenza, la sinonimia dei due termini di "libero" e di "franco" doveva superare i secoli. Ora, per un capo era sotto molti aspetti pi vantaggioso circondarsi di dipendenti provvisti di quei privilegi giudiziari e militari che caratterizzavano l'uomo libero, che disporre solamente di un'orda servile. Queste subordinazioni "d'ordine ingenuile" - come le chiama una formula della Turenna - si esprimevano con l'aiuto di parole in maggioranza derivate dalla pi pura latinit. Infatti, attraverso tutte le vicissitudini di una storia movimentata, le antiche usanze del patronato non erano mai scomparse dal mondo romano o romanizzato. Nella Gallia, in modo particolare, si erano radicate tanto pi facilmente, in quanto si accordavano con le abitudini delle popolazioni assoggettate. Non esisteva capo politico gallico che, prima dell'arrivo delle legioni, non avesse visto gravitare intorno a s un gruppo di fidi, contadini o guerrieri. Ci  poco o mal noto quel che, dopo la conquista o sotto la vernice di una civilt ecumenica, pot sussistere di quegli antichi costumi indigeni. Tutto induce tuttavia a pensare che, pi o meno modificati dalla pressione di uno stato politico molto diverso, non siano rimasti senza prolungamenti. In tutto l'Impero, comunque, i torbidi degli ultimi tempi avevano reso pi che mai necessario il ricorso ad autorit pi efficaci delle istituzioni di diritto pubblico. In qualsiasi grado della societ, nei secoli IV e V, chiunque desiderasse premunirsi contro le dure esigenze degli agenti del fisco, piegare a suo favore il buon volere dei giudici o semplicemente assicurarsi una carriera onorevole, riteneva che la cosa migliore fosse quella di legarsi, pur essendo libero e talvolta di classe elevata, a un personaggio pi importante. Ignorati o messi al bando dal diritto ufficiale, questi vincoli nulla avevano di legale. Non costituivano neppure uno dei pi saldi cementi sociali. Moltiplicando gli accordi di protezione e di obbedienza, gli abitanti della Gallia, divenuta franca, avevano pertanto coscienza di non far nulla che non potesse trovare facilmente un nome nella lingua dei loro avi.
Per vero, il vecchio termine di "clientela" era, reminiscenze letterarie a parte, caduto in disuso sin dagli ultimi secoli dell'Impero. Comunque, nella Gallia merovingia, come a Roma, si continuava a dire che il capo "prendeva a carico" (suscipere) il subordinato, diventandone cos "padrone"; che il subordinato si "commendava" - vale a dire si "rimetteva" - al suo difensore. Gli obblighi cos accettati erano generalmente considerati come "servigio" (servitium). Sin a poco tempo prima, la parola avrebbe fatto inorridire un uomo libero; il latino classico, infatti, la conosceva solo come sinonimo di servit; i soli doveri compatibili con la libert erano gli officia. Ma, sin dalla fine del secolo IV, servitium aveva perduto questa macchia originaria.
Tuttavia, anche la Germania dava il suo contributo. La protezione del potente a favore del debole si chiamava spesso mundium, mundeburdum - che doveva dare, in francese, maimbour - o anche mitium - quest'ultimo termine indicando pi particolarmente il diritto e la missione di rappresentare il dipendente agli effetti della giustizia -: tutti vocaboli germanici, mal mascherati dalla veste latina loro imposta nei documenti.
Queste diverse espressioni, quasi permutabili, venivano indifferentemente applicate, quale si fosse l'origine, romana o barbarica, dei contraenti. I rapporti di subordinazione privata sfuggivano al principio delle leggi etniche, poich rimanevano ancora ai margini di tutti i diritti. Non essendo regolati, si rivelavano capaci di adattarsi a situazioni infinitamente varie. Lo stesso re, che, come capo del popolo, doveva il suo appoggio indifferentemente a tutti i suoi sudditi e aveva diritto alla loro fedelt sanzionata dall'universale giuramento degli uomini liberi, accordava nondimeno il suo particolare maimbour ad alcuni. Chi recava torto a queste persone, poste "nella sua parola", sembrava offenderlo direttamente e di conseguenza incorreva in un castigo di eccezionale gravit. Nell'ambito del loro insieme abbastanza variopinto, spiccava un gruppo pi ristretto e pi ragguardevole di fedeli del re, chiamati leudi del principe, vale a dire suoi "servi", i quali, nell'anarchia dell'ultimo periodo merovingio, pi di una volta disposero della corona e dello Stato. Come gi in passato, a Roma, il giovane di buona famiglia bramoso di far strada nel mondo si "rimetteva" a un grande, salvo che il suo avvenire gi non fosse stato assicurato in tal modo, sin dall'infanzia, da un padre previdente. A onta dei concili, molti ecclesiastici d'ogni classe non temevano di sollecitare il patronato dei laici. Ma le classi inferiori della societ sembra siano state quelle in cui le relazioni di dipendenza ebbero ben presto una diffusione e una forza costrittiva maggiore. La sola formula di commendatio che si possegga mette in scena un povero diavolo che accetta un padrone solo perch "non ha da mangiare n da vestirsi". D'altra parte, non v' distinzione n di parole e neppure, almeno ben chiara, di idee, tra questi diversi aspetti di subordinazione, pur cos contrastanti per la loro tonalit sociale.
L'accommendato, chiunque fosse, sembra prestasse quasi sempre giuramento al suo padrone. Non sappiamo con esattezza se la consuetudine gli consigliasse anche di piegarsi ad un atto formalistico di sottomissione. I diritti ufficiali, legati esclusivamente ai vecchi quadri del popolo e della stirpe, tacciono su questo punto. Per gli accordi particolari quasi non usavano la scrittura, che sola lascia tracce. Dalla seconda met del secolo VIII, tuttavia, i documenti cominciano a menzionare il rito delle mani nelle mani. A dire il vero, ce lo indicano come usato dapprima solo tra personaggi della classe pi elevata: il protetto  un principe straniero; il protettore il re dei Franchi. Comunque, non ci si deve lasciar ingannare da questa posizione assunta dagli scrittori. La cerimonia appariva meritevole di descrizione solo nei casi in cui, associata ad avvenimenti di alta politica, figurava tra gli episodi di un incontro principesco. Nel corso ordinario della vita era considerata cosa affatto comune e, come tale, destinata a esser passata sotto silenzio. Certamente era praticata molto prima di venire cos alla luce dei testi. La concordanza dei costumi franchi, anglo-sssoni e scandinavi ne attesta la origine germanica; ma il suo simbolo era troppo chiaro per non venir facilmente accettato da tutta la popolazione. In Inghilterra e presso gli Scandinavi, esprime indifferentemente forme molto diverse di vassallaggio: dallo schiavo al padrone, dal libero compagno al capitano di guerra. Tutto induce a pensare che per lungo tempo accadesse il medesimo nella Gallia franca. Il gesto serviva a concludere patti di protezione di varia natura e, ora osservato ora negletto, non appariva indispensabile ad alcuno. Una istituzione esige una terminologia senza eccessive ambiguit e un rituale relativamente stabile. Ma nel mondo merovingio le relazioni personali ancora non erano che una semplice pratica.


4. I guerrieri "domestici".

Esisteva nondimeno un gruppo di dipendenti gi distinto per le sue condizioni di vita. Era quello costituito da coloro che, attorno ad ogni potente e al re stesso, ne costituivano i guerrieri "domestici". Giacch il pi urgente dei problemi imposti allora alle classi dirigenti era quello di procurarsi i mezzi per combattere, assai pi che di amministrare, durante la pace, lo Stato o i patrimoni privati. Pubblica o privata, intrapresa per diletto o allo scopo di difendere i beni e la vita, la guerra doveva apparire per parecchi secoli come la trama quotidiana di qualsiasi carriera di capo e la ragion d'essere profonda di qualsiasi potere di comando.
Allorch i re franchi si impadronirono della Gallia, ereditarono due sistemi che, per formare gli eserciti, facevano entrambi appello alle masse: in Germania ogni uomo libero era guerriero; a Roma, nei limiti in cui ancora si faceva uso di truppe indigene, esse venivano reclutate principalmente fra i lavoratori del suolo. Lo stato franco, sotto le due successive dinastie, mantenne il principio della leva generale, che, d'altronde, doveva durare per tutta l'et feudale e sopravviverle. Le ordinanze regie si industriavano di proporzionare quest'obbligo al censo, di riunire i pi poveri in piccoli gruppi, ciascuno dei quali doveva fornire un soldato. Ma questi criteri di applicazione pratica, variabili secondo le esigenze del momento, lasciavano intatta la regola. Similmente i grandi, nelle loro contese, non si facevano scrupolo di reclutare per il combattimento i loro contadini.
Nei regni barbarici, tuttavia, la macchina del reclutamento era pesante per un'amministrazione sempre pi incapace di adempiere il suo compito burocratico. La conquista, d'altra parte, aveva spezzato i vecchi quadri datisi dalle societ germaniche per il combattimento come per la pace. Infine, trattenuto dalle cure di un'agricoltura gi meglio stabilizzata, il Germano comune, che all'epoca delle migrazioni era pi guerriero che contadino, diventava a poco a poco pi contadino che guerriero. Certo, il colono romano di un tempo, quando veniva tolto alla sua gleba, non ne sapeva di pi; ma si trovava inquadrato in legioni organizzate, che gli davano una disciplina. Nello stato franco, invece, non esistevano truppe permanenti, tranne le guardie di cui si circondavano il re e i grandi, quindi non c'era una regolare istruzione di coscritti. Mancanza di prontezza e inesperienza nelle reclute; inoltre, difficolt di armamento - ai tempi di Carlo Magno, si dovette vietare di presentarsi all'esercito provvisti solamente di un bastone -: questi difetti pesarono senza dubbio molto presto sul sistema militare del periodo merovingio. Ma divennero sempre pi evidenti man mano che, sul campo di battaglia, la preponderanza pass dal fante al cavaliere fornito di un importante armamento offensivo e difensivo. Per disporre infatti di una cavalcatura da guerra e per equipaggiarsi da capo a piedi, era necessario godere di una certa agiatezza o ricevere sussidi da chi era pi ricco. Secondo la legge ripuaria, un cavallo valeva sei volte tanto un bove; il medesimo prezzo una broigne - specie di corazza di pelle, rafforzata da piastre di metallo -; un elmo, la met. Nel 761, un piccolo proprietario dell'Alamannia cedette i campi paterni e uno schiavo per un cavallo e una spada(157). Era, d'altra parte, necessario un lungo addestramento per saper maneggiare efficacemente il proprio cavallo nel combattimento e duellare sotto il greve peso di un'armatura, "Di un ragazzo negli anni della pubert puoi fare un cavaliere, pi tardi mai". Sotto i primi Carolingi, la massima era diventata proverbiale(158).
Da che derivava questa decadenza della fanteria, le cui ripercussioni sociali dovevano essere tanto considerevoli? Si  creduto di scorgervi un effetto delle invasioni arabe: per poter sostenere l'urto dei cavalieri saraceni o inseguirli, Carlo Martello avrebbe trasformato i suoi Franchi in cavalieri. L'esagerazione  evidente. Pur supponendo - ed  stato contestato - che la cavalleria avesse allora negli eserciti dell'Islm una parte decisiva, i Franchi, i quali avevano sempre avuto truppe a cavallo, non avevano atteso Poitiers per dare ad esse un posto rilevante. Quando, nel 755, la riunione annuale dei grandi e dell'esercito fu da Pipino trasferita dal mese di marzo al mese di maggio, all'epoca cio dei primi foraggi, un tale significativo spostamento segn solamente il punto terminale di un'evoluzione che durava da parecchi secoli. Comune alla maggior parte dei regni barbarici e allo stesso Impero d'Oriente, non ne sono sempre state ben comprese le ragioni, da un lato, per non avere sufficientemente valutato alcuni fattori tecnici, dall'altro perch, nel campo dell'arte militare, l'attenzione  stata rivolta troppo esclusivamente alla tattica del combattimento, a detrimento dei suoi approcci e delle sue conseguenze.
La staffa e il ferro di cavallo, ignorati dai popoli mediterranei della classicit, non fanno la loro comparsa nei documenti figurativi dell'Occidente prima del secolo IX. Abbiam tuttavia motivo di credere che in questo caso la raffigurazione sia stata in ritardo sull'applicazione. Probabilmente inventata dai Sarmati, la staffa fu, per la nostra Europa, un dono dei nomadi della steppa eurasiatica, e la sua adozione uno degli effetti del contatto che, in forma molto pi stretta, l'epoca delle invasioni stabil tra i sedentari dell'Ovest e le civilt equestri delle grandi pianure: talora direttamente, grazie alle migrazioni degli Alani, in un primo tempo stabilitisi a nord del Caucaso, e di cui in seguito parecchi nuclei, trascinati dal flusso germanico, trovarono asilo nel cuore della Gallia e della Spagna; talaltra, e soprattutto, per la mediazione di quei popoli germanici che, come i Goti, erano vissuti qualche tempo sulle rive del mar Nero. Anche il ferro di cavallo fu importato, a quanto sembra, dall'Oriente. Ora, la ferratura facilitava, in modo singolare, le cavalcate e le cariche sui terreni pi malagevoli. La staffa, dal canto suo, non risparmiava solamente fatica al cavaliere, dandogli un assetto migliore, ma aumentava l'efficacia del suo impeto.
La carica a cavallo divenne senz'altro una delle forme pi frequenti di combattimento; ma non la sola. Quando le condizioni del terreno lo chiedevano, i cavalieri mettevano il piede a terra, diventando provvisoriamente, per l'assalto, fantaccini; la storia militare dell'epoca feudale abbonda di esempi di simile tattica. Ma, in mancanza di strade adatte o di truppe addestrate alle manovre saggiamente coordinate che avevano costituito la forza delle legioni romane, solo il cavallo permetteva di condurre a buon fine ora le lunghe marce imposte dalle guerre tra i principi, ora le brusche guerriglie di cui si compiaceva la maggioranza dei capi: di arrivare presto e senza eccessiva fatica, attraverso terreni arati o paludosi, sul campo di battaglia, di sconcertarvi l'avversario con movimenti inattesi; o, se la sorte era avversa, di sottrarsi al massacro con una fuga opportuna, Quando, nel 1075, i Sssoni vennero disfatti da Enrico IV di Germania, la nobilt dovette all'agilit delle sue cavalcature l'aver subito perdite meno gravi della fanteria contadina, incapace di sottrarsi abbastanza rapidamente alla strage.
Tutto cospirava dunque, nella Gallia franca, a rendere sempre pi necessario l'appello ai guerrieri di professione, addestrati da una tradizione di classe, e che fossero anzitutto dei cavalieri. Per quanto il servizio a cavallo, a profitto del re, sia stato richiesto in linea di massima sino alla fine del secolo IX solo a quegli uomini liberi abbastanza ricchi da poterne sopportare l'onere, il nucleo di queste truppe a cavallo, addestrate e bene equipaggiate, che eran le sole da cui ci si potesse attendere una reale efficacia, venne naturalmente fornito dagli armati ormai da lungo tempo al seguito dei principi e dei grandi.
Nelle antiche societ germaniche, bench i quadri dei gruppi consanguinei e dei popoli fossero sufficienti per il corso normale dell'esistenza, lo spirito d'avventura o d'ambizione non se ne era mai accontentato. I capi, i giovani capi soprattutto, radunavano attorno a s dei "compagni" (nel tedesco antico Gisind, propriamente "compagno di spedizione"; Tacito ha reso la parola molto esattamente col latino comes). Li guidavano al combattimento e al saccheggio; nei periodi di riposo davano loro ospitalit nei grandi padiglioni di legno, propizi alle lunghe bevute. La piccola schiera faceva la forza del capo nelle sue vendette; affermava la sua autorit nelle deliberazioni degli uomini liberi; le elargizioni - di vettovaglie, schiavi e anelli d'oro - che il capitano le prodigava, costituivano un elemento indispensabile per il suo prestigio. Cos ci dipinge Tacito il "gasindato" nella Germania del secolo I; e tale ancora rivive, dopo parecchi secoli, nel poema di Beowulf e, con poche inevitabili varianti, nelle vecchie saghe scandinave.
I capi barbari, insediandosi nei resti della Romnia, non abbandonarono affatto tale sistema, dato che, nel mondo in cui erano penetrati, l'usanza dei soldati domestici era praticata da parecchio tempo. Negli ultimi secoli di Roma, non c'era membro dell'alta aristocrazia che non ne possedesse. Eran spesso chiamati buccellarii, dal nome del biscotto (buccella) che, migliore dell'ordinario pane di munizione, veniva loro distribuito: soldati, del resto, assai pi che camerati, ma abbastanza generosi e leali perch queste scorte personali, intorno a padroni diventati generali dell'Impero, abbiano potuto spesso avere un posto di primo piano nelle forze in linea.
Durante i torbidi dell'epoca merovingia, l'impiego di simili seguiti armati doveva prevalere pi che mai. Il re aveva la sua guardia, chiamata la sua truste, e che, almeno in gran parte, era sempre stata a cavallo. Similmente i suoi sudditi pi in vista, fossero d'origine franca o romana. Persino le chiese giudicavano necessario procacciarsi cos la loro sicurezza. Questi "gladiatori", come dice Gregorio di Tours, formavano truppe abbastanza miste, dove non mancavano avventurieri d'ogni risma. I capi non si peritavano di arruolarvi i loro schiavi pi vigorosi. Sembra tuttavia che il numero maggiore fosse costituito da uomini liberi. Ma anch'essi non sempre erano, per i loro natali, di condizione molto elevata. Il servizio comportava senza dubbio pi di un grado, nella considerazione come nelle ricompense.  nondimeno significativo il fatto che, nel secolo VII, una stessa formula d'atto abbia potuto indifferentemente servire per la donazione di una "piccola terra" a favore di uno schiavo o di un gasindus.
In quest'ultimo termine, si riconosce il vecchio nome del compagno di guerra germanico. Sembra infatti che un tempo abbia indicato generalmente l'uomo d'armi privato, sia nella Gallia merovingia che nell'insieme del mondo barbarico. Cedette comunque a poco a poco il posto ad un termine locale: vassallo (vassus, vassallus), cui doveva arridere un cos grande successo. Non era di origine romana, ma celtica(159). Era penetrato nella lingua parlata della Gallia certamente molto prima che lo si trovi scritto nella Lex Salica: deve, infatti, risalire al tempo lontano, molto pi lontano di quello di Clodoveo, in cui sul nostro suolo ancora vivevano, a fianco delle popolazioni conquistate alla lingua di Roma, gruppi importanti rimasti fedeli a quella degli avi. Veneriamo quindi in esso, se vogliamo, un autentico filone gallico, la cui vita si prolunga nel substrato profondo del francese! Ma guardiamoci dall'inferirne che sia stato adottato dal lessico feudale per non so quale lontana filiazione di vassallaggio militare. La societ gallica, prima della conquista, come le societ celtiche in generale, aveva certamente messo in pratica un sistema di compagnonnage per molti aspetti simile a quello dell'antica Germania. Comunque  certo che, quali abbiano potuto essere le sopravvivenze di queste usanze sotto la sovrastruttura romana, i nomi del "cliente" armato, quali Cesare ce li rivela - ambacte o, nell'Aquitania, soldurius -, disparvero senza lasciare traccia(160). Il significato di "vassallo", al momento del suo passaggio nel latino volgare, era singolarmente pi umile: giovane garzone - questa interpretazione doveva perpetuarsi per tutto il Medioevo nel diminutivo valletto - e anche, per uno scivolamento analogo a quello subito da puer, servo. Coloro che vivono sempre attorno al padrone non vengono spontaneamente chiamati i suoi ragazzi. Questo secondo significato continua a esser dato alla parola, nella Gallia franca, da diversi testi scaglionati tra il secolo VI e l'VII. Poi, a poco a poco, sorse un'accezione nuova che, nel secolo VIII, entr in concorrenza con la precedente, e nel secolo seguente vi si sostitu. Pi di uno schiavo della casa era "onorato" dalla sua ammissione nella guardia. Gli altri membri di questa coorte, pur non essendo schiavi, vivevano nondimeno nella casa del padrone, consacrati in mille modi al suo servizio e a riceverne gli ordini diretti. Anch'essi erano i suoi "ragazzi". Vennero dunque compresi, coi loro camerati di origine servile, sotto il nome di vassalli, ormai specifico nel significato di seguaci d'armi. Questo appellativo, in passato comune e che simboleggiava una familiarit degna di considerazione, fu infine riservato ai soli uomini liberi.
Ora, questa storia di una parola, uscita dai bassifondi della servit per coprirsi a poco a poco di onore, traduce la curva stessa dell'istituzione. Per quanto modesta fosse, in origine, la condizione di molti sicarii mantenuti dai grandi e dallo stesso re, essa conteneva nondimeno, sin da questo momento, seri elementi di prestigio. I vincoli che univano questi compagni di guerra al loro capo rientravano in quei contratti di fedelt liberamente consentiti, compatibili con le pi rispettabili situazioni sociali. Il termine usato per designare la guardia reale  pienamente significativo: truste, ossia fede. La nuova recluta ammessa in questa truppa giurava fedelt; il re, da parte sua, si impegnava a "portarle soccorso". Erano i principi stessi di ogni commendatio. I potenti e i loro gasindi si scambiavano senza dubbio promesse analoghe. Esser protetto da un alto personaggio offriva, d'altra parte, non solo una garanzia di sicurezza, ma anche di considerazione. Man mano che, nella decomposizione dello Stato, ogni governante era costretto a cercare aiuto sempre pi esclusivamente fra gli uomini a lui legati in forma diretta e che, nella decadenza delle vecchie usanze militari, l'appello al guerriero di mestiere diventava necessario ogni giorno di pi, e pi ammirata la funzione di chiunque portasse le armi, apparve chiaro che la pi elevata di tutte le forme di subordinazione individuale consisteva nel servire di spada, lancia e cavallo un padrone di cui ci si era solennemente dichiarati i fedeli.
Ma gi cominciava a farsi sentire un'influenza che, esercitando una profonda azione sull'istituzione del vassallaggio, doveva farla deviare notevolmente dal suo primo orientamento. Fu l'intervento, in questi rapporti umani sino allora estranei allo Stato, di uno stato se non nuovo, per lo meno rinnovato: quello dei Carolingi.


5. Il vassallaggio carolingio.

La politica dei Carolingi - col quale nome bisogna intendere, come al solito, oltre alle concezioni personali dei principi, alcuni dei quali furono d'altronde uomini notevoli, le concezioni dei loro stati maggiori - fu dominata a un tempo da consuetudini acquisite e da princip. Usciti dall'aristocrazia, giunti al potere in virt d'un lungo sforzo contro la sovranit tradizionale, i primi Carolingi erano diventati a poco a poco i padroni del popolo franco, raggruppando intorno a s alcune schiere di dipendenti armati e imponendo il proprio maimbour ad altri capi. Non ci si deve quindi meravigliare se, giunti al potere, continuarono a considerare come normali i legami di questa natura. D'altro lato, dopo Carlo Martello, la loro ambizione fu di ricostituire quella forza pubblica che in un primo tempo avevano, coi loro pari, contribuito a distruggere. Volevano far regnare, nei loro stati, l'ordine e la pace cristiana; volevano dei soldati per estendere il loro dominio e condurre contro gli infedeli la guerra santa, generatrice di potenza e fruttifera per le anime.
Ora, le antiche istituzioni apparivano insufficienti a tale compito. La monarchia non disponeva che di un piccolo numero di agenti, per giunta poco sicuri, e - salvo alcuni uomini di Chiesa - privi di tradizione e di cultura professionali. Le condizioni economiche impedivano inoltre la istituzione di un vasto sistema di funzionari stipendiati. Le comunicazioni erano lunghe, incomode, incerte. La principale difficolt che incontrava, quindi, l'amministrazione centrale consisteva nel raggiungere gli individui per esigerne i dovuti servigi ed esercitare su di essi le necessarie sanzioni.
Di qui l'idea di utilizzare ai fini di governo quella rete di rapporti di subordinazione gi solidamente costituiti; il signore, in ogni grado gerarchico, diventando il responsabile del proprio "uomo", avrebbe dovuto mantenerlo nella via del dovere. Tale concezione non era esclusiva dei Carolingi. Aveva gi ispirato parecchie prescrizioni legislative alla monarchia visigotica in Spagna; gli esuli spagnuoli, numerosi alla corte franca dopo l'invasione araba, contribuirono forse a introdurvi e a farvi apprezzare quei principi. La vivissima diffidenza che le leggi anglo-sssoni dovevan pi tardi testimoniare per "l'uomo senza signore" esprimeva preoccupazioni analoghe. Comunque, una simile politica ben di rado venne perseguita con maggior consapevolezza e - si sarebbe tentati di aggiungere - mai simile illusione venne nutrita con maggior senso di previsione come nel regno franco, intorno all'800. "Ogni capo eserciti un'azione coercitiva sui suoi inferiori, onde questi ultimi obbediscano sempre meglio, con cuore consenziente, ai decreti e precetti imperiali"(161): questa frase di un capitolare dell'810 riassume, in sintesi espressiva, una delle massime fondamentali dell'edificio costruito da Pipino e da Carlo Magno. Cos in Russia, ai tempi della servit della gleba, si dice che lo zar Nicola I si vantasse di avere nei suoi pomiechtnik, signori dei villaggi, "centomila commissari di polizia".
In quest'ordine di idee, il provvedimento pi urgente era evidentemente di assorbire nella legge le relazioni di vassallaggio e, nel medesimo tempo, di conferir loro quella stabilit che sola poteva farne un fermo appoggio. Gli "accommendati" di umile classe avevano ben presto impegnato la loro vita: lo conferma l'affamato della formula della Turenna. Ma se, certamente da lungo tempo, si eran visti di fatto molti compagni d'armi servire anch'essi fino alla morte, sia che i loro interessi o le consuetudini gliene facessero un obbligo, sia che lo avessero espressamente promesso, tuttavia nulla prova che, sotto i Merovingi, questa fosse una regola generale. In Spagna, il diritto visigotico non cess mai di riconoscere ai soldati privati la facolt di mutar padrone: la legge infatti diceva: "L'uomo libero manterr sempre la potest della propria persona". Sotto i Carolingi, invece, diversi editti regi o imperiali si preoccuparono di determinare con precisione le colpe che, commesse dal signore, giustificavano la rottura del contratto da parte del vassallo. Ci significava decidere che, eccettuati questi casi e sotto riserva di una separazione di mutuo consenso, il vincolo era, vita natural durante, indissolubile.
Il signore fu, d'altra parte, ufficialmente incaricato di assicurare, sotto la sua responsabilit, la presentazione del vassallo davanti ai tribunali e all'esercito. Se faceva parte dell'esercito, i suoi vassalli combattevano sotto i suoi ordini. Solamente in sua assenza essi passavano sotto il diretto comando del rappresentante del re: il conte.
Come pretendere, tuttavia, di servirsi in tal modo dei signori per raggiungere i vassalli, se questi signori a loro volta non eran saldamente legati al sovrano? Sforzandosi appunto di realizzare questa indispensabile condizione dei loro grande disegno, i Carolingi contribuirono alla massima estensione delle applicazioni sociali del vassallaggio.
Una volta al potere, avevan dovuto ricompensare i loro "uomini". Distribuirono terre, secondo procedimenti che avremo occasione di precisare pi oltre. Maestri di palazzo, e poi re, per procurarsi gli appoggi necessari, soprattutto per costituirsi un esercito, furono condotti ad attirare alla loro dipendenza, sovente anche in questo caso con donazioni di terre, una folla di persone in maggioranza di posizione relativamente elevata. Gli antichi membri del seguito militare, insediati nei beni concessi dal principe, non cessarono di venir considerati come suoi vassalli. Il medesimo vincolo fu considerato come legante al re i suoi nuovi fedeli, che non eran mai stati suoi compagni d'armi. Tanto gli uni che gli altri servivano il principe nell'esercito, seguiti, se ne avevano, dai loro gruppi di vassalli. Ma, trascorrendo lontano da lui la maggior parte delle giornate, le condizioni della loro esistenza erano profondamente diverse da quelle dei guerrieri domestici di un tempo. In compenso, poich ciascuno costituiva il centro di un nucleo pi o meno esteso, si richiedeva che lo mantenessero nell'ordine; e, qualora se ne presentasse il bisogno, che esercitassero un'analoga sorveglianza sui loro vicini. In tal modo, fra le popolazioni dell'immenso Impero, si distinse una classe, anch'essa proporzionatamente molto numerosa, di "vassalli del Signore" - ossia, del "Signore Re" (vassi dominici) -, i quali, godendo della particolare protezione del sovrano e incaricati di fornirgli una gran parte delle sue truppe, dovevano costituire inoltre, attraverso le province, quasi le maglie di una vasta rete di fedelt. Quando nell'871 Carlo il Calvo, dopo aver trionfato del figlio Carlomanno, volle far rientrare nel dovere i complici del giovane ribelle, pens che la miglior cosa per riuscirvi fosse di obbligare ciascuno a scegliersi, a suo piacimento, un padrone fra i vassalli regi.
V'ha di pi: i Carolingi credettero opportuno usare questo legame di vassallaggio, la cui forza sembrava fosse stata provata dall'esperienza, per assicurarsi la fedelt, eternamente vacillante, dei loro funzionari. Questi ultimi erano sempre stati considerati come posti sotto lo speciale maimbour del sovrano; gli avevano sempre prestato giuramento e con sempre maggior frequenza erano stati scelti fra gli uomini che lo avevano servito come vassalli prima di ricevere da lui tale missione. La procedura a poco a poco si generalizz. A partire almeno dal regno di Ludovico il Pio, non vi fu pi n carriera di corte n alto comando, soprattutto non vi fu pi contea, il cui titolare non abbia dovuto farsi, al pi tardi allorch assumeva l'incarico, vassallo del monarca. Dagli stessi principi stranieri, qualora riconoscessero il protettorato franco, si esigeva, dalla met del secolo VIII, che si sottomettessero a questa cerimonia, ed essi venivan chiamati a loro volta i vassalli del re o dell'imperatore. Nessuno certamente si attendeva che tutti questi alti personaggi montassero la guardia, come i seguaci di un tempo, nella casa del padrone. Tuttavia, a modo loro, appartenevano anch'essi alla sua casa militare, dato che gli dovevano anzitutto, con la loro fede, l'aiuto di guerra.
Ora, i grandi, da parte loro, si erano ormai da lungo tempo abituati a vedere, nei buoni compagni che formavano le loro bande, degli uomini di fiducia, adatti alle pi differenti missioni. Se un impiego lontano, il dono di una terra, un'eredit, inducevano uno di questi leali servitori ad abbandonare il servizio personale, il capo continuava nondimeno a considerarlo suo fedele. Anche qui, insomma, il vassallaggio, per un processo spontaneo, tendeva a sfuggire al cerchio ristretto del focolare del signore. L'esempio dei re, l'influenza delle regole di diritto da essi promulgate, diedero stabilit a queste mobili usanze. Tanto i signori che i subordinati non potevano evitare di orientarsi spontaneamente verso una forma di contratto che ormai era munita di sanzioni legali. I conti legarono a s, coi vincoli del vassallaggio, i funzionari di ordine inferiore; il vescovo o l'abate, quei laici da essi incaricati di aiutarli ad amministrare la giustizia o a condurre all'esercito i loro sudditi. I potenti, chiunque fossero, si sforzavano in tal modo di attrarre nella loro orbita folle crescenti di piccoli signori, i quali, a loro volta, agivano nello stesso modo verso quelli meno forti. Tali vassalli privati formavano una societ mista, che comprendeva anche elementi alquanto umili. Fra coloro che conti, vescovi, abati e badesse erano autorizzati a lasciare in paese, quando l'esercito era mobilitato, ve n'erano alcuni a cui veniva affidato il nobile compito di mantenere la pace, come vassi dominici di limitate possibilit. Altri, invece, dovevano custodire la casa del signore, presiedere ai raccolti, sorvegliare la servit(162). Del resto, erano gi funzioni di comando, e quindi rispettabili. Il servizio puramente domestico di un tempo aveva fornito, intorno ai capi di ogni classe, intorno ai re, lo stampo in cui ormai veniva inserita qualsiasi forma di soggezione che non fosse senza onore.


6. L'elaborazione del vassallaggio classico.

Sopraggiunse il crollo dello stato carolingio: rapida e tragica disfatta di un pugno di uomini che, a prezzo di molti arcaismi ed errori, ma con infinita buona volont, si erano sforzati di preservare alcuni valori d'ordine e di civilt. Si apr allora un lungo periodo di torbidi e, al tempo stesso, di gestazione. In esso il vassallaggio doveva precisare definitivamente i suoi lineamenti.
Nel permanente stato di guerra in cui vive ormai l'Europa - invasioni, lotte intestine -, l'uomo cerca pi che mai un capo, i capi cercano degli uomini. Ma lo sviluppo di questi rapporti di protezione cessa di effettuarsi a profitto dei re. Quelli che si moltiplicano sono gli omaggi privati. Soprattutto intorno ai castelli che, dopo le incursioni scandinave o ungariche, sorgono sempre pi numerosi nelle campagne, i signori, che comandano in loro nome o a nome di un pi potente tali bastie, si sforzano di raggruppare dei vassalli, incaricati di assicurarne la guardia. "Il re non ha pi del re che il nome e la corona...; non  pi capace di difendere dai pericoli che li minacciano n i suoi vescovi n gli altri suoi sudditi. In tal modo vediamo che sia gli uni che gli altri se ne vanno a servire i grandi con le mani giunte. Cos ottengono la pace". Tale il quadro che, verso il 1016, un prelato germanico tracciava dell'anarchia del regno di Borgogna. Nel secolo seguente, un monaco spiega acconciamente come, nell'Artois, solo pochi uomini, nella "nobilt", abbian potuto evitare i vincoli dei domini padronali e "rimanere soggetti solamente alle sanzioni pubbliche".  evidente che per quest'ultimo termine dobbiamo intendere non tanto l'autorit monarchica, troppo lontana, quanto quella del conte, depositario, in luogo del sovrano, di quanto restava dell'essenza di un potere superiore alle subordinazioni personali(163).
Ben s'intende, la dipendenza si propagava cos dall'alto al basso della societ e non solo tra quei "nobili" di cui parla il nostro monaco. Ma tra le sue diverse forme, caratterizzate da atmosfere sociali differenti, finiva con lo scavarsi quella linea di delimitazione che l'epoca carolingia aveva incominciato a tracciare.
Certamente il linguaggio, i costumi stessi conservarono a lungo le tracce dell'antica confusione. Alcuni gruppi di modestissimi sudditi signorili, destinati ai disprezzati lavori della terra e costretti a oneri gi considerati come servili, continuarono a portare, sino al secolo XII, quel nome di "accommendati" che, ancor non molto tempo prima, la Chanson de Roland attribuiva ai vassalli di classe superiore. Dato che i servi erano gli "uomini" del loro signore, si diceva spesso che vivevano nel suo "omaggio". Persino l'atto formale con cui un individuo si riconosceva servo di un altro veniva talvolta indicato con tal nome o richiamava qua e l, nel suo rituale, i gesti caratteristici dell'omaggio "di mani"(164).
Tuttavia, questo omaggio servile, dove aveva luogo, si opponeva a quello dei vassalli con un decisivo contrasto: non doveva esser rinnovato di generazione in generazione. Si era, infatti, giunti a distinguere sempre pi chiaramente due forme di legame a un capo. L'una ereditaria, caratterizzata da tutte quelle forme di obblighi considerati di ordine assai basso; e, dato che escludeva qualsiasi scelta nella forma di sudditanza, considerata come l'opposto a quel che ora era detto "libert". Era il servaggio, in cui termin per scivolare la maggioranza degli accommendati di ordine inferiore, a onta del carattere "ingenuile" di cui si era rivestita originariamente la loro sottomissione, in un tempo in cui le classificazioni sociali rispondevano a principi diversi. L'altro legame, che andava sotto il nome di vassallaggio, durava di diritto, se non di fatto, solo sino al giorno in cui prendeva fine l'una o l'altra delle due esistenze cos vincolate. Per questa caratteristica, che gli risparmiava l'offensiva procedura di una costrizione ereditata col sangue, si addiceva al servizio onorevole della spada. La forma di aiuto che implicava era, infatti, essenzialmente guerriera. I documenti latini della fine del secolo IX, con caratteristico sinonimo, dicono quasi indifferentemente che un uomo  il vassallo o il miles del suo signore. A rigore, il secondo termine andrebbe tradotto con "soldato". Ma i testi francesi, sin dalla loro apparizione, lo traducono con "cavaliere", ed era certo questa espressione della lingua non scritta quella che avevano gi tenuta presente i notai di un tempo. Il soldato per eccellenza era quello che serviva a cavallo con il grande equipaggiamento di guerra; e la funzione del vassallo consisteva, anzitutto, nel combattere, cos equipaggiato, per il suo signore. Tanto che, per un'altra deformazione del vecchio termine, sino a poco tempo prima tanto umile, il linguaggio usuale fin per indicare correntemente con "vassallaggio" la pi bella virt che potesse riconoscere una societ perpetuamente sotto le armi: la prodezza. Il rapporto di dipendenza cos definito veniva contratto con l'omaggio per manus, ormai quasi particolare a questo ufficio. Sembra tuttavia che tale rito di profonda dedizione si sia, dopo il secolo X, generalmente completato con l'aggiunta del bacio, il quale, ponendo i due individui su un medesimo piano di amicizia, conferiva maggior dignit alla subordinazione di tipo vassallico. Di fatto, essa non impegnava pi che personaggi di classe ragguardevole, talvolta anche molto elevata. Uscito, attraverso una lenta differenziazione dell'antica e disparata commendatio, il vassallaggio militare ne rappresentava, definitivamente, il pi alto aspetto.




Capitolo secondo Il feudo


1. "Beneficio" e feudo: la "tenure" salario.

La maggior parte degli accommendati dell'epoca feudale non si ripromettevano dal nuovo signore solamente protezione. A questo potente, che era in pari tempo un ricco, chiedevano anche di ajutarli a vivere. Da sant'Agostino, che, sul finire dell'Impero, ci descrive i poveri alla ricerca di un padrone che desse loro "da mangiare", sino alla formula merovingia pi di una volta citata, risona il medesimo ossessionante appello: quello del ventre vuoto. Il signore, da parte sua, non aveva solo l'ambizione di dominare le persone; attraverso queste, si sforzava spesso di attingere i beni. In breve, sin dall'origine, le relazioni di sudditanza ebbero il loro aspetto economico: il vassallaggio come le altre. Le liberalit del capo verso i suoi compagni d'armi sembravano cos essenziali al legame che spesso, nell'epoca carolingia, la consegna di alcuni doni - un cavallo, delle armi, dei gioielli - costituiva la contropartita quasi rituale dell'atto di dedizione personale. Se i capitolari vietano al vassallo di infrangere il vincolo,  per sotto riserva, secondo i termini di uno di essi, che l'uomo abbia gi ricevuto dal suo signore l'equivalente di un soldo d'oro. Il solo vero padrone era colui che aveva dato.
Ora, le condizioni generali dell'economia non lasciavano, al capo di un gruppo di vassalli come a ogni suo membro, altra possibilit di scelta che tra due forme di rimunerazione. Esso poteva, tenendo l'uomo nella sua casa, nutrirlo, vestirlo, equipaggiarlo a sue spese; oppure, assegnandogli una terra o almeno delle rendite fisse tratte dal suolo, rimettere a lui la cura di provvedere al suo sostentamento: "accasarlo", si diceva nei paesi di lingua francese, ossia, propriamente, dotarlo di un'abitazione particolare (casa). Ci rimane da conoscere in quali forme si giungeva, in quest'ultimo caso, alla concessione.
Sembra che anticamente la semplice donazione, priva di clausola che abolisse o limitasse l'eredit, fosse praticata in misura abbastanza larga. Appunto con questo procedimento, in una formula del secolo VII, un capo concede un piccolo fondo a un proprio "compagno"; e, ancor pi tardi, i figli di Ludovico il Pio dimostrano, parecchie volte, in questo modo, la loro generosit nei confronti dei loro vassalli, col palese intento di mantenerli nel dovere e non senza riservarsi talvolta la facolt di revocare la donazione, ove la loro fiducia dovesse rimanere delusa. Tuttavia, poich i beni che il signore regolarmente distribuiva alle persone del suo seguito costituivano una forma di soldo, assai pi che una ricompensa, era importante che facessero ritorno a lui senza difficolt appena venisse a cessare il servigio: al pi tardi, quindi, quando la morte finiva per sciogliere il legame. In altri termini, dato che il vassallaggio non si trasmetteva in maniera assoluta col sangue, anche la rimunerazione del vassallo non poteva, senza paradosso, rivestire un carattere ereditario. Il diritto romano ufficiale e l'usanza germanica non offrivano, coi loro rigidi sistemi di contratti bilaterali, nessun precedente a simili concessioni fondiarie che, almeno in origine, erano sprovviste di qualsiasi garanzia. Nell'Impero, invece, sotto l'influenza dei potenti, la prassi aveva gi largamente sviluppato questo genere di accordi, naturalmente associati alla consuetudine del patronato, dato che facevan dipendere dal signore il mantenimento del protetto. La loro terminologia era molto fluida, cosa ben naturale per istituzioni al margine della legalit. Si parlava di precarium, a causa della preghiera (preces) che formulava o si credeva formulasse il donatario, o anche di "beneficio" (beneficium). Che la legge, ignorando queste convenzioni, non fornisse al donatore il mezzo di esigere dinanzi ai tribunali la prestazione dei servigi a cui, di solito, condizionava il beneficio, poco gl'importava, perch aveva sempre la facolt di riprendere quello che all'inizio altro non era che un dono puramente spontaneo. L'uno e l'altro termine continuarono ad essere usati nella Gallia franca: quello di precarium, tuttavia - a prezzo d'una trasformazione grammaticale che ha fatto fantasticare molto gli storici - pass dal neutro al femminile: precaria. Semplice caso particolare, a quanto sembra, di un fenomeno linguistico molto diffuso nel basso latino: quello che, per una contaminazione nata dalla desinenza in -a dei neutri plurali, ha prodotto, tra l'altro, da folium la francese feuille. La trasformazione venne facilitata qui dalla forza di attrattiva che esercit il nome stesso della richiesta indirizzata dal postulante: "lettera di preghiera", [epistola] precaria.
Precaria, beneficium: sembra che, inizialmente, i due vocaboli siano stati usati quasi indifferentemente. Ma, man mano che la precaria, incorporando elementi attinti al diritto di locazione, andava a poco a poco elaborandosi in un contratto dai lineamenti abbastanza rigorosi, si mir a riservarne il nome alle concessioni accordate dietro corresponsione d'un censo. Il termine beneficium, invece, pi vago e pi decoroso a un tempo, giacch non suggeriva l'idea di una supplica, fu di preferenza destinato alle liberalit provvisorie, largite, contro la corresponsione di servigi, a favore di persone addette alle case dei signori, e soprattutto a favore dei vassalli. Un avvenimento di considerevole importanza contribu a fissare la distinzione. Per procurarsi le terre destinate ad ottenere loro l'appoggio di numerosi fedeli, i Carolingi attinsero senza vergogna all'immensa ricchezza del clero. La prima spoliazione, sotto Carlo Martello, fu brutale. I suoi successori non rinunciarono affatto a queste requisizioni; ma, regolarizzando a un tempo l'operazione passata e quelle del presente e dell'avvenire, si preoccuparono di riservare, in qualche modo, i diritti dei legittimi proprietari. Il vescovo o il monastero avrebbero riscosso d'ora innanzi un determinato affitto per il suolo che erano costretti a cedere in usufrutto al vassallo regio, usufrutto in via di principio vitalizio; il servigio andava al re. Il bene, nei confronti della Chiesa, era dunque giuridicamente una precaria. Dal re, l'uomo lo riceveva in "beneficio".
L'uso di quest'ultima parola, per indicare le terre concesse in cambio di un servigio, e soprattutto del servigio di vassallaggio, si doveva perpetuare nel latino delle cancellerie e dei cronisti sino in pieno secolo XII. A differenza tuttavia dei termini giuridici realmente viventi, come quello di "accommendato", beneficium non produsse nessun derivato nelle lingue romanze: prova che, confinato nel vocabolario, intriso di reminiscenze care ai chierici, era stato, dopo molto tempo, sostituito nel linguaggio parlato con un altro nome. Nelle varie epoche feudali, forse a partire dal secolo IX, gli scrivani francesi, scrivendo beneficium, pensavano "feudo".
Nonostante alcune difficolt d'ordine fonetico attinenti, del resto, non tanto alle forme romanze quanto alle loro trascrizioni latine, la storia di questo vocabolo  chiara(165). Le antiche lingue germaniche possedevano tutte una parola che, lontanamente imparentata al latino pecus, serviva a volta a volta o secondo i vari parlari a indicare talora i beni mobili in generale, talaltra la forma allora pi diffusa e pi preziosa di tali beni: il bestiame. Il tedesco, che ha fedelmente conservato il secondo di questi significati, lo usa ancor oggi: Vieh. Il gallo-romanzo, derivandolo dagli invasori germanici, ne fece fief (in provenzale, feu). Dapprima fu per mantenergli almeno uno dei suoi significati: il pi largo, quello di "beni mobili". Tale significato  ancora attestato, sino all'inizio del secolo X, da diversi documenti borgognoni. Un personaggio, ci dicono, ha acquistato una terra; il prezzo  stato stipulato secondo il corso ordinario della moneta, ma l'acquirente non dispone affatto, in contanti, di questa somma. Paga dunque, conforme a una consuetudine allora vigente, in oggetti di pari valore. I testi esprimono in questo modo il fatto: "Abbiamo ricevuto da te il prezzo convenuto, in feos equivalenti al valore di tante lire, soldi o danari"(166). Il confronto con altri documenti prova che si trattava abitualmente di armi, vestiario, cavalli, talvolta di viveri. Erano press'a poco gli stessi oggetti che ricevevano i seguaci mantenuti nella casa del padrone o equipaggiati per sua cura. Anche in questo caso, non  dubbio, si parlava di feos.
Ma tale termine - uscito da lingue che nella Gallia romanza nessuno pi comprendeva, privo quindi d'ogni legame col vocabolario che lo aveva, un tempo, sostenuto - doveva facilmente scostarsi dal suo contenuto etimologico. Nelle case dei signori, dove era usato giornalmente, ci si abitu a ritenerne solo l'idea di rimunerazione in s, senza pi annettere nessuna attenzione alla natura mobiliare o immobiliare dei doni. Un compagno, sino allora nutrito dal padrone, riceveva da lui una terra? questa era detta, a sua volta, il feus dell'uomo. Poi, siccome la terra divenne a poco a poco il salario normale del vassallo, fu a questa forma di retribuzione, a esclusione di qualsiasi altra, che il vecchio nome, partito dal significato opposto, venne alla fine riservato. Come accade pi di una volta, l'evoluzione semantica terminava in un controsenso. Di tali feudi, vassallatici o terrieri, il pi antico esempio consacrato in documenti scritti appartiene agli ultimi anni del secolo IX(167). Lo dobbiamo ad una di quelle carte meridionali che, stilate da chierici ignoranti, davano allora un posto eccezionalmente largo al vocabolario parlato. Seguono, nel secolo successivo, pochi altri testi, anch'essi nella lingua d'oc. Le cancellerie della Bretagna, della Francia del nord, della Borgogna, pi sollecite di purismo, si rassegnarono solo poco dopo o poco prima l'anno Mille a cedere, su questo punto, alla pressione della lingua comune; ma spesso, nei primi tempi, riducendo il termine popolare al rango di una glossa, destinata a chiarire per tutti il termine classico. "Il beneficio (beneficium), che volgarmente vien detto feudo", dice, nel 1087, un documento del Hainaut(168).
Nei paesi di lingua germanica, tuttavia, Vieh conservava il suo significato di "bestiame", che escludeva pi nobili accezioni. In verit nulla impediva alla lingua delle carte di derivare dai notai della Gallia alcuni di quei calchi latini di cui essi avevano ingegnosamente provvisto il "feudo" romano; il pi diffuso, feodum, fu familiare tanto alle cancellerie germaniche che a quelle del regno capetingio. Ma, per esprimere una realt quotidiana, la lingua volgare aveva bisogno di una parola propria. Poich le distribuzioni di terra, di cui beneficiavano gli uomini di servizio, erano, in via di principio, provvisorie, si prese l'abitudine di indicarle con un sostantivo tratto da un verbo molto comune, il cui significato era: "cedere a termine, prestare". Il feudo fu un prestito: Lehn(169). Tuttavia, rimanendo costantemente sensibile il legame tra questo termine e la sua radice verbale, di cui continuava a essere ben vivo il largo impiego, esso non raggiunse mai una specializzazione altrettanto perfetta del suo equivalente francese. Nell'uso popolare almeno, non cess di essere applicato ad ogni genere di concessione terriera. Tant' vero che le parole derivate da un'altra lingua si piegano pi facilmente di qualsiasi altre a un nuovo e preciso valore tecnico!
Beneficio, feudo, Lehn; ci che tali diversi sinonimi cercavano di esprimere era una nozione, insomma, ben chiara. Non inganniamoci: una nozione, nella sua essenza, d'ordine economico. Chi diceva feudo diceva bene concesso in cambio, fondamentalmente, non di obbligazioni di pagamento - quando queste talvolta intervenivano era solo a titolo accessorio - ma di obbligazioni di servigi. Pi precisamente, perch ci sia il feudo, non basta che i servigi costituiscano l'onere principale del bene: occorre inoltre che comportino un elemento assai netto di specializzazione professionale e anche di individualizzazione. La censive rurale, a cui i documenti del secolo XI, precorrendo i giuristi del XIII, gi oppongono espressamente il feudo, era gravata, oltre che di censi, di prestazioni di lavoro. Tuttavia, gli obblighi che implicava - corves di coltivazione, trasporti, la stessa fornitura di modesti prodotti dell'industria casalinga - apparivan di quelli che ogni uomo poteva compiere. Erano inoltre regolati da una consuetudine collettiva. Ecco invece una terra elargita a un "sergente" del signore, a condizione di governare fedelmente gli altri censuari; a un pittore, con l'incarico di decorare la chiesa dei monaci, suoi padroni; a un carpentiere o ad un orafo, che dovevan quindi mettere d'ora innanzi la loro arte a disposizione del signore; a un prete, come retribuzione della cura d'anime nella parrocchia; a un vassallo, infine, compagno d'armi e guerriero di mestiere. La concessione terriera (tenure), vincolata in tal modo a servigi di natura affatto speciale, fissati in ogni caso da una convenzione o tradizione diversa, aveva anzitutto un carattere di rimunerazione: era, in una parola, una tenure-salario. Veniva chiamata feudo(170). Ci, al di fuori di ogni considerazione di posizione sociale e, beninteso, quando si trattava di un modesto lavoratore, senza che venisse richiesto l'atto di omaggio. L'ufficiale del signore era spesso un servo; e n i cucinieri dei benedettini di Maillezais o del conte di Poitou, n il flebotomo a cui incombeva il compito di salassare periodicamente i monaci di Treviri traevano senza dubbio dalle loro abituali occupazioni un elevato prestigio. Ma poich, tanto gli uni che gli altri, invece di vivere semplicemente della provenda distribuita nella casa del signore, erano stati dotati di tenures proprie, quei servitori professionalmente qualificati erano a buon diritto annoverati tra i dipendenti feudali. Alcuni storici, rilevando esempi di questi umili feudi, hanno pensato a una tardiva deviazione; ma a torto. I censiers del secolo IX conoscono gi "benefic" nelle mani di intendenti rurali, di artigiani, di palafrenieri; Eginardo, al tempo di Ludovico il Pio, ricorda il "beneficio" di un pittore; quando per la prima volta apparve, in paese renano, tra il 1008 e il 1016, la stessa parola "feudo", travisata alla latina, fu per designare la tenure di un fabbro. Un'istituzione in origine di portata generale che, a poco a poco, si mut in istituzione di classe: tale, e non l'inversa, fu la curva evolutiva del feudo, al pari che del vassallaggio e di molte altre forme giuridiche, nell'et feudale.
Per l'opinione comune, s'intende, c'era alla lunga qualcosa di fastidioso nel dover indicare cos, con uno stesso nome, beni che, gi per se stessi di estensione e di natura profondamente diverse, erano posseduti da uomini di condizioni cos differenti come quelle di un modesto maire di villaggio, di un cuoco, di un guerriero, a sua volta signore di molti contadini, di un conte o di un duca. Persino nelle nostre societ relativamente democratiche, non sentiamo forse il bisogno di elevare, con le parole, una specie di barriera di rispettabilit tra il salario dell'operaio manuale, lo stipendio del funzionario, gli onorari delle professioni liberali? L'ambiguit sopravvisse tuttavia a lungo. La Francia del secolo XIII continuava a parlare di feudi di ufficiali signorili e di artigiani: tanto che. preoccupati di separarne i feudi vassallici, i giuristi volentieri caratterizzavano questi ultimi con l'epiteto di "franchi", vale a dire sottoposti solamente a obbligazioni degne di un uomo libero. Altre lingue, che avevano accolto il termine dall'uso francese, gli conservarono ancora pi a lungo il significato generale di salario, anche al di fuori di qualsiasi dono terriero: in Italia, nel secolo XIII, gli stipendi in denaro di alcuni magistrati o funzionari cittadini eran chiamati fio; l'Inghilterra continua ancor oggi a chiamare fee gli onorari del medico o dell'avvocato. Tuttavia, quando il termine era usato senza una speciale qualificazione, si tendeva sempre pi a considerarlo adatto ai feudi a un tempo pi numerosi e socialmente pi importanti, intorno ai quali si era sviluppato un diritto propriamente "feudale": vale a dire, ai benefic terrieri caricati dei servigi del vassallaggio, nel senso anch'esso nettamente specializzato che questo termine aveva ben presto assunto. "Il feudo (Lehn) - dir finalmente, nel secolo XIV, la Glosse del Sachsenspiegel -  il soldo del cavaliere".


2. L'"accasamento" dei vassalli.

Non c'era incompatibilit assoluta fra le due forme di rimunerazione del vassallo: il feudo e la provenda. Il fedele, una volta installato sul suo fondo, non rinunciava per questo agli altri segni della generosit del signore: in modo speciale a quelle distribuzioni di cavalli, di armi, soprattutto di vesti, di pellicce, di vair et gris, che parecchie usanze finirono col codificare e che anche i pi alti personaggi - vedi, ad esempio, un conte del Hainaut, vassallo del vescovo di Liegi - si guardavan bene dal disprezzare. Talvolta, come nel 1166 intorno a un grande barone inglese, alcuni cavalieri, debitamente forniti di terre, vivevan nondimeno col padrone, ricevendone il "necessario"(171). Tuttavia, tranne che in qualche situazione eccezionale, i vassalli "provendati" e i vassalli "accasati" rappresentavano realmente due condizioni ben distinte e, per il signore, diversamente utili: di modo che, dal tempo di Carlo Magno, veniva considerata una cosa anormale che un vassallo del re, servendo nel palazzo, tenesse "nondimeno" un beneficio. Infatti, per quanto si potesse chiedere qualsiasi cosa ai feudatari - aiuto nel giorno del pericolo o del consiglio, sorveglianza durante la pace -, solo dai vassalli della casa, capaci di una costante presenza, era possibile attendersi i mille uffici della scorta o dell'alta domesticit. Dato che le due categorie non erano permutabili tra loro, la loro opposizione non fu, a rigore, quella di successivi stadi dello sviluppo. Pi antico, era, certo, il tipo del compagno d'armi nutrito nella casa del signore; ma esso continu a coesistere a lungo col tipo pi recente del dipendente feudale. Se l'uomo, dopo un tirocinio al seguito immediato del signore, otteneva un "accasamento", un altro - spesso un adolescente non ancora padrone della sua eredit, o un cadetto - veniva ad occupare, alla tavola del signore, il posto rimasto vacante; e tanto degna di invidia appariva la sicurezza del vitto e dell'alloggio cos garantita, che le medie famiglie cavalleresche qualche volta ne sollecitavano la promessa per i loro membri pi giovani(172). All'inizio del regno di Filippo Augusto, devono esserci stati ancora parecchi vassalli privi di feudo, se il re, nella sua ordinanza sulla decima per la crociata, preoccupato di non lasciarsi sfuggire nessuna categoria di contribuenti, credette bene di riservar loro un posto a parte.
 indubbio tuttavia che, tra i due gruppi di vassalli e a profitto del gruppo di detentori di feudo, esisteva sin dall'epoca carolingia una sproporzione che si fece poi sempre pi notevole. Su tale processo e su alcune almeno delle sue cause possediamo una testimonianza eccezionalmente viva in un episodio che, pur essendosi svolto fuori di Francia, pu nondimeno essere legittimamente segnalato qui, data l'autentica origine francese delle istituzioni in giuoco.
Allorch Guglielmo il Bastardo ebbe conquistato l'Inghilterra, sua prima cura fu di trasportare nel nuovo regno quella importante organizzazione di reclutamento feudale di cui il suo ducato normanno gli forniva l'esempio. Impose dunque ai suoi principali fedeli l'obbligo di tenere costantemente a sua disposizione un determinato numero di cavalieri, fissato una volta per tutte,  batrona per  batrona. Cos ogni grande signore, dipendente immediatamente dal re, era costretto, a sua volta, a tener legati almeno un certo numero di vassalli militari; rimaneva libero, beninteso, di decidere sui provvedimenti per assicurarne il mantenimento. Da principio, molti vescovi e abati preferirono alloggiarli e nutrirli "sul dominio", senza accasarli. Era questa, naturalmente, in tutti i paesi, agli occhi dei capi delle chiese, la soluzione pi allettante, poich sembrava che preservasse da qualsiasi attentato l'inalienabile patrimonio terriero che essi avevano ricevuto in deposito; circa un secolo dopo, il biografo dell'arcivescovo Corrado I di Salisburgo si congratulava ancora col suo eroe perch aveva saputo condurre le guerre "conquistando la buona volont dei suoi cavalieri solo con regali di beni mobili". Tuttavia, salvo rare eccezioni, i prelati inglesi dovettero ben presto rinunciare a un sistema tanto conforme ai loro voti, per far gravare il peso dell'ost regale su feudi, ritagliati nel patrimonio fondiario ecclesiastico(173). Il cronista di Ely racconta che i vassalli, all'epoca in cui venivano direttamente nutriti dal monastero, si erano resi insopportabili con i tumultuosi reclami con cui assediavano il cellario. Non stentiamo a credere che una banda di uomini d'armi, sempre in effervescenza e dagli appetiti indiscreti, fosse un vicinato molesto per la pace del chiostro. Senza dubbio, nella stessa Gallia simili noie non eran state estranee alla rapida e precoce rarefazione di quei vassalli domestici delle chiese, ancora cos numerosi all'inizio del secolo X attorno alle grandi comunit religiose, che a Corbie, ad esempio, i monaci riservavan loro un pane speciale, migliore di quello degli altri provendati. A questo inconveniente, proprio di signorie di un tipo speciale, si aggiungeva tuttavia una ben pi grave difficolt, che, pur non impedendo in modo assoluto il sistema del mantenimento a domicilio, ne limitava singolarmente l'uso. Costituiva una grande incognita, nel primo periodo feudale, pretendere di approvvigionare regolarmente un gruppo che avesse una certa consistenza. Pi di un annalista monastico parla di fame in refettorio. Il pi sicuro, per il padrone come pel seguace d'armi, era in molti casi di lasciare a quest'ultimo, coi mezzi necessari, la responsabilit di provvedere alla propria sussistenza.
A maggior ragione, il regime della provenda diventava inapplicabile allorch quei vassalli la cui fedelt doveva essere ricompensata appartenevano a una classe troppo elevata per accontentarsi di passare un'intera esistenza all'ombra del padrone. Per costoro occorrevano rendite indipendenti che, legate all'esercizio di poteri di comando, permettessero loro di vivere in condizioni conformi al loro prestigio. Inoltre ve li obbligavano, talvolta, le esigenze del loro servigio. Le funzioni di un vassus dominicus carolingio supponevano che egli passasse la maggior parte dei suoi giorni nella sua provincia, occupato a sorvegliarla. L'estensione delle relazioni vassallatiche, non solo in numero, ma anche, se ci  possibile dirlo, in altezza, fu accompagnata infatti, nell'epoca carolingia, da un'enorme distribuzione di "benefic".
Supporre, all'origine di ogni feudo, una vera e propria concessione del signore al vassallo, sarebbe d'altronde farsi un'immagine singolarmente inesatta dei rapporti feudali. Molti, invece, per quanto il fatto possa apparire paradossale, nacquero in realt da un dono fatto al signore dal vassallo. L'uomo che cercava un protettore doveva spesso comprare questa protezione. Il potente che costringeva chi era pi debole a legarsi a lui era proclive a esigere che le cose gli fossero sottomesse come le persone. Quindi, gli inferiori offrivano, con se stessi, le loro terre al capo. Quest'ultimo, una volta contratto il legame di subordinazione personale, restituiva al suo nuovo dipendente i beni da lui cos ceduti in via provvisoria, non senza tuttavia averli assoggettati, durante il passaggio al suo diritto superiore, esprimentesi col peso di diversi oneri. Questo grande movimento di concessione del suolo si svolse in ogni grado della societ per tutta l'epoca franca e nel primo periodo dell'epoca feudale. Diverse erano per le forme che esso assumeva secondo la classe dell'accommendato e il suo genere di vita. Il fondo del contadino gli veniva reso gravato di censi in natura e in moneta e di corves agricole. Il personaggio di condizione pi elevata e di consuetudine guerriera, dopo aver prestato l'omaggio, recuperava il suo antico patrimonio in qualit di onorevole feudo vassallico. Fin allora di risaltare l'opposizione delle due grandi classi di diritti reali: da un lato, le modeste tenures in vilainage che obbedivano agli usi collettivi delle signorie, e i feudi; dall'altro, esenti da qualsiasi forma di dipendenza, gli "allodi".
Al pari di "feudo" - ma con una filiazione etimologica molto pi rettilinea (od, "bene", e forse al, "totale") - la parola "allodio" era di origine germanica; e, al pari di esso, adottata dalle lingue romanze, doveva vivere solo in tale ambiente di acquisizione. In tedesco usava, in sua vece, la parola Eigen (proprio). A onta, qua e l, di alcune inevitabili deviazioni, il significato di questi sinonimi rimase perfettamente stabile, dall'epoca franca sino al feudalesimo e oltre. Talvolta  stato definito: "propriet piena". Ma ci significa dimenticare che tale formula non aderisce mai bene al diritto medievale. Un possessore di allodio, per poco che fosse egli stesso un signore, poteva senz'altro avere al disotto di s (indipendentemente dai vincoli gentilizi sempre presenti) dei censuari, e financo dei feudatari, i cui diritti di godimento del suolo, in pratica spesso ereditari, limitavano imperiosamente il suo. L'allodio, in altri termini, non era necessariamente verso il basso un diritto assoluto. Era tale verso l'alto. "Feudo del sole" - vale a dire, senza signore umano - lo definiscono, con un'espressione graziosa, i giuristi germanici della fine del Medioevo.
Naturalmente, qualsiasi specie di immobile o di reddito immobiliare poteva godere di tale privilegio, qualunque fosse la natura del bene: dalla piccola gestione contadina sino al pi vasto complesso di censi o di poteri di comando; qualunque fosse, altres, la posizione sociale del possessore. Esisteva quindi, oltre all'antitesi allodio-feudo, un'antitesi allodio-censo. Per ora ci interessa solo la prima. Per questo rispetto, l'evoluzione francese e renana fu caratterizzata da un ritmo di due tempi, di ampiezze ineguali.
L'anarchia che accompagn e segu lo sgretolamento dello stato carolingio offr anzitutto a un buon numero di feudatari l'occasione di appropriarsi, puramente e semplicemente, quei chasements che avevano in concessione condizionata. Ci specialmente quando il concedente era una chiesa o il re. Ecco, per esempio, due carte del Limousin, di trentotto anni di distanza. Nell'876, Carlo il Calvo rimette al fedele Aldebert, vita natural durante e per quella dei suoi figli, la terra di Cavaliacus "a titolo d'usufrutto, in beneficio". Nel 914, Alger, figlio di Aldebert, fa dono ai canonici di Limoges del "mio allodio, chiamato Cavaliacus, che tengo dai miei genitori"(174).
Tuttavia, a meno che non cadessero, come questo, nelle mani del clero, n tali allodi di usurpazione n quelli di antica e autentica origine eran destinati, per la maggior parte, a conservare a lungo la loro qualit. C'erano una volta - racconta un cronista - due fratelli, di nome Herroi e Hacket, i quali, dopo la morte del padre, ricco signore di Poperinghe, se n'eran divisi gli allodi. Il conte di Boulogne e quello di Guines si sforzavano senza posa di costringerli a far loro omaggio, per tali terre. Hacket, "temendo pi che Dio gli uomini", cedette alle intimazioni del conte di Guines. Herroi, invece, non volendo sottomettersi a nessuno dei due persecutori, diede la sua parte di eredit al vescovo di Throuanne e la riprese da lui in feudo(175). Pu darsi che la tradizione, riferita tardivamente e con un semplice "si dice", non sia molto sicura nei particolari. Ma, nel suo fondo, d certamente un'immagine fedele di quella che poteva essere la sorte di quei piccoli signori allodiali, attanagliati tra le ambizioni rivali dei grandi baroni vicini. Similmente, nella precisa cronaca di Gilberto di Mons, si vedono i castelli elevantisi sulle terre allodiali del Hainaut ridotti a poco a poco a feudi dai conti di Hainaut o di Fiandra. Siccome il regime feudale, che essenzialmente si definisce sotto le specie di una rete di dipendenze, non raggiunse mai, nemmeno nelle contrade ove era nato, lo stato di un sistema perfetto, continuarono a sussistere sempre allodi. Tuttavia, essi, ancora molto numerosi al tempo dei primi Carolingi - a tal punto che il possesso di uno di essi, che fosse situato nella stessa contea, era allora la condizione necessaria per poter essere designato come advocatus di una chiesa, cio come suo rappresentante laico -, diminuirono rapidamente a partire dal secolo X, mentre il numero dei feudi aumentava senza posa. Il suolo cadeva in soggezione insieme con gli uomini.
Qualunque fosse la reale provenienza del feudo vassallatico - prelevamento effettuato sul patrimonio del capo o feudo "oblato", come diranno pi tardi i giuristi, vale a dire antico allodio abbandonato, quindi "recuperato" feudalmente dal suo primitivo detentore - ufficialmente si presentava sempre come concesso dal signore. Di qui l'intervento di un atto cerimoniale, concepito secondo le forme allora comuni a tutte le cessioni di diritti reali, chiamate, in francese, investtures. Il signore consegnava al vassallo un oggetto che simboleggiava il bene. Ci si accontentava spesso di un semplice bastoncino. Accadeva tuttavia che si preferisse un simbolo pi evidente: una zolla, per richiamo alla terra concessa; una lancia, che rievocava il servizio d'armi; un'insegna, se il feudatario doveva essere non solo un guerriero, ma un capitano destinato a radunare intorno a s, sotto il suo stendardo, altri cavalieri. Su questo canovaccio, abbastanza vago in origine, l'uso o il gusto dei giuristi ricamarono a poco a poco una folla di distinzioni, variabili secondo i paesi. Quando il dono veniva concesso a un nuovo vassallo, l'investtura avveniva subito dopo l'omaggio e la "fede"; mai prima(176). Il rito creatore della fedelt ne precedeva naturalmente la ricompensa.
In linea di massima, qualsiasi bene poteva essere feudo. Tuttavia, la condizione sociale dei beneficiari, quando si trattava di feudi vassallatici, imponeva di fatto alcuni limiti: se non altro dopo che venne stabilita, tra le diverse forme della commendatio, una ben definita distinzione di classe. La formula del dono accordato al compagnon, quale ce l'ha conservata un documento del secolo VII, sembra contempli la possibile richiesta di corves agricole. Ma il vassallo delle et successive non acconsentiva a lavorare con le proprie mani; doveva quindi vivere del lavoro altrui. Quando riceveva una terra, prendeva accordi a che fosse popolata di censuari, sottoposti, da un lato, ai censi, dall'altro a prestazioni di lavoro che permettessero la coltura della parte del suolo generalmente riservata alla gestione diretta del padrone. In breve, i feudi vassallatici erano in maggioranza signorie, piccole o grandi. Altri tuttavia consistevano in rendite che, pur lasciando ai loro possessori il privilegio di un nobile ozio, non comportavano, salvo a titolo accessorio, nessuna funzione di comando su altri dipendenti: decime, chiese con il loro "casuale", mercati, pedaggi.
Per vero, persino i diritti di quest'ultimo tipo, essendo in certo modo fissati al suolo, venivano annoverati, secondo la classificazione medievale, tra gli immobili. Solo pi tardi, quando i progressi degli scambi e dell'organizzazione amministrativa ebbero permesso, nei regni o nei grandi principati, l'accumularsi di stocks monetari relativamente considerevoli, i re e i grandi baroni cominciarono a distribuire come feudi semplici rendite che, pur senza supporti fondiari, obbligavano alla prestazione dell'omaggio. Questi feudi de chambre, vale a dire del tesoro, presentavano molteplici vantaggi. Evitavano qualsiasi alienazione di terre. Sfuggendo in generale alla deformazione che, come vedremo, aveva trasformato la maggioranza dei feudi terrieri in beni ereditari, ed essendo rimasti tutt'al pi vitalizi, mantenevano molto pi strettamente il beneficiario sotto la dipendenza del concedente. Fornivano ai capi di Stato il mezzo di assicurarsi dei fedeli lontani, anche al di fuori dei territori immediatamente sottoposti al loro dominio. I re d'Inghilterra, che, avendo presto raggiunto una ricca condizione, sembra siano stati tra i primi a usare questa procedura, l'applicarono sin dalla fine del secolo XI a quei signori fiamminghi, conte alla testa, di cui cercavano l'appoggio militare. Poi Filippo II Augusto, sempre pronto ad imitare i suoi rivali Plantageneti, si sforz di far loro concorrenza con egual metodo e sul medesimo terreno. Allo stesso modo, nel secolo XIII, i Hohenstaufen si conciliavano i consiglieri dei Capetingi, e i Capetingi quelli dei Hohenstaufen. Luigi IX si leg direttamente con Joinville, che sino allora era stato suo valvassore(177). Si trattava invece di seguaci d'armi domestici? La retribuzione pecuniaria evitava le difficolt del vettovagliamento. Se, nel corso del secolo XIII, il numero dei vassalli provendati and rapidamente diminuendo, ci fu determinato in pi di un caso dal fatto che l'onere del mantenimento puro e semplice fu sostituito dalla concessione, sotto forma di feudo, di uno stipendio fisso in denaro.
Era proprio certo, tuttavia, che una semplice rendita mobiliare potesse costituire legittimamente l'oggetto di un'infeudazione? Il problema non era solo verbale: equivaleva, infatti, a chiedersi sin dove dovessero estendersi le regole giuridiche molto speciali, elaboratesi a poco a poco intorno al concetto di feudo vassallizio. Appunto per questo, in Italia e in Germania - dove, in condizioni diverse che pi oltre avremo l'occasione di esporre, tale diritto propriamente feudale meglio riusc a costituirsi in sistema autonomo - la dottrina e la giurisprudenza finirono col negare alle rendite in numerario la qualit di feudo. In Francia, invece, sembra che la difficolt non abbia scosso i giuristi. Sotto il vecchio nome di tenure militare, le grandi case baronali e principesche poterono qui passare, insensibilmente, a un regime di quasi-salariato, caratteristico di una economia nuova, fondata sulla compera e la vendita.
La concessione in feudo, soldo di un "accommendato", aveva come durata naturale quella del legame umano che ne costituiva la ragione di essere. Dal secolo IX circa, il vassallaggio era considerato come la unione di due esistenze. Quindi, il "beneficio" o feudo veniva considerato come destinato a esser detenuto dal vassallo sino alla morte sua o del suo signore, e sino allora soltanto. Tale fu, sino alla fine, la regola iscritta nel formalismo del diritto: siccome il rapporto di vassallaggio tra il superstite della coppia primitiva e il successore dell'altro persisteva solo a patto di un rinnovo dell'omaggio, la conservazione del feudo da parte dell'erede del feudatario o del feudatario per l'erede del concedente esigeva che fosse rinnovata l'investtura. Ciononostante, ci accadr tra breve di mostrare come i fatti non tardarono a dare una flagrante smentita ai principi. Ma l'evoluzione essendo stata su questo punto comune a tutta l'Europa feudale, converr anzitutto cercar di ricostruire lo sviluppo nei paesi rimasti sinora al di fuori del nostro orizzonte di istituzioni simili o analoghe a quelle sinora descritte.




Capitolo terzo
Giro d'orizzonte europeo



1. Differenze francesi: Sud-Ovest e Normandia.

Che la Francia abbia avuto per destino, sin dal Medioevo, di unificare col vincolo sempre pi saldo dell'unit nazionale - come, secondo il bel paragone di Mistral, il Rodano accoglie la Durance - un fascio di societ originariamente divise da profondi contrasti, ciascuno sa o lo ha presente. Ma sinora non c' studio meno progredito di quello di questa geografia sociale. Dovremo quindi limitarci a proporne agli studiosi solo alcuni punti.
Ecco anzitutto il Mezzogiorno aquitano: il Tolosano, la Guascogna, la Guienna. In queste contrade, di struttura per ogni aspetto assai originale e ch'eran state solo debolmente sottomesse all'influsso delle istituzioni franche, lo sviluppo dei rapporti di dipendenza sembra abbia incontrato parecchi ostacoli. Gli allodi - sia piccole gestioni rurali che signorie - vi durarono numerosi sin alla fine. La stessa nozione di feudo, introdotta, nonostante tutto, smarr rapidamente la precisione dei suoi contorni. Sin dal secolo XII, veniva qualificata con tal nome, intorno a Bordeaux od a Tolosa, qualsiasi specie di tenure, comprese quelle gravate di umili oneri fondiari o di corves agricole. Lo stesso dicasi del termine "onore", diventato nel Nord, in seguito ad una evoluzione semantica che ricostruiremo pi oltre, quasi sinonimo di "feudo". I due nomi erano stati certo adottati, inizialmente, nel loro senso ordinario, ben specificato. La deviazione, che i paesi veramente feudalizzati non conobbero mai, venne pi tardi. Furono gli stessi concetti giuridici a esser stati imperfettamente compresi da una societ regionale imbevuta in tutt'altre abitudini.
Assuefatti ad un regime di cameratismo molto vicino alle primitive usanze franche, gli Scandinavi di Rollone, quando si stabilirono nella Neustria, non trovavano, invece, nelle loro tradizioni nazionali nulla che somigliasse al sistema del feudo o del vassallaggio, quale si era gi sviluppato nella Gallia. I loro capi vi si adattarono tuttavia con una straordinaria prontezza. In nessun luogo meglio che su quella terra di conquista i principi seppero utilizzare, a profitto della loro autorit, la rete delle relazioni feudali. Alcuni elementi esotici continuarono tuttavia a penetrare negli strati profondi della societ. In Normandia, come sulle rive della Garonna, il vocabolo "feudo" assunse rapidamente il senso generale di tenure; ma non sempre per ragioni perfettamente equivalenti. In Normandia, infatti, sembra che sia mancato il senso, cos forte altrove, della differenziazione delle classi e, di conseguenza, delle terre, in base al genere di vita. Lo testimonia il diritto speciale dei "valvassori". In s la parola nulla aveva di eccezionale. Attraverso tutto il territorio romanzo, designava, nella catena dei possessori di feudi militari, i pi bassi, quelli che, rispetto ai re o ai grandi baroni, erano soltanto vassalli di vassalli (vassi vassorum). Ma l'originalit del "valvassore" normanno risiedeva nel singolare imbroglio degli oneri che generalmente gravavano sul suo bene. Accanto agli obblighi di servizio armato, a cavallo o a piedi, la vavassorerie implicava censi e financo corves: era insomma per met feudo, per met "villania". Esiteremo a riconoscere in tale anomalia un vestigio dell'epoca dei Vikinghi? Per togliere ogni dubbio, basta dare un'occhiata alla Normandia inglese, vale a dire alle contee del Nord e del Nord-Est, dette "di usanza danese". La medesima dualit d'oneri vi gravava le terre di dipendenti, ivi chiamati dreng, ossia, originariamente - al pari di "vassallo" - "ragazzi": termine, questa volta, schiettamente nordico e che, come d'altronde abbiamo visto, sembra sia stato in uso, immediatamente dopo l'invasione, anche sulle rive della Senna(178). Valvassore e dreng, ciascuno da parte sua, dovevano dare molto filo da torcere, nei secoli successivi, ai giuristi, prigionieri di classificazioni progressivamente cristallizzate. In un mondo che, al disopra di tutte le altre attivit sociali e separate da esse, poneva le armi, erano come un persistente e impacciante ricordo dell'epoca in cui, presso gli "uomini del Nord", nessun abisso separava la vita del contadino da quella del guerriero, come si vede ancora cos chiaramente nelle saghe islandesi.


2. L'Italia.

L'Italia longobarda aveva visto lo sviluppo spontaneo di pratiche di relazione personale quasi in ogni loro punto analoghe alla commendatio dei Galli: dalla semplice dedizione di s in servit sino al comitatus militare. I compagni d'armi, almeno intorno ai re, ai duchi, ai principi capi, portavano il nome germanico comune di gasindi. Molti di essi ricevevano terre: salvo, del resto, a dover restituirle al capo, come accadeva quasi sempre, quando non gli prestassero pi obbedienza. Infatti, conforme alle consuetudini che troviamo dovunque all'origine di questo genere di rapporti, il legame non aveva allora nulla di indissolubile; al libero Longobardo, purch non uscisse dal regno, la legge riconosceva espressamente il diritto di "andarsene con la sua famiglia ove volesse". Tuttavia, la nozione di una categoria giuridica di beni speciali per la rimunerazione dei servigi sembra non si sia chiaramente delineata prima dell'assorbimento dello stato longobardo nello stato carolingio (fine del secolo VIII). Il "beneficio" fu in Italia d'importazione franca. Ben presto, d'altronde, come nella stessa patria dell'istituzione, si prefer dire "feudo". La lingua longobarda possedeva gi questa parola nel senso antico di bene mobile. Ma, sin dalla fine del secolo IX, si ha la testimonianza della nuova accezione di tenure militare, nei dintorni di Lucca(179). In pari tempo, il gallo-franco "vassallo" si sostituiva a poco a poco a gasindus, ridotto al significato, pi stretto, di seguace d'armi non "accasato". Si  che la dominazione straniera aveva messo il suo suggello sulle stesse realt. Non soltanto la crisi sociale provocata da guerre di conquista, e su cui un capitolare carolingio ci d una curiosa testimonianza(180), non solo le ambizioni dell'aristocrazia immigrata, padrona delle alte cariche, avevano portato con s la moltiplicazione dei patronati di qualsiasi specie. Ma la politica carolingia, su entrambi i versanti delle Alpi, regolarizz ed insieme estese il sistema inizialmente poco rigido delle dipendenze personali e fondiarie. Se, in tutta l'Europa, l'alta Italia fu senza dubbio il paese in cui il regime del vassallaggio e del feudo si avvicin maggiormente a quello della Francia vera e propria, la ragione va cercata nel fatto che, nei due paesi, le condizioni prime erano pressoch simili: alla base un substrato sociale del medesimo tipo, in cui le abitudini della clientela romana si mescolavano alle tradizioni germaniche; e, lavorante tale impasto, l'opera organizzatrice dei primi Carolingi.
Tuttavia, su questa terra dove mai s'interruppero n l'attivit legislativa n l'insegnamento giuridico, il diritto feudale e vassallatico doveva, assai presto, cessare di essere costituito, come lo fu a lungo in Francia, solo da un insieme alquanto fluido di precetti tradizionali o giuridici quasi esclusivamente orali. Intorno alle ordinanze promulgate in materia, dopo il 1037, dai sovrani del regno d'Italia - di fatto, re germanici - sorse tutta una letteratura tecnica che, accanto al commentario a queste leggi, si mise a descrivere "i buoni costumi delle Corti". I principali frammenti furono, com' noto, raccolti nella famosa compilazione dei Libri Feudorum. Ora, il diritto di vassallaggio, qual  esposto da questi testi, presenta una particolarit singolare: l'omaggio di bocca e di mani non vi  mai ricordato; il giuramento di fede sembra fosse sufficiente a fondare la fedelt. V'era in ci, per vero, una parte di sistematizzazione e di artificio, conforme allo spirito di quasi tutte le opere dottrinali del tempo. I documenti della prassi attestano che in Italia, nelle et feudali, l'omaggio di tipo franco era qualche volta prestato. Ma non sempre, n forse sovente. Non era ritenuto necessario alla creazione del vincolo. Rito di importazione, senza dubbio non era stato mai completamente adottato da un'opinione giuridica, molto pi proclive che oltralpe ad ammettere obblighi stipulati al di fuori di qualsiasi atto formalistico. Una luce assai viva  gettata sulla stessa nozione di feudo vassallatico dalla sua storia in un'altra regione d'Italia: il Patrimonio di san Pietro. Nel 999, il favore dell'imperatore Ottone III spinse al pontificato un uomo che, nato nel cuore dell'Aquitania, aveva acquistato, nel corso di una carriera brillante e movimentata, l'esperienza delle monarchie e dei grandi principati ecclesiastici dell'antico paese franco e dell'Italia longobarda. Era Gerberto d'Aurillac, che assunse il nome di papa Silvestro II. Egli constat che i suoi predecessori avevano ignorato il feudo. Certo, la Chiesa romana aveva anch'essa i suoi fedeli, cui non mancava di distribuire terre. Ma usava ancora per ci vecchie forme romane, soprattutto l'enfiteusi. Questi contratti, adatti ai bisogni di una societ di tutt'altro tipo, mal rispondevano alle necessit del presente. Per s non comportavano oneri di servizio. Temporanei, ma estesi a parecchie vite, ignoravano l'obbligo salutare del ritorno al donatore, di generazione in generazione. Silvestro volle sostituirli con vere e proprie infeudazioni e ne spieg il perch(181). Se questo primo sforzo non sembra abbia avuto buon esito, nondimeno feudo e omaggio penetrarono poi, a poco a poco, nella prassi del governo papale. Tanto indispensabile appariva ormai questa doppia istituzione ad ogni buona organizzazione di dipendenze nella classe militare!


3. La Germania.

Alle province della Mosa e del Reno, sin dall'inizio parti integranti del regno fondato da Clodoveo e focolari della potenza carolingia, lo stato germanico, quale si costitu definitivamente all'inizio del secolo X, univa vasti territori rimasti al di fuori di quel grande fermento di uomini e di istituzioni che fu una delle caratteristiche essenziali della societ gallo-franca. Anzitutto, la pianura sssone, dal Reno all'Elba, occidentalizzata solo dopo Carlo Magno. Le pratiche del feudo e del vassallaggio si diffusero nondimeno in tutta la Germania transrenana, ma senza mai, soprattutto nel Nord, penetrare cos a fondo nella struttura sociale coma nel vecchio paese franco. Non essendo stato adottato dalle classi superiori in maniera cos completa come in Francia, quale rapporto umano proprio del loro ceto, l'omaggio rimase pi vicino alla sua natura primitiva, che ne faceva un rito di semplice subordinazione: il bacio d'amicizia, che metteva quasi sul medesimo piano il signore e il vassallo, si aggiunse solo in casi eccezionali all'offerta delle mani. Pu darsi che, in origine, i membri delle grandi famiglie di capi abbiano sentito qualche ripugnanza a contrarre legami considerati ancora semi-servili. Nel secolo XII, si raccontava nell'ambiente dei Guelfi che uno degli antenati della Casa, apprendendo l'omaggio prestato dal proprio figlio al re, avesse provato per tale atto, in cui aveva visto un attentato alla "nobilt" e alla "libert" del suo sangue, una cos viva irritazione che, ritiratosi in un monastero, ricus, sino alla morte, di rivedere il colpevole. La tradizione, inquinata da errori genealogici, non , in s, di sicura autenticit. Non per questo  meno sintomatica; nel rimanente mondo feudale, non ce ne sono di simili.
D'altra parte, l'opposizione tra il servizio delle armi e la coltura del suolo, che costituiva altrove il vero fondamento della divisione delle classi, si afferm in Germania con maggior lentezza. Quando, nei primi anni del secolo X, il re Enrico I, anch'esso sssone, mun di presid fortificati la frontiera orientale della Sassonia, minacciata senza posa da Slavi e ngari, ne affid la difesa a guerrieri suddivisi regolarmente - ci vien riferito - in gruppi di nove. I primi otto, domiciliati attorno al fortino, accorrevano a presidiarlo solo in caso di allarme. Il nono ci viveva in permanenza, per vegliare sulle case e le provviste riservate ai compagni. Il sistema, a prima vista, non  privo di analogia coi principi adottati, nella stessa epoca, per la difesa di vari castelli francesi. A uno sguardo pi acuto non sfugge tuttavia una differenza estremamente profonda. Questi soldati di guarnigione ai confini sssoni, in luogo di affidare, come i soldati estagiers(182) dell'Ovest, la loro sussistenza ora alle distribuzioni fatte dal padrone, ora, sotto forma di censi, a feudi da lui concessi erano veri e propri coloni, che coltivavano il suolo con le loro braccia: agrarii milites.
Due sono gli elementi che, sino alla fine del Medioevo, continuarono ad attestare questa meno progredita feudalizzazione della societ germanica. Anzitutto, il numero e l'estensione degli allodi, soprattutto di quelli dei capi Quando Enrico il Leone, duca di Baviera e Sassonia, fu privato, in seguito a processo, nel 1180, dei feudi avuti dall'Impero, le sue terre allodiali, rimaste nelle mani dei suoi discendenti, erano abbastanza considerevoli da costituire un vero e proprio principato che, trasformato a sua volta settantacinque anni pi tardi in feudo imperiale, doveva, sotto il nome di ducato di Brunswick e Lneburg, costituire nella futura Confederazione germanica la base degli stati di Brunswick e Hannover(183). In Germania, d'altro lato, il diritto del feudo e del vassallaggio, anzich mescolarsi inestricabilmente, come in Francia, a tutta la rete giuridica, fu assai presto concepito sotto forma di un sistema a parte, le cui regole, applicabili solo a determinate terre e a determinate persone, erano di competenza dei tribunali speciali: press'a poco come da noi oggi, al diritto civile deroga quello degli atti di commercio e dei commercianti. Lehnrecht, diritto dei feudi: Landrecht, diritto generale del paese: i grandi manuali del secolo XIII sono interamente costruiti su tale dualismo, a cui il nostro Beaumanoir mai avrebbe pensato. Aveva senso solo perch, anche nelle classi elevate, molti legami giuridici sfuggivano alla rubrica feudale.


4. Fuori dell'Impero carolingio: l'Inghilterra anglo-sssone e la Spagna dei regni asturiano-leonesi.

Al di l della Manica, che non cess mai di essere attraversata anche nelle ore peggiori, i regni barbarici della Britannia non sfuggivano alle influenze franche. Sembra anzi che l'ammirazione ispirata dallo stato carolingio alle monarchie dell'isola abbia raggiunto talvolta veri e propri tentativi di imitazione. Lo testimonia tra l'altro l'apparizione, in alcuni documenti e in qualche testo narrativo, della parola "vassallo", visibilmente acquisita. Ma questi influssi stranieri furono superficiali. L'Inghilterra anglo-sssone offre alla storia del feudalesimo la pi preziosa delle esperienze naturali: quella di una societ di struttura germanica, la quale persegu, sino al termine del secolo XI, un'evoluzione quasi interamente spontanea.
Gli Anglo-sssoni, al pari di tutti i loro contemporanei, non trovavano nei vincoli del popolo o del sangue di che soddisfare pienamente nei deboli il bisogno di protezione, nei forti gli istinti di potenza. Dal momento in cui, all'inizio del secolo VII, si leva ai nostri occhi il velario di una storia sino allora priva di documenti scritti, vediamo disegnarsi le maglie di un sistema di dipendenze, che, due secoli dopo, i grandi torbidi dell'invasione danese finiranno di sviluppare. Le leggi, sin dall'inizio, riconobbero e regolarono tali relazioni, alle quali anche qui veniva applicato, quando si trattava di sottolineare la sottomissione dell'inferiore, il nome latino di commendatio; se si voleva invece accentuare la protezione accordata dal signore, il termine germanico di Mund. I re, almeno a partire dal secolo X, le favorirono. Le consideravano utili all'ordine pubblico. Tra il 925 e il 935, Etelstano prescrive che, se un uomo non possiede un signore, e se si constati che tale situazione nuoce all'esercizio delle sanzioni legali, la sua famiglia, dinanzi alla pubblica assemblea, dovr designargli un Lord. Se non lo vuole o non lo pu, quell'uomo rimarr un fuorilegge, e chiunque, incontrandolo, potr ucciderlo, come un brigante. Evidentemente la regola non concerneva i personaggi di posizione troppo elevata perch fossero subordinati alla immediata autorit del sovrano; costoro rispondevano direttamente di s. Ma cos qual era - senza che, d'altronde, si sappia sino a che punto fosse effettivamente seguita - andava, almeno nelle intenzioni, pi lontano di quanto mai abbian osato Carlo Magno e i suoi successori(184). Cos, i re non mancarono di trar profitto anch'essi da tali legami. I loro dipendenti militari, o thegn, erano altrettanti vassi dominici diffusi in tutto il regno, protetti da speciali tariffe di composizione e investti di vere e proprie funzioni pubbliche. Se, nondimeno, per uno di quegli sbiettamenti di cui si compiace la storia, in Inghilterra i rapporti di soggezione, prima della conquista normanna, non oltrepassarono mai lo stadio ancora fluido che era stato press'a poco lo stadio della Gallia merovingia, la ragione ne va cercata, pi che nella debolezza di una sovranit profondamente scossa dalle guerre danesi, nella persistenza di una originale struttura sociale.
Nella folla di dipendenti si erano presto distinti, ivi come altrove, i fedeli armati di cui si circondavano i grandi e i re. Diversi nomi, che di comune possedevano solo una risonanza alquanto umile e servile, servivano ad indicare, concorrentemente o successivamente, tali guerrieri familiari: gesith, naturalmente, gi incontrato pi volte; gesella, ossia compagno di sala; geneat, compagno di mensa; thegn, che lontano parente del greco tknon, aveva, al pari di vassallo, come significato primitivo "giovanetto"; knight, corrispondente al germanico Knecht, servo o schiavo. Dopo il regno di Canuto, si mutu volentieri dallo scandinavo, per applicarlo ai seguaci d'armi del re o dei grandi, il termine di housecarl, "ragazzo di casa". Il signore - tanto del "fedele" militare che dell'accommendato pi mediocre o dello schiavo -  chiamato Hlaford (da cui la parola Lord dell'inglese odierno); in senso stretto, "donatore di pani", allo stesso modo che gli uomini viventi nella sua casa sono dei "mangiatori di pane" (Hlafoetan). Non era, del resto, oltre che un difensore, un nutritore? Un curioso poema ci presenta il lamento di uno di questi compagni d'armi, ridotto, dopo la morte del suo capo, a battere le strade alla ricerca di un nuovo "distributore di tesori": commovente lamento di una specie di isolato sociale, privato a un tempo di protezione, di affetto e dei piaceri pi necessari alla vita. "Sogna a tratti di abbracciare e baciare il suo signore, di mettere le mani e la testa sulle sue ginocchia, come un tempo presso all'alto seggio da cui gli venivano i doni; poi, l'uomo senza amici si sveglia e pi non vede dinanzi a s che ombre vaghe... Dove sono le gioie della grande sala? Dove, ohim, la scintillante coppa?"
Alcuino, descrivendo, nell'801, uno di questi gruppi di armati al seguito dell'arcivescovo di York, vi segnalava la presenza di "nobili guerrieri" e di "guerrieri privi di nobilt": indice, a un tempo, della variet propria inizialmente di tutte le truppe di tale specie e delle distinzioni che si era tuttavia gi inclini a rilevare nelle loro file. Uno dei servigi resici dai documenti anglo-sssoni  di sottolineare, su questo punto, un nesso causale che la deplorevole povert delle fonti merovinge non lascia quasi scorgere: la differenziazione era nella natura delle cose; ma fu visibilmente accelerata dalla stessa abitudine, che si diffuse progressivamente, di stanziare questi uomini d'armi su delle terre. L'estensione e la natura della concessione, variando secondo la qualit dell'uomo, finivano in effetti col precisare il contrasto. Nulla di pi rivelatore delle vicissitudini della terminologia. Alcuni termini test enumerati caddero finalmente in disuso; altri si specializzarono sia verso l'alto che verso il basso. Il geneat era, all'inizio del secolo VII, un guerriero vero e proprio e un personaggio abbastanza notevole; nell'XI, un modesto censuario, distinto dagli altri contadini solo perch costretto a montare la guardia presso il padrone e a portarne i messaggi. Thegn, invece, rimase l'etichetta di una categoria molto pi considerata di dipendenti militari. Ma, siccome la maggioranza degli individui cos chiamati era stata a poco a poco dotata di tenures, si sent ben presto il bisogno di usare un nuovo termine per indicare gli uomini d'armi privati, venuti a sostituirli nel servigio militare della casa. Si us knight, affrancato dalla tara servile. Tuttavia, il movimento che spingeva verso l'istituzione di un salario fondiario era cos irresistibile che, alla vigilia della conquista normanna, pi di un knight era stato a sua volta fornito di una terra.
Per vero, la mobilit di tali distinzioni verbali indica quanto incompleta rimanesse, di fatto, la discriminazione. Un'altra testimonianza ci  fornita dallo stesso formalismo degli atti di sottomissione, che, sino alla fine, qualunque fosse la loro portata sociale, poterono uniformemente comportare il rito di offerte delle mani o farne senza. Nella Gallia franca, il grande principio della scissione che fin col separare nettamente il vassallaggio e le forme inferiori della commendatio era stato duplice: da un lato, l'incompatibilit tra due generi di vita e, di conseguenza, di obblighi: quello del guerriero e quello del colono; dall'altro, la breccia scavata tra un vincolo vitalizio, di diritto liberamente scelto, e i legami ereditari. Ora, n l'uno n l'altro fattore agivano in simile grado nella societ anglo-sssone.
Agrarii milites, "guerrieri contadini": di questa unione di vocaboli, gi riscontrata in Germania, si serviva, a sua volta, nel 1159, un cronista, per caratterizzare alcuni tradizionali elementi delle forze militari che l'Inghilterra continuava a mettere a disposizione del suo re straniero, dato che la sua struttura non era stata completamente sconvolta dalla conquista normanna(185). Le realt effettive a cui si riferiva l'allusione - ormai semplici sopravvivenze - avevano risposto, un secolo prima, a pratiche molto generali. Non erano infatti uomini d'armi e, in pari tempo, contadini quei geneat o ancora quei radmen, le cui tenures, cos numerose nel secolo X, eran gravate sia di servizi di scorta o di messaggio sia di censi e di corves agricole; e similmente alcuni degli stessi thegn, sottoposti, in virt delle loro stesse terre, a umili corves e al servizio militare? Tutto cospirava a mantenere cos una specie di confusione dei generi: l'assenza di quel substrato sociale gallo-romanzo il quale, senza che possiamo rendere esatto conto della sua azione, sembra tuttavia che abbia contribuito a imporre in Gallia l'abitudine di una distinzione di classi; l'influsso delle civilt nordiche - nelle contee del Nord, profondamente scandinavizzate, si incontravano pi che altrove, accanto ai dreng, gi a noi noti, i thegn contadini -; infine, l'importanza minore attribuita al cavallo. Ci non significa che molti vassalli anglo-sssoni non fossero provvisti di cavalli; ma, in combattimento, mettevano regolarmente il piede a terra. La battaglia di Hastings fu essenzialmente la sconfitta di una fanteria da parte di un esercito misto, in cui la cavalleria sosteneva, con le sue manovre i fanti. L'Inghilterra, prima della conquista normanna, ignor sempre l'equivalenza, familiare al continente, di "vassallo" con "cavaliere"; e se knight fin, dopo l'arrivo dei Normanni, col tradurre non senza esitazioni la seconda di queste parole, fu senza dubbio perch i cavalieri condotti inizialmente dagli invasori erano, come la maggioranza dei knights, guerrieri senza terre. Ora, quale contadino, per cavalcare sino al luogo dell'arruolamento, aveva bisogno del tirocinio e degli esercizi costanti richiesti necessariamente dalla manovra di un cavallo in piena mischia e dal maneggio a cavallo di pesanti armi?
Quanto ai contrasti che altrove provenivano dalla maggiore o minore durata del vincolo, in Inghilterra non avevano la possibilit di manifestarsi con forza. Infatti - eccettuati, beninteso, gli asservimenti puri e semplici - le relazioni di subordinazione erano, in ogni grado, suscettibili di una rottura abbastanza facile. Vero  che le leggi interdicevano all'uomo di abbandonare il suo signore, senza il consenso di quest'ultimo. Ma questo permesso non poteva essere rifiutato qualora i beni concessi in cambio di servigi fossero stati restituiti e qualora tutti gli obblighi riguardanti il passato fossero stati adempiuti. La "ricerca del Lord", eternamente rinnovabile, appariva come un imprescrittibile privilegio dell'uomo libero. "Nessun signore - dice Etelstano - vi metta ostacolo, dal momento che gli  stato fatto diritto". Certamente, il giuoco degli accordi particolari, delle usanze locali o familiari, degli abusi di forza infine, era talvolta pi potente delle regole legali: pi di una subordinazione si mutava, praticamente, in vincolo vitalizio o ereditario. Numerosi dipendenti, talvolta di assai modeste condizioni, conservavano nondimeno la facolt - come dice il Domesday Book(186) - "di andarsene da un altro signore". D'altra parte, nessuna rigida classificazione dei rapporti fondiari forniva un'armatura al regime dei rapporti personali. Senza dubbio, se molte delle terre concesse dai signori ai loro fedeli, nei primi tempi del vassallaggio, eran cedute in pieno diritto, come accadeva sul continente, altre, al contrario, dovevano essere conservate solo per la durata della fedelt stessa.
Tali concessioni temporanee avevano di frequente, come in Germania, il nome di prestito (laen, in latino praestitum). Non risulta per che sia stata chiaramente elaborata la nozione di un bene-salario, con ritorno obbligatorio al donatore, ad ogni morte. Il vescovo di Worcester - procedendo, sull'inizio del secolo XI, a distribuzioni di questa natura, in cambio a un tempo di obblighi d'obbedienza, censi e servigi di guerra - adottava la vecchia forma, familiare alla Chiesa, del contratto d'affitto per tre generazioni. Accadeva che i due vincoli, dell'uomo e del suolo, non coincidessero: cos per esempio, sotto Edoardo il Confessore, un personaggio che si era fatto concedere una terra da un signore ecclesiastico per tre generazioni riceveva in pari tempo l'autorizzazione "di andare insieme con essa, durante questo periodo, verso il signore che vorr"; ossia, di accommendarsi, lui e il fondo, a un altro signore: dualismo che, almeno nelle classi nobili, sarebbe stato nella Francia contemporanea assolutamente inconcepibile.
Quindi, per importante che fosse diventata, nell'Inghilterra anglo-sssone, la funzione di cemento sociale esercitata dalle relazioni di protezione, esse eran ben lontane dall'aver eliminato qualsiasi altro vincolo. Il signore rispondeva pubblicamente dei suoi uomini. Ma, accanto a questa solidariet tra padrone e subordinato, sussistevano, assai vigorose e accuratamente organizzate dalla legge, le vecchie solidariet collettive, di stirpi e di gruppi di vicini. Similmente, l'obbligo militare di tutti i membri sopravviveva, pi o meno proporzionato alla ricchezza di ciascuno. Sicch si produsse qui una contaminazione, infinitamente istruttiva. Due tipi di guerrieri servivano il re, con armamento completo: il suo thegn, equivalente press'a poco al vassallo franco, e il semplice uomo libero, purch possedesse un certo censo. Naturalmente le due categorie in parte coincidevano, dato che, di solito, il thegn non era un povero. Verso il secolo X, ci si abitu dunque a chiamare thegn - sottinteso "regi" -, e a considerare dotati dei privilegi spettanti a tale condizione, tutti i liberi sudditi del re, i quali, anche senza essere posti sotto la sua particolare commendatio, possedessero terre abbastanza estese, oppure avessero esercitato con profitto l'onorevole traffico d'oltremare. In tal modo, lo stesso termine caratterizzava, a volta a volta, ora la situazione creatasi per effetto di un atto di personale sottomissione, ora l'appartenenza a una classe economica: equivoco che - anche tenendo conto della notevole impermeabilit delle menti al principio di non-contraddizione - poteva ammettersi quasi solo perch il vincolo da uomo a uomo non era concepito come una forza tale che nulla poteva essergli paragonato. Forse non sarebbe completamente inesatto interpretare il crollo della civilt anglo-sssone come la rovina di una societ che, avendo visto, nonostante tutto, sgretolarsi i suoi vecchi quadri sociali, non aveva saputo sostituirli con un'armatura di dipendenze ben definite e nettamente gerarchizzate.
Lo storico del feudalesimo, che vada alla ricerca di un campo di comparazioni veramente particolarizzato, non deve rivolgersi verso la Spagna del nord-est. La Catalogna, marca distaccata dall'Impero carolingio, aveva profondamente subito l'influsso delle istituzioni franche. Similmente, sebbene in maniera pi indiretta, la vicina Aragona. Al contrario, nulla di pi originale della societ del gruppo asturiano-leonese: Asturie, Leon Castiglia, Galizia e, pi tardi, Portogallo. Malauguratamente, la ricerca non  stata spinta molto lontano. Ecco, in breve, quel che si pu intravvedere(187).
L'eredit della societ visigotica, trasmessa dai primi re e dall'aristocrazia, le condizioni di vita allora comuni a tutto l'Occidente favorirono, ivi come altrove, lo sviluppo delle dipendenze personali. I capi, soprattutto, avevano i loro guerrieri familiari, detti solitamente i loro criados, cio i loro "nutriti" e che i testi considerano talvolta alla stregua dei "vassalli". Ma quest'ultimo era un termine d'accatto; e il suo uso, in complesso molto raro, aveva come scopo principale quello di ricordare che anche questo settore del mondo iberico, autonomo fra tutti, sub nondimeno, e a quanto pare con forza crescente, l'influsso delle feudalit d'oltre-Pirenei.
Come sarebbe potuto accadere diversamente, quando tanti cavalieri e chierici francesi passavano continuamente i monti? Anche il termine hommage si incontra qualche volta, e con esso il rito. Diverso era tuttavia il gesto indigeno di dedizione: era il bacio delle mani, circondato, d'altro canto, da un formalismo molto meno rigoroso e suscettibile di esser ripetuto con grande frequenza, come un atto di semplice cortesia. Per quanto il nome di criados sembri richiamare, innanzi tutto, dei "fedeli" domestici e il Cantar de mio Cid chiami ancora i seguaci dell'eroe "coloro che mangiano il suo pane", non manc di farsi sentire l'evoluzione che ovunque tendeva a sostituire le donazioni di terre alle distribuzioni di alimenti e di donativi: temperata qui, tuttavia, dalle eccezionali risorse che, dopo le razzie in territorio moresco, il bottino metteva tra le mani dei re e dei grandi. Si svilupp, assai netta, la nozione della tenure gravata di servigi e revocabile in caso di mancamento. Da alcuni documenti, ispirati dal vocabolario straniero, talvolta redatti da chierici venuti dalla Francia, viene chiamata "feudo" (nelle sue forme latine). La lingua corrente aveva elaborato, in piena indipendenza, un termine proprio: prestamo, che significava letteralmente - per un singolare parallelismo di idee con il Lehn germanico o anglo-sssone - "prestito".
Queste usanze, tuttavia, non diedero mai vita, come accadde in Francia, a una rete potente, invadente e ben ordinata di dipendenze vassalliche e feudali. Ce ne possiamo rendere ragione se consideriamo i due grandi fatti che impressero alla storia della societ asturiano-leonese una tonalit speciale: la riconquista e il ripopolamento. Sui vasti territori strappati agli Arabi vennero stanziati, come coloni, dei contadini che in gran parte sfuggivano alle forme, per lo meno alle pi costrittive, della soggezione signorile; e conservarono inoltre, necessariamente, le doti guerriere di una specie di milizia dei confini. Ne veniva che molto meno vassalli che non in Francia potevan essere provvisti di rendite tratte dal lavoro dei censuari, paganti cnoni e astretti a corves; che, soprattutto, se il "fedele" armato era il combattente per eccellenza, non era il solo combattente e neppure il solo a combattere a cavallo. Accanto alla cavalleria dei criados, esisteva una "cavalleria villana", composta dei pi ricchi fra i liberi contadini. D'altra parte, il potere del re, capo della guerra, era molto pi attivo che a nord dei Pirenei. Tanto pi che, essendo i regni assai meno estesi, i loro sovrani potevano, con minor disagio, attingere direttamente la massa dei sudditi. Nessuna confusione, dunque, tra l'omaggio vassallico e la subordinazione del funzionario, tra l'ufficio e il feudo. Non solo, ma nessuna regolare classificazione degli omaggi, salienti di grado in grado - salvo le interruzioni dell'allodio - dal pi piccolo cavaliere sino al re. C'erano qua e l gruppi di fedeli, spesso dotati di terre a ricompensa dei loro servigi. Imperfettamente legati tra loro, erano ben lontani dal costituire l'ossatura quasi unica della societ e dello Stato. Tanto  vero che due fattori sembra siano stati indispensabili a ogni compiuto regime feudale: il quasi-monopolio professionale del vassallo-cavaliere; e la scomparsa, pi o meno volontaria, dinanzi al legame vassallatico, degli altri mezzi d'azione dell'autorit pubblica.


5. Il feudalesimo d'importazione.

Con l'insediamento dei duchi di Normandia in Inghilterra, assistiamo a un notevole fenomeno di emigrazione giuridica: l'introduzione delle istituzioni feudali francesi in una terra di conquista. Avvenne tre volte nello stesso secolo: oltre Manica, dopo il 1066; nell'Italia meridionale, dove, dopo il 1030 circa, alcuni avventurieri giunti anch'essi dalla Normandia presero a dividersi dei principati, destinati finalmente a costituire con la loro unione, al termine di un secolo, il regno detto di Sicilia; in Siria, infine, negli stati fondati dai crociati, dopo il 1099. Sul suolo inglese, la presenza presso i vinti di abitudini gi quasi di vassallaggio facilit l'adattamento del regime straniero. Nella Siria latina, si lavorava su una tabula rasa. Quanto all'Italia meridionale, prima dell'arrivo dei Normanni, essa era divisa fra tre dominazioni. Nei principati longobardi di Benevento, Capua e Salerno, era assai diffusa la pratica delle sudditanze personali, senza tuttavia che queste si fossero elaborate in un regolare sistema gerarchico. Nelle pianure bizantine, alcune oligarchie terriere, guerriere e spesso anche mercantili, dominavano la moltitudine degli umili, a cui li legava talvolta una specie di patronato. Infine, l dove regnavano gli emiri arabi non esisteva nulla di analogo, neppur lontanamente, al vassallaggio. Ma, per forti che fossero questi contrasti, il trapiantamento dei rapporti feudali e vassallatici fu ovunque facilitato dal loro carattere d'istituzioni di classe. Al di sopra delle plebi rurali e talvolta della borghesia, entrambe di tipo ancestrale, i gruppi dirigenti, essenzialmente composti di invasori, ai quali in Inghilterra e soprattutto in Italia si aggiunsero alcuni elementi delle aristocrazie indigene, formavano altrettante societ coloniali, rette da usanze anch'esse esotiche.
Tali feudalit d'importazione ebbero, quale caratteristica comune, di essere molto meglio sistematizzate che l dove lo sviluppo era stato puramente spontaneo. A dire il vero, nell'Italia meridionale, la quale, conquistata a poco a poco, per effetto sia di accordi che di guerre, non aveva visto scomparire totalmente n le sue classi nobili n le loro tradizioni, sussistettero sempre allodi, molti dei quali, per un tratto singolare, erano nelle mani delle vecchie aristocrazie cittadine. Al contrario, n in Siria n in Inghilterra - se tralasciamo, all'inizio, alcune oscillazioni di terminologia - fu ammessa l'allodialit. Ogni terra era tenuta da un signore, e questa ininterrotta catena di anello in anello metteva capo al re. Ogni vassallo, di conseguenza, era legato al sovrano, non solo come suo suddito, ma anche per un vincolo gerarchico da uomo a uomo. Il vecchio principio carolingio della "coercizione" da parte del signore, riceveva cos, su queste terre estranee al vecchio impero, un'applicazione quasi idealmente perfetta.
Nell'Inghilterra governata da un forte potere regio, che - come si  detto - aveva recato con s le forti consuetudini amministrative del ducato natale, le istituzioni cos introdotte non costituirono qui solamente un'armatura ordinata pi rigorosamente che altrove. Per effetto di una specie di contagio dall'alto al basso, penetrarono progressivamente in quasi tutta la societ. Com' noto, il termine "feudo" sub in Normandia una profonda alterazione semantica, al punto da giungere a designare qualsiasi tenure. La deviazione si era iniziata probabilmente prima del 1066; a quella data non era ancora completamente conchiusa. Infatti, sebbene avvenisse parallelamente sull'una e sull'altra riva della Manica, non segu il medesimo tracciato. Il diritto inglese, nella seconda met del secolo XII, fu condotto a distinguere assai nettamente due grandi categorie di tenures. Le une, che comprendevano certamente la maggioranza delle piccole aziende contadine, essendo considerate a un tempo come di durata precaria e gravate da servigi disonoranti, vennero qualificate non-libere. Le altre, il cui possesso era protetto dalle corti regie, formarono il gruppo delle terre libere. A queste appunto, nel loro insieme, si estese il nome di feudo (fee). I feudi dei cavalieri vi fiancheggiavano i poderi rurali o borghesi. Non dobbiamo affatto pensare a una mera assimilazione verbale. In tutta l'Europa dei secoli XI e XII, il feudo militare, come vedremo fra poco, si era mutato in un bene praticamente ereditario. Inoltre, in molti paesi, essendo considerato come indivisibile, si trasmetteva solamente di primogenito in primogenito. Tale era la situazione, soprattutto in Inghilterra. Ma qui, la primogenitura si allarg a poco a poco. Venne applicata a tutte le terre chiamate fees, e talvolta ancora pi in basso. In tal modo, il diritto di primogenitura, destinato a diventare uno dei pi originali caratteri dei costumi sociali inglesi e uno dei pi ricchi di conseguenze, espresse, al suo inizio, una specie di sublimazione del feudo al rango di diritto reale, per eccellenza, degli uomini liberi. Nella scala delle societ feudali, l'Inghilterra , per un certo aspetto, agli antipodi della Germania. Non contenta, come la Francia, di non costituire le consuetudini delle persone infeudate in un corpo giuridico distinto, in essa tutta una considerevole parte del Landrecht - il capitolo dei diritti fondiari - fu Lehnrecht.




Capitolo quarto
Come il feudo divent patrimonio del vassallo


1. Il problema dell'ereditariet: "onori" e semplici feudi.

L'ereditariet dei feudi fu annoverata dal Montesquieu tra gli elementi costitutivi del "governo feudale", in opposizione al "governo politico" dei tempi carolingi. E non senza ragione. Intendiamoci bene, per: preso alla lettera, il termine  inesatto. Il possesso del feudo non si trasmise mai automaticamente con la morte del precedente detentore. Ma, salvo motivi validi, strettamente determinati, il signore perdette la facolt di ricusare all'erede naturale la reinvesttura, che veniva preceduta da un nuovo omaggio, Il trionfo della ereditariet, cos concepita, fu quello delle forze sociali su di un diritto scaduto. Per intenderne le ragioni,  necessario - limitandoci provvisoriamente al caso pi semplice: quello in cui il vassallo lasciava un solo figlio - che cerchiamo di rappresentarci, in concreto, l'atteggiamento delle parti in causa.
Che, pur quando non avveniva nessuna concessione di terra, la fedelt tendesse a unire due stirpi pi che due individui, l'una votata a comandare, l'altra a obbedire, era inevitabile in una societ in cui i vincoli del sangue avevano tanta forza. L'intero Medioevo attribu un grande valore sentimentale all'espressione di signore "naturale", ossia per nascita. Quando poi si ebbe l'"accasamento", l'interesse del figlio a succedere nella fede al padre divenne una necessit. Ricusare l'omaggio o non riuscire a farlo accettare, significava perdere di colpo, insieme col feudo, una parte considerevole del patrimonio paterno o la sua totalit. A maggior ragione, la rinuncia doveva apparire dura quando il feudo era "oblato", vale a dire rappresentava in realt un antico allodio familiare. Fissando il legame nel suolo, la procedura della rimunerazione fondiaria conduceva fatalmente a fissarlo nella famiglia.
Meno chiara era la posizione del signore. A lui importava anzitutto che il vassallo "spergiuro" venisse punito; che il feudo, se gli oneri non venivano assolti, diventasse disponibile per un servitore migliore. Il suo interesse, in una parola, lo spingeva a insistere vigorosamente sul principio della revocabilit. L'ereditariet, al contrario, non lo trovava ostile per partito preso, giacch egli aveva bisogno, pi che d'ogni altra cosa, di uomini. Dove reclutarli meglio se non fra i discendenti di coloro che gi lo avevan servito? Si aggiunga che, rifiutando al figlio il feudo paterno, non rischiava solamente di scoraggiare le nuove fedelt; si esponeva, cosa ancor pi grave, a scontentare gli altri suoi vassalli, giustamente inquieti sulla sorte riservata ai loro discendenti. Giusta l'espressione del monaco Richerio, che scriveva ai tempi di Ugo Capeto, spogliare il figlio di un vassallo significava spingere alla disperazione tutta "la brava gente". Tuttavia, poteva darsi che il signore, che si era provvisoriamente spogliato di parte del suo patrimonio, desiderasse imperiosamente di ricuperare la terra, il castello, i poteri di comando; oppure, quando si decideva a una nuova infeudazione, che preferisse all'erede di un vassallo precedente un altro "accommendato" pi sicuro o pi abile. Le chiese, infine, custodi di una ricchezza in via di principio inalienabile, repugnavano particolarmente a riconoscere un carattere definitivo alle infeudazioni, a cui, nella maggior parte dei casi, avevano acconsentito a malincuore.
Il giuoco complesso di queste diverse tendenze mai apparve con maggior chiarezza come sotto i primi Carolingi. Sin da allora, i "benefic" venivan spesso trasmessi ai discendenti: tipico esempio quella terra di Folembray, a un tempo "beneficio" regio e "precaria" della chiesa di Reims, che quattro generazioni successive, dal regno di Carlo Magno a quello di Carlo il Calvo, si passarono di mano in mano(188). Financo la considerazione dovuta al "fedele" vivente contribuiva talvolta, per un giro singolare, a imporre le eredit. Quando - scriveva l'arcivescovo Incmaro - un vassallo indebolito dall'et o dalla malattia diventa incapace di adempiere i suoi doveri, e un figlio lo pu sostituire nel servigio, il signore non  autorizzato a spossessarlo(189). Ci significava riconoscere, o quasi, in precedenza all'erede una successione, di cui aveva assunto gli oneri vivente ancora il detentore. Gi veniva considerata anzi una crudelt togliere all'orfano, giovane e quindi inatto alle armi, il "beneficio paterno". Non vediamo in un caso simile Ludovico il Pio lasciarsi commuovere dalle preghiere di una madre? E Lupo di Ferrires rivolgersi al buon cuore di un prelato? Nessuno ancora, per, dubitava che, giuridicamente, il "beneficio" non fosse puramente vitalizio. Nell'843 un certo Adalardo don al monastero di San Gallo dei beni di larga estensione, una parte dei quali era stata distribuita a vassalli. Questi ultimi, passati sotto il dominio della Chiesa, dovevano conservare i loro "benefic" vita natural durante; similmente, dopo di loro, i figli, qualora consentissero a servire. Dopo di che, l'abate poteva disporre a piacimento delle terre(190).  chiaro che sarebbe parso contrario alle buone regole legare indefinitamente le mani all'abate. Inoltre Adalardo s'interessava forse soltanto ai figli che aveva potuto conoscere; ancor prossimo alla sua fonte, l'omaggio non generava quindi che sentimenti strettamente personali.
Su questo primo fondo di comodit e di convenienze, l'ereditariet vera e propria sorse a poco a poco, nel corso del periodo torbido, eppur fertile di novit, iniziatosi con il frazionamento dell'Impero carolingio. L'evoluzione tende ovunque a questo fine. Ma il problema non si poneva nei medesimi termini per tutte le specie di feudi. Va messa a parte una categoria: quella dei feudi che pi tardi i feudisti chiamarono "di dignit", costituiti cio da pubblici uffici, delegati dal re.
Come abbiamo visto, sin dai primi Carolingi, il re legava a s coi vincoli del vassallaggio i personaggi cui assegnava le principali cariche dello stato e, soprattutto, le grandi ripartizioni territoriali: contee, marche o ducati. Tali funzioni tuttavia, che conservavano il vecchio nome latino di honores, erano allora accuratamente distinte dai "benefic". Differivano infatti da questi ultimi per un aspetto particolarmente manifesto: l'assenza di qualsiasi carattere vitalizio.I loro titolari potevano essere sempre revocati, anche senza mancanze da parte loro, magari per loro vantaggio. Infatti, il mutamento di ufficio significava, talvolta, una promozione. Cos fu per quel piccolo conte delle rive dell'Elba, che nell'817 fu messo a capo dell'importante marca del Friuli. "Onori", "benefic": i testi della prima met del secolo IX, enumerando i favori con cui il sovrano ha gratificato questo o quello tra i suoi fedeli, non mancano mai di distinguerli.
Tuttavia, mancando qualsiasi salario in moneta, reso impossibile dalle condizioni economiche, la funzione aveva in s la propria remunerazione. Il conte, nella sua circoscrizione, non riceveva solamente il terzo delle ammende; gli era accordato anche, tra l'altro, il godimento di alcune terre fiscali, destinate in special modo al suo mantenimento. Persino i poteri esercitati sugli abitanti - oltre a fornirgli troppo spesso l'occasione di guadagni illegali - apparivano per se stessi come un autentico profitto, in un tempo in cui la vera fortuna stava nell'occupare una posizione di padrone. In pi di un senso, dunque, la concessione di una contea si poteva ben chiamare un dono, fra i pi belli che mai potessero ricompensare un vassallo. Che per giunta il donatario fosse perci stesso giudice e comandante militare, era un fatto che non lo differenziava in nessuna guisa, salvo nel grado sociale, dai molti detentori di semplici "benefic": questi implicavano infatti, per la maggior parte, l'esercizio dei diritti signorili. Rimaneva la revocabilit. Man mano che, a partire da Ludovico il Pio, la sovranit si and indebolendo, tale principio, salvaguardia dell'autorit centrale, divent di sempre pi difficile applicazione. I conti, infatti - rinnovando le abitudini dell'aristocrazia al declino della dinastia merovingia - si adoperarono con crescente successo per trasformarsi in potentati territoriali, solidamente radicati al suolo. Nell'867, non vediamo Carlo il Calvo, con inutile sforzo, cercar di togliere a un servitore ribelle la contea di Bourges? Nulla ormai si opponeva pi a un'assimilazione preparata da indiscutibili somiglianze. Gi ai bei tempi dell'Impero carolingio, si era volentieri cominciato a considerare alla stregua di "onori" tutti i benefic dei vassalli regi, i quali venivano collocati molto vicini ai funzionari veri e propri per le cariche tenure nello stato. La parola "onore" fin col diventare un semplice sinonimo di "feudo", con la riserva che, almeno in alcuni paesi - come nell'Inghilterra normanna - si mir a limitarne l'applicazione ai feudi pi vasti, dotati di importanti poteri di comando. Parallelamente poi, anche le terre assegnate alla rimunerazione dell'ufficio, per una deviazione molto pi grave, vennero considerate come "benefic" o feudi. Verso il 1015, in Germania - dove si mantennero eccezionalmente vive le tradizioni della politica carolingia - il vescovo-cronista Thietmar, fedele alla prima di queste due qualit, distingueva ancora molto nettamente la contea di Merseburgo dal "beneficio" a essa legato. Ma ormai gi da lungo tempo il linguaggio comune non si perdeva pi in simili sottigliezze: col termine di "beneficio" o "feudo" si designava l'intera carica, fonte indivisibile di poteri e di ricchezze. Sin dall'881, gli Annales di Fulda scrivevano che Carlo il Grosso aveva donato in quell'anno a Ugo, suo parente, "perch gli fosse fedele, diverse contee in beneficio".
Ora, coloro che gli scrittori della Chiesa volentieri chiamavano novelli "satrapi" delle province, avevano un bel trarre dalla delegazione regia l'essenziale di quei poteri che miravano a usare ormai a proprio profitto; per tenere solidamente il paese, dovevan fare qualcosa di pi: acquistare qua e l nuove terre; costruire castelli agli incroci delle strade; erigersi a protettori interessati delle principali chiese; reclutare, anzitutto, dei "fedeli". In breve, lo sforzo verso l'ereditariet, nasceva naturalmente dalle necessit della potenza territoriale. Sarebbe dunque grave errore considerarlo semplicemente come un effetto dell'assimilazione degli onori ai feudi. Altrettanto che alle contee franche, s'impose agli earls anglo-sssoni, i cui vasti territori non vennero mai considerati come tenures, e ai "gastaldi" dei principati longobardi, che non eran punto vassalli. Ma, siccome negli stati usciti dall'Impero franco, i ducati, le marche o le contee non tardarono a prender posto fra le concessioni feudali, la storia della loro trasformazione in beni familiari si trov inestricabilmente mescolata a quella della patrimonialit dei feudi, in generale. Ci, d'altronde, senza aver mai cessato di apparire quali casi particolari. Il ritmo dell'evoluzione non fu soltanto dappertutto diverso per i feudi ordinari e per i feudi di dignit; quando si passa da uno stato ad un altro, l'opposizione muta significato.


2. L'evoluzione: la Francia.

Nella Francia occidentale e nella Borgogna, la precoce debolezza delle sovranit ebbe quale risultato che i "benefic" costituiti da funzioni pubbliche furono fra i primi a diventare ereditari. Nulla di pi istruttivo, per questo riguardo, delle disposizioni prese da Carlo il Calvo, nell'877, nel famoso placito di Kiersy. Sul punto di partire per l'Italia, egli si preoccup di regolare il governo del regno, durante la sua assenza. Che fare se, nel frattempo, fosse morto un conte? Anzitutto, avvisare il sovrano, che, di fatto, si riservava qualsiasi nomina definitiva. Al figlio Luigi, incaricato della reggenza, accordava solo la facolt di designare amministratori provvisori. In questa sua forma generale, la prescrizione rispondeva a quello spirito di gelosa autorit di cui il resto del capitolare ci fornisce tante prove. Che tuttavia si ispirasse anche, almeno nella stessa misura, alla preoccupazione di non toccare i grandi nelle loro ambizioni familiari,  attestato dalla menzione di cui fanno espresso oggetto due casi particolari. Pu darsi che il conte defunto lasci un figlio e che questi abbia seguito l'esercito oltralpe. Ricusando al reggente la facolt di provvedere da solo alla sostituzione, Carlo, in questa ipotesi, intendeva anzitutto rassicurare i suoi compagni d'armi: la loro fedelt non doveva privarli della speranza di raccogliere una successione a lungo desiderata. Pu darsi poi che il figlio rimasto in Francia sia "ancora piccolo". Sino al giorno in cui sar conosciuta la decisione suprema, la contea dovr essere retta in nome suo dagli ufficiali del padre. L'editto non dice di pi. Evidentemente, pareva miglior cosa non inscrivere per esteso in una legge il principio della devoluzione ereditaria. Tali reticenze non si ritrovano pi, invece, nel proclama che l'imperatore fece leggere dal suo cancelliere, davanti all'assemblea. Egli promise allora, senza ambagi, di rimettere al figlio - soldato in Italia o in tenera et - gli "onori" paterni. Provvedimento occasionale, certamente, dettato dalla necessit di una politica di magnificenza, e che non impegnava espressamente l'avvenire. Ma, meno ancora, la rompeva col passato. Riconosceva ufficialmente, per un tempo determinato, un privilegio consuetudinario.
Basta perci seguire, passo a passo, quando sia possibile, le principali stirpi comitali per cogliere sul vivo l'evoluzione verso l'ereditariet. Ecco, per esempio, gli antenati della dinastia capetingia. Nell'864, Carlo il Calvo pu ancora ritirare gli "onori" di Neustria a Roberto il Forte, per impiegarlo altrove. Ma per poco tempo. Quando Roberto cade a Brissarthe, nell'866,  nuovamente a capo del suo governo del territorio tra Senna e Loira. Tuttavia, sebbene lasci due figli, entrambi a dir vero giovanissimi, nessuno dei due eredita le sue contee, di cui il re dispone a favore di un altro magnate. Bisogna attendere la scomparsa di questo intruso, perch il maggiore, Oddone, riabbia l'Anjou, la Turenna, forse il Blsois. Questi territori non usciranno pi, da quel momento, dal patrimonio familiare, almeno sino al giorno in cui i Robertingi ne vennero cacciati dai loro stessi ufficiali, trasformati a loro volta in potentati ereditari. Nella sequela dei conti, tutti dello stesso casato, che si succedettero a Poitiers dall'855 circa sino all'estinzione della discendenza, nel 1137, c' la breccia di un solo intervallo: assai breve, del resto (dall'890 al 902), e provocato da una minorit, aggravata dal sospetto di bastardigia. Inoltre, per un aspetto doppiamente caratteristico, tale spossessione decisa dal monarca and alla fine, a onta dei suoi ordini, a profitto di un personaggio, che, figlio di un conte di un ramo pi antico, poteva anch'esso invocare i diritti della razza. Molti secoli dopo, un Carlo V, fInanco un Giuseppe II, governeranno la Fiandra solo perch, di matrimonio in matrimonio, sar disceso sino a loro un po' del sangue di quel Baldovino Braccio di ferro che, nell'anno 862, aveva rapito con tanto ardire la figlia del re dei Franchi. Tutto ci riconduce, come si vede, alle stesse date: senza che sia possibile una constatazione, la fase decisiva avvenne nella seconda met del secolo IX.
Che accadeva, frattanto, dei feudi ordinari? Le disposizioni di Kiersy si applicavano esplicitamente, oltre che alle contee, ai "benefic" dei vassalli regi: anch'essi, a modo loro, "onori". Ma capitolare e proclama non si occupano di ci. Carlo il Calvo esigeva che le regole con cui si impegnava a favore dei suoi vassalli venissero da costoro estese, a loro volta, ai loro dipendenti. Prescrizione dettata evidentemente, anche questa volta, dagli interessi della spedizione in Italia; conveniva infatti procurare la necessaria tranquillit, non solo ai grandi capi, ma anche al grosso delle truppe, composte di vassalli dei vassalli. Pure, qui ci troviamo davanti a qualcosa di pi profondo di un semplice provvedimento occasionale. In una societ in cui tanti individui erano a un tempo accommendati e padroni, spiaceva ammettere che, se uno di essi si fosse fatto riconoscere qualche vantaggio come vassallo, potesse negarlo, come signore, a coloro che una simile forma di dipendenza legava alla sua persona. Dal vecchio capitolare carolingio alla Magna Charta, fondamento classico delle "libert" inglesi, questa specie di eguaglianza nel privilegio, che si ripercuoteva cos dall'alto al basso, era destinata a restare uno dei pi fecondi principi della consuetudine feudale.
La sua azione e pi ancora il sentimento, profondamente radicato, di una specie di riversibilit familiare che, dai servigi resi dal padre, traeva un diritto per i suoi discendenti, governavano la pubblica opinione. Ora, quest'ultima, in una societ senza codici scritti e senza una organizzata giurisprudenZa, era assai prossima a confondersi col diritto. Essa ha trovato una eco fedele nell'epopea francese. Non che il quadro tracciato dai poeti possa essere accettato senza riserve. La cornice storica imposta loro dalla tradizione li conduceva a prospettare il problema solo a proposito dei grandi feudi regi. Inoltre, prendendo per oggetto i primi imperatori carolingi, se li raffiguravano, non senza ragione, come molto pi potenti dei re dei secoli XI o XII e, quindi, come ancora abbastanza forti da disporre liberamente degli "onori" del reame, anche a scapito degli eredi naturali: cosa di cui erano diventati incapaci i Capetingi. Per questo la loro testimonianza non ha altro valore che quello di una ricostruzione, approssimativamente esatta, di un passato da lungo tempo scomparso. Proprio del loro tempo, invece,  il giudizio che formulano su queste pratiche, e che si estende senza dubbio a tutte le specie di feudi. Non le giudicano precisamente contrarie al diritto, ma le stimano moralmente condannabili. Come se il Cielo stesso si vendicasse, esse generano le catastrofi: una doppia spoliazione di questo genere non  forse alla radice delle inaudite disgrazie che riempiono la "gesta" di Raoul di Cambrai? Buon signore  colui che ricorda questa massima, che una "canzone" annovera tra gli insegnamenti di Carlo Magno al suo successore: "A fanciullo orfano, guardati di strappare il feudo"(191).
Ma quanti erano i signori buoni o costretti ad esserlo? Scrivere la storia dell'ereditariet significherebbe fare, periodo per periodo, la statistica dei feudi ereditari e di quelli che tali non erano: assunto, dato lo stato dei documenti, inattuabile. Certo, la soluzione dipese a lungo, in ciascun caso singolo, dalla bilancia della forza. Le chiese, pi deboli, spesso mal amministrate, sembra che, sin dall'inizio del secolo X, abbiano generalmente ceduto alla pressione dei loro vassalli. Nei grandi principati laici si intravvede invece, proprio verso la met del secolo XI, una prassi ancora singolarmente mobile. Possiam seguire la storia di un feudo angioino - quello di Saint-Saturnin - sotto i conti Folco Nerra e Goffredo Martello (987-1060)(192). Il conte non lo riprende solamente al primo indizio di infedelt, ma persino quando la partenza del vassallo per una provincia vicina rischia di mettere ostacolo al servigio. Non si osserva affatto che si creda obbligato a rispettare i diritti familiari. Fra i cinque detentori che si alternano in una cinquantina di anni, solamente due - entrambi fratelli - appaiono legati dal sangue. E tra l'uno e l'altro si insinu un estraneo. Sebbene due cavalieri siano stati giudicati degni di tenere Saint-Saturnin vita natural durante, la terra dopo la loro morte non rimane nella loro casa. A dire il vero, nulla indica espressamente che abbian lasciato dei figli. Ma, anche nell'ipotesi che in entrambi i casi non vi sia stata alcuna discendenza maschile, nulla potrebbe essere pi significativo del silenzio conservato su questo punto dalla notizia molto minuta cui dobbiamo le nostre informazioni. Destinata a stabilire i diritti dei monaci di Vendme, a cui era giunto finalmente il feudo, essa - se trascura di giustificare con l'estinzione delle diverse discendenze i successivi trasferimenti di cui l'abbazia doveva alla fine raccogliere il profitto -  certamente perch allora non appariva per nulla illegittimo spodestare l'erede.
Simile mobilit era tuttavia, gi a quel tempo, quasi anormale. Nello stesso Anjou, appunto verso il Mille, vennero fondate le principali dinastie dei signori castellani. D'altra parte,  pur necessario ammettere che il feudo normanno, nel 1066, sia stato universalmente riconosciuto come trasmissibile agli eredi, dato che nell'Inghilterra, dove fu allora importato, tale qualit non gli venne mai praticamente contestata. Nel secolo X, quando un signore accettava per caso di riconoscere la devoluzione ereditaria di un feudo, faceva inscrivere questa concessione, in termini precisi, nell'atto di dono. Dopo il 1150, la situazione appare capovolta: le sole stipulazioni di cui si senta la necessit son quelle che, per un'eccezione rara ma sempre lecita, limitano l'usufrutto del feudo alla vita del primo beneficiario. La presunzione agisce ora a favore dell'ereditariet. Sia in Francia sia in Inghilterra, in quest'epoca, chi dice semplicemente "feudo", dice bene ereditabile; e quando, per esempio, le comunit ecclesiastiche, contrariamente alle antiche forme di linguaggio, dichiarano di ricusare tale titolo alle cariche dei loro ufficiali, con ci intendono soltanto di rifiutare qualsiasi obbligo di accettare i servigi del figlio dopo quelli del padre. La prassi - gi fin dall'epoca carolingia favorevole ai discendenti, confermata in questa tendenza dall'esistenza di numerosi feudi "oblati", cui la stessa origine conferiva un carattere quasi ineluttabilmente patrimoniale - imponeva quasi ovunque, al tempo degli ultimi Carolingi e dei primi Capetingi, l'investtura del figlio dopo quella del padre. Durante la seconda et feudale, caratterizzata dovunque da una sorta di presa di coscienza giuridica, essa divent un diritto.


3. L'evoluzione: l'Impero.

Il conflitto delle forze sociali, soggiacente all'evoluzione del feudo, in nessun luogo appare con tanto risalto come nell'Italia settentrionale. Cerchiamo di raffigurarci, nel suo ordinamento gerarchico, la societ del regno d'Italia; al vertice il re, il quale, dopo il 951,  anche, salvo brevi interruzioni, re di Germania e, allorch viene consacrato dalle mani del papa, imperatore; immediatamente al di sotto di lui, i suoi rappresentanti, alti baroni di chiesa o di spada; pi in basso ancora, la modesta folla dei vassalli di questi baroni, come tali vassalli regi di secondo grado, comunemente chiamati per questa ragione "valvassori". Un grave contrasto divise, all'inizio del secolo XI, i due ultimi gruppi. I valvassori pretendevano di considerare i loro feudi come beni familiari; i grandi capi insistevano, invece, sul carattere vitalizio della concessione e sulla sua costante revocabilit. Nel 1035, questi contrasti finirono col causare una vera e propria lotta di classi. Unitisi con giuramento, i valvassori di Milano e dei dintorni inflissero all'esercito dei magnati una clamorosa sconfitta a Campomalo. Ecco ora giungere l'imperatore e re Corrado II, che la notizia di tali torbidi aveva messo in allarme nella sua lontana Germania. Rompendo la politica degli Ottoni, suoi predecessori, rispettosi sempre e anzitutto dell'inalienabilit dei domini ecclesiastici, Corrado si schier dalla parte dei vassalli minori e, poich l'Italia era ancora il paese delle leggi e aveva - com'egli disse - "fame di leggi", fiss il diritto a favore dei suoi protetti con una vera e propria ordinanza legislativa, del 28 maggio 1037. D'ora innanzi - egli stabil - saranno considerati ereditari, a profitto del figlio, nipote o fratello, tutti i "benefic" che abbiano per signore un capo laico, un vescovo, un abate o una badessa; e parimenti i feudi minori costituiti su questi stessi "benefic". Non viene fatta menzione delle infeudazioni concesse da alloderi. Evidentemente Corrado intendeva di legiferare pi come capo della gerarchia feudale che come sovrano. Nondimeno, attingeva cos l'immensa maggioranza dei piccoli e medi feudi cavallereschi. Qualunque sia l'influsso esercitato, sul suo atteggiamento, da talune considerazioni occasionali e soprattutto dall'inimicizia personale verso il principale avversario dei valvassori Ariberto d'Intimiano arcivescovo di Milano, sembra tuttavia che allora abbia mirato pi lontano dei suoi interessi momentanei o dei suoi rancori. Contro i grandi feudatari, i quali costituivano sempre per le monarchie un elemento di timore, egli cercava una specie di alleanza con le loro truppe. Ne abbiamo una prova in Germania, dove, mancandogli l'arma della legge, Corrado si sforz di raggiungere lo stesso fine con altri mezzi; probabilmente piegando nel senso desiderato la giurisprudenza del tribunale regio. Anche l, secondo la testimonianza del suo cappellano, "egli conquist il cuore dei cavalieri, non sopportando che i benefic concessi ai padri fossero tolti ai loro discendenti".
A dir il vero, tale intervento della monarchia imperiale a favore dell'eredit s'inseriva in una evoluzione gi per pi di met compiuta. Sin dall'inizio del secolo XI non si era infatti assistito al moltiplicarsi, in Germania, degli accordi privati che riconoscevano i diritti dei discendenti sul tale o tal altro feudo particolare? Se, nel 1069, il duca Goffredo di Lorena riteneva di poter ancora disporre liberamente delle "tenures stipendiarie" dei suoi cavalieri per darle a una chiesa, le "mormorazioni" dei fedeli cos lesi salirono tanto alto che, dopo la sua morte, il suo successore dovette cambiare questo dono con un altro(193). Nell'Italia legislatrice, nella Germania sottoposta a re relativamente potenti, nella Francia senza leggi e, praticamente, quasi senza re, il parallelismo delle curve denuncia l'azione di forze pi profonde degli interessi politici. Almeno per quanto riguarda i feudi ordinari.  nella sorte riservata ai "feudi di dignit" che va cercato il suggello originale impresso, alla storia del feudalesimo germanico e italiano, da un potere centrale pi efficace che altrove.
La legge di Corrado II non si applicava, per definizione, a tali feudi, direttamente dipendenti dall'Impero. Restava il pregiudizio favorevole comunemente connesso ai diritti del sangue e che, anche in questo caso, aveva il suo valore. Sin dal secolo IX, il sovrano, solo in via eccezionale, non si attiene a una tradizione tanto degna di rispetto. Ma, quando si risolve a farlo, l'opinione, di cui i cronisti ci trasmettono l'eco, grida volentieri all'arbitrio. Nondimeno, quando si tratta sia di compensare un buon servitore o di scartare un fanciullo troppo giovane o un uomo giudicato poco sicuro, la cosa avviene spesso, salvo a indennizzare l'erede leso con la concessione di qualche altra carica analoga. Infatti, le contee, in special modo, passavano di mano in mano quasi solamente all'interno di un ristretto numero di famiglie e la vocazione comitale, in s, divent per tal via ereditaria molto prima che divenissero tali le contee stesse, prese isolatamente. I maggiori governi territoriali, marche e ducati, furono anche quelli che rimasero pi a lungo esposti a simili atti di autorit. Per due volte, nel secolo X, il ducato di Baviera, per esempio, sfugg al figlio del titolare precedente. Lo stesso avvenne nel 935, per la marca di Misnia, nel 1075, per quella di Lusazia. Per uno di quegli arcaismi caratteristici della Germania medievale, la situazione dei principali "onori" dell'Impero rimase ivi, insomma, sino alla fine del secolo XI, quasi simile a quella francese sotto Carlo il Calvo.
Solo sino a quel momento, peraltro. Nel corso del secolo il movimento era gi andato precipitando. Dello stesso Corrado II possediamo una concessione di contea a titolo ereditario. Il nipote di lui, Enrico IV, il pronipote, Enrico V, riconobbero il medesimo carattere ai ducati di Carinzia e di Svevia, alla contea d'Olanda. Nel secolo XII, il principio non era pi contestato. Anche qui i diritti del signore, fosse pure il re, avevan dovuto cedere a poco a poco il passo a quelli delle prosapie feudali.


4. Le trasformazioni del feudo viste attraverso il suo diritto successorio.

Un figlio, un solo figlio, atto a succedere senza interruzioni: questa ipotesi ha potuto fornire alla nostra analisi un comodo punto di partenza. Ma la realt, spesso, era meno semplice. Dal giorno in cui l'opinione cominci a riconoscere i diritti del sangue, si trov in presenza di diverse situazioni familiari, ciascuna delle quali sollevava problemi propri. Lo studio, almeno sommario, delle soluzioni date dalle diverse societ a queste difficolt, permetter di cogliere, nel vivo, la metamorfosi del feudo e del vincolo di vassallaggio.
Il figlio o, in mancanza di lui, il nipote, appariva come il naturale continuatore del padre o dell'avo in quei servigi che spesso, quando uno di questi era in vita, egli aveva aiutato a compiere. Un fratello, invece, o un cugino avevano gi di solito fatto altrove la loro carriera. Per questo, il riconoscimento della eredit collaterale fornisce veramente, allo stato puro, la misura della trasformazione dell'antico "beneficio" in patrimonio(194). Tenaci furono le resistenze, soprattutto in Germania. L'imperatore Enrico VI, che sollecitava dai grandi il consenso a un'altra eredit, quella della corona regia, poteva offrir loro ancora, nel 1196, in premio di un dono cos bello, il riconoscimento ufficiale della devoluzione dei feudi ai collaterali. Il progetto non fu attuato. Tranne che per espresse disposizioni inserite nella concessione originaria o per usanze particolari, come quella che, nel secolo XIII, reggeva i feudi dei "ministeriali" dell'Impero, nel Medioevo i signori germanici non furono mai tenuti a concedere l'investtura ad altri eredi che i discendenti; ci non impediva loro di concedere, molto spesso, questa grazia. Altrove parve logico introdurre una distinzione: il feudo era trasmissibile, in ogni senso, nella discendenza uscita dal suo primo beneficiario, non oltre. Tale la soluzione del diritto longobardo. Esso ispir egualmente in Francia e in Inghilterra, dopo il secolo XII, le clausole di numerosissime costituzioni di feudi di nuova creazione, ma rappresentava una deroga al diritto comune. Infatti, nei regni dell'Occidente, il processo evolutivo verso la costituzione patrimoniale era stato abbastanza forte per esercitarsi a profitto di quasi tutti i parenti. Un solo pregiudizio continu qui a ricordare che il costume feudale si era elaborato sotto il segno della servit: a lungo si fu contrari ad ammettere, e in Inghilterra non si accett mai, che il vassallo morto avesse per successore il padre; una tenure militare non poteva, senza paradosso, passare da un giovane a un vecchio.
Nulla sembrava in s pi contrario alla natura del feudo che permetterne l'eredit a donne. Non che il Medioevo le abbia mai giudicate incapaci di esercitare i poteri di comando. Nessuno anzi si urtava di vedere la nobile dama presiedere la corte della  batrona, in luogo dello sposo assente. Ma esse non portavano mai le armi.  significativo che, verso la fine del secolo XII, l'uso che gi in Normandia favoriva l'ereditariet delle figlie, sia stato deliberatamente abolito da Riccardo Cuor di Leone, appena scoppi l'implacabile guerra con Filippo II Augusto. I diritti che pi gelosamente si sforzavano di conservare all'istituzione il suo carattere originario - la dottrina giuridica italiana, le consuetudini della Siria latina, la giurisdizione della Corte reale germanica - non cessarono mai, in via di principio, di ricusare alla erede quel che accordavano all'erede. Il fatto che Enrico VI abbia offerto ai suoi grandi vassalli la soppressione di tale inabilit, e di quella che colpiva i collaterali, dimostra quanto la regola fosse ancora viva in Germania. Ma l'episodio ci dice inoltre molto sulle aspirazioni dell'opinione baronale: tanto che, il favore di cui egli offr l'esca ai suoi vassalli, fu perentoriamente chiesto pochi anni dopo dai fondatori dell'Impero latino di Costantinopoli al loro futuro sovrano. Difatti, anche l dove l'esclusione sussisteva in teoria, nella pratica essa and presto soggetta a numerose eccezioni. Oltre al fatto che il signore aveva sempre la facolt di non tenerne calcolo, accadeva che cedesse dinanzi a questa o a quella usanza particolare o fosse espressamente abrogata dallo stesso atto di concessione; cos, nel 1156, pel ducato di Austria. Nella Francia e nell'Inghilterra normanna, gi parecchio tempo prima di questa data, ci si era risolti a riconoscere alle figlie, in mancanza di figli, oppure a semplici parenti, in mancanza di parenti di uguale grado, gli stessi diritti sia sui feudi che sugli altri beni. Infatti, ci si era ben presto accorti che, se la donna era incapace di servire, poteva esser sostituita dal marito. Per un singolare parallelismo, i pi antichi esempi in cui il primitivo costume vassallatico sembra in tal modo deviato a profitto della figlia o del genero, si riferiscono tutti a quei grandi principati che furono parimenti i primi a conquistare il diritto all'ereditariet e che, d'altra parte, non importavano pi servigi personali. Il robertingio Ottone, sposo della figlia del "principale conte di Borgogna", dovette a questa unione, sin dal 956, il possesso delle contee destinate a costituire la base materiale del suo futuro titolo ducale. In tal modo - essendo stati ammessi, d'altra parte, i diritti di successione dei discendenti in linea femminile, quasi nello stesso tempo di quelli delle donne personalmente - le prosapie feudali, piccole e grandi, videro aprirsi dinanzi a s la politica dei matrimoni.
La minorit di un erede poneva il pi preoccupante, senza dubbio, dei problemi che, sin dai primordi, il costume feudale dovette risolvere. Non senza ragione la letteratura d'invenzione consider sempre, di preferenza, sotto questo aspetto la grande controversia dell'ereditariet. Affidare a un fanciullo una tenure militare, che assurdit! Ma che crudelt spogliare "un bambino"! Sin dal secolo IX era stata ideata la soluzione che permise di uscire da tale dilemma. Il minorenne  riconosciuto erede; ma, sino a quando non sar in condizione di adempiere i suoi doveri di vassallo, un amministratore provvisorio terr in sua vece il feudo, prester l'omaggio e render i servigi. Non chiamiamolo un tutore. Infatti, il baillistre, al quale incombono cos gli oneri del feudo, ne raccoglie anche, a suo profitto, le rendite, senz'altro obbligo verso il minorenne che di assicurargli il mantenimento. Sebbene la creazione di questa specie di vassallo temporaneo intaccasse sensibilmente la stessa nozione del vincolo di vassallaggio, concepito come inerente all'uomo fino alla sua morte, l'istituzione conciliava troppo felicemente le esigenze del servizio col sentimento familiare per non venire adottata su vasta scala, dovunque si estese il sistema dei feudi uscito dall'impero franco. La sola Italia, poco proclive a moltiplicare i regimi di eccezione a favore degli interessi feudali, prefer la semplice tutela.
Ben presto tuttavia si profil una curiosa deviazione. Per assumere le veci del fanciullo alla testa del feudo, la cosa pi naturale sembrava quella di scegliere un membro della sua parentela. Tale fu in origine, a quanto pare, la regola universale; molte usanze le rimasero fedeli sino all'ultimo. Sebbene anche il signore avesse, verso l'orfano, dei doveri che derivavano dalla fede un tempo prestata dal defunto, sarebbe inizialmente apparso un assurdo che durante la minorit egli potesse cercar di fare lui stesso il supplente del proprio vassallo, a scapito dei parenti: egli aveva bisogno di un uomo, non di una terra. Ma la realt sment ben presto i principi.  significativo il fatto che uno dei pi antichi esempi di sostituzione, almeno tentata, del signore al congiunto del morto come baillistre abbia messo di fronte il re di Francia Luigi IV e il giovane erede di uno dei pi grandi "onori" del reame: la Normandia. Era certamente meglio comandare di persona a Bayeux o a Rouen che dover contare sull'aiuto incerto di un reggente del ducato. L'introduzione in diversi paesi del bail signorile segn il momento in cui il valore del feudo, come bene da sfruttare, parve generalmente superiore a quello dei servigi che se ne potevan trarre.
Quest'usanza non si radic in nessun paese tanto solidamente come in Normandia e in Inghilterra, dove, in tutti i modi, il regime del vassallaggio si organizz a completo profitto delle forze dell'alto. I baroni inglesi ne soffrivano quando il signore era il re; ne beneficiavano invece, quando dovevano esercitare essi stessi questo diritto verso i dipendenti. Tanto che, avendo ottenuto nel 1100 il ritorno al bail familiare, non seppero o non vollero impedire che tale concessione divenisse lettera morta. D'altra parte, in Inghilterra, l'istituzione devi talmente dal suo primitivo significato che si videro i signori - il re per primo - cedere o vendere la custodia del fanciullo insieme con l'amministrazione dei suoi feudi. Un dono di questo genere costituiva una delle ricompense pi invidiate alla corte dei Plantageneti. In realt, per bello che fosse, in grazia di una tanto onorevole missione, poter tenere una guarnigione nei castelli, riscuotere i canoni censuari, cacciare nelle foreste o vuotare i vivai, le terre non costituivano in questo caso che la parte minore del dono. La persona dell'erede o della erede aveva maggior valore. Infatti, al signore guardiano o al suo rappresentante spettava il compito di accasare i suoi pupilli, e anche di questo diritto non mancava di far commercio.
Che il feudo, in via di principio, dovesse essere indivisibile, era evidente. Si trattava di una funzione pubblica? Tollerandone la divisione, l'autorit superiore correva il rischio di lasciare a un tempo che si indebolissero i poteri di comando, esercitati in suo nome, e che se ne rendesse pi incomodo il controllo. Si trattava invece di un semplice feudo cavalleresco? Lo smembramento gettava la confusione nella prestazione dei servigi, gi assai difficile da dosare, efficacemente, tra i diversi compartecipanti. Inoltre, dato che la concessione primitiva era stata ideata per provvedere al soldo di un unico vassallo e del suo seguito, i frammenti rischiavano di non bastare pi al mantenimento dei nuovi detentori, condannandoli quindi ad armarsi male o a cercar fortuna altrove. Conveniva dunque che, divenuta ereditaria, la tenure passasse per lo meno a un solo erede. Ma su questo punto le esigenze dell'organizzazione feudale entravano in conflitto con le comuni regole del diritto di successione, favorevoli in gran parte d'Europa, all'eguaglianza degli eredi di pari dignit. Sotto l'azione delle forze antagonistiche, questa grande controversia giuridica ricevette soluzioni diverse a seconda dei luoghi e dei tempi.
Si presentava una prima difficolt: tra postulanti egualmente prossimi del defunto, tra i figli per esempio, con quale criterio scegliere l'unico erede? Secoli di diritto nobiliare e di diritto dinastico ci hanno assuefatti ad attribuire una specie di evidenza al privilegio della primogenitura. In realt, non  una cosa pi naturale di tanti altri miti, sui quali riposano oggi le nostre societ: il mito della maggioranza, per esempio, che della volont del maggior numero fa l'interprete legittima degli stessi oppositori. Persino nelle case reali l'ordine di primogenitura non fu accettato nel Medioevo senza grandi resistenze. In alcune campagne, usanze risalenti a lontane et favorivano bens uno dei figli, ma il pi giovane. Se si trattava di un feudo, sembra che l'usanza primitiva abbia riconosciuto al signore la facolt d'investrne il figlio che giudicasse pi adatto. Tale era, ancora verso il 1060, la regola in Catalogna. Talvolta lo stesso padre sottoponeva alla scelta del capo il suo successore, dopo esserselo pi o meno associato nel servigio, mentr'era ancora in vita. Oppure, non venendo gli eredi ad una divisione, l'investtura diventava collettiva.
Queste consuetudini arcaiche non ebbero in nessun luogo vita tanto lunga come in Germania: dove rimasero in vigore sin in pieno secolo XII. Accanto ad essi, un'altra consuetudine manifestava, almeno nella Sassonia, la profondit del sentimento familiare: gli stessi figli eleggevano quello tra loro cui doveva toccare l'eredit. Naturalmente poteva accadere, e accadeva sovente che, qualsiasi fosse il metodo adottato, la scelta cadesse sul primogenito. Il diritto germanico rifuggiva tuttavia dal concedere a questa preferenza una forza obbligatoria. Era, come dice un poeta, una consuetudine welsch, una "moda straniera"(195). Nel 1160, vediamo lo stesso imperatore, Federico Barbarossa, disporre della corona a favore di un cadetto. Ora, l'assenza di qualsiasi principio di discriminazione nettamente stabilito tra gli eredi rendeva in pratica singolarmente difficile l'osservanza dell'indivisibilit, tanto pi che in terra d'Impero le vecchie rappresentanze collettive, ostili alla diseguaglianza tra gli uomini di uno stesso sangue, non trovavano, come altrove, un contrappeso altrettanto valido nella politica feudale dei poteri regi o principeschi. I re e i capi territoriali della Germania, meno dipendenti che in Francia dai servigi dei loro vassalli, e ai quali l'armatura ereditata dallo stato carolingio parve per lungo tempo sufficiente a convalidare i loro diritti di comando, accordavano naturalmente un'attenzione meno costante al sistema dei feudi. I re, in particolare, mirarono quasi esclusivamente - come, nel 1158, Federico Barbarossa - a proscrivere lo smembramento delle "contee, marche e ducati". E in quell'epoca il frazionamento delle contee era gi iniziato. Nel 1255, il titolo ducale di Baviera fu per la prima volta diviso, insieme col territorio del ducato. Quanto ai feudi ordinari, la legge aveva dovuto riconoscere, sin dal 1158, che la divisione ne era lecita. Il Landrecht, insomma, era alla fine prevalso sul Lehnrecht. La reazione venne solo molto pi tardi, verso la fine del Medioevo, e sotto l'azione di forze differenti. Nei grandi principati furono gli stessi principi che, con appropriate leggi di successione, si sforzarono di prevenire lo sgretolamento di una potenza acquistata a prezzo di tante cure. Per i feudi in generale, l'introduzione della primogenitura, attraverso il sistema del maggiorascato, fu concepita come un mezzo per fortificare la propriet nobiliare. Preoccupazioni dinastiche e preoccupazioni di classe condussero cos a compimento, tardivamente, quel che il diritto feudale era stato incapace di realizzare.
Nella maggior parte della Francia l'evoluzione segu linee ben differenti. I re ebbero interesse a ostacolare il frazionamento dei grandi principati territoriali, costituiti dall'agglomerazione di pi contee, solo finch poterono usare tali raggruppamenti di forze a difesa del paese. Ma i capi provinciali non avevan tardato a diventare, per il sovrano, degli avversari assai pi che dei servitori. Le contee, prese isolatamente, vennero raramente divise; nel loro complesso, invece, i figli si ritagliavano ciascuno la loro parte di eredit. Appunto per questo il nucleo minacciava di disgregarsi a ogni generazione. Le case principesche presero abbastanza rapidamente coscienza del pericolo; e prima o poi vi rimediarono con la primogenitura, Nel secolo XII, era ormai quasi ovunque un fatto compiuto. Come in Germania, ma in un'epoca sensibilmente anteriore, i grandi comandi di un tempo erano ritornati all'indivisibilit, non tanto come feudi, quanto come stati di tipo nuovo.
Quanto ai feudi di minore importanza, gli interessi del servigio, meglio rispettati in questa terra di elezione del feudalesimo, dopo qualche incertezza, li avevano assai presto condotti a sottomettersi alla legge precisa e chiara della primogenitura. Tuttavia, man mano che la tenure originaria si mutava in bene patrimoniale, sembrava pi duro escludere dalla successione i cadetti. Solo alcune consuetudini eccezionali, come quella del paese di Caux, salvaguardarono sino alla fine il principio in tutto il suo rigore. In altri luoghi, si ammise che il primogenito, moralmente obbligato a non lasciare i fratelli senza sussistenza, poteva o doveva ceder loro l'usufrutto di alcuni lembi della terra paterna. In tal modo si stabil, in gran numero di province, l'istituzione generalmente conosciuta sotto il nome di parage. Solo il primogenito faceva l'atto di omaggio al signore e, di conseguenza, assumeva la responsabilit degli oneri. Da lui i cadetti tenevano le loro porzioni. Talora, come nell'Ile-de-France, gli prestavano a loro volta omaggio; talaltra, come nella Normandia e nell'Anjou, la forza del vincolo familiare sembrava rendere inutile, all'interno del gruppo gentilizio, qualsiasi altra forma di legame: almeno sino al giorno in cui, essendo i feudi principali e i feudi subordinati passati di generazione in generazione, le relazioni di parentela fra i successori dei parages primitivi si trovarono alla fine a interessare gradi troppo lontani, perch sembrasse saggio riposarsi unicamente sulla solidariet del sangue.
Questo sistema, nonostante tutto, era ben lontano dal prevenire tutti gli inconvenienti del frazionamento. Perci in Inghilterra, dove era stato introdotto dopo la conquista normanna, fu abbandonato verso la met del secolo XII per la rigorosa osservanza del sistema della primogenitura. Nella stessa Normandia, i duchi, che, pel reclutamento delle loro truppe, riuscirono a trarre un cos notevole partito dagli obblighi feudali, avevano ammesso il paraggio solo quando la successione comportava pi feudi di cavalieri, suscettibili d'essere distribuiti, uno per uno, tra gli eredi. Se ce n'era uno solo, passava integralmente al primogenito. Ma simile rigore nella delimitazione dell'unit di servigio era possibile soltanto sotto l'azione di un'autorit territoriale eccezionalmente potente e organizzatrice. Nel resto della Francia, la teoria consuetudinaria poteva ben ostentare di sottrarre allo smembramento almeno i feudi pi considerevoli, generalmente chiamati "baronie"; di fatto, gli eredi si dividevano quasi sempre l'intera massa ereditaria, senza distinguere tra i suoi elementi. Solo l'omaggio prestato al primogenito e ai suoi discendenti per ordine di primogenitura preservava qualcosa dell'antica indivisibilit. Poi anche questa salvaguardia fin per scomparire, in condizioni che gettano una luce assai viva sulle ultime deformazioni dell'istituto feudale.
L'eredit, prima di costituire un diritto, era stata considerata a lungo come un favore. Sembrava quindi conveniente che il nuovo vassallo dimostrasse la sua riconoscenza verso il signore con un donativo, l'uso del quale  attestato sin dal secolo IX. Ora, in questa societ, essenzialmente abitudinaria, era inevitabile che ogni donativo cortese, per poco che fosse abituale, si mutasse in obbligo. La prassi acquist qui tanto pi facilmente forza di legge in quanto trovava, intorno a s, dei precedenti. Da un'epoca senza dubbio molto remota, nessuno poteva entrare in possesso di una terra contadina, gravata di cnoni e servigi verso un signore, senza aver ottenuto in precedenza da quest'ultimo una investtura, che, di solito, non era affatto gratuita. Ora, il feudo militare poteva ben essere una tenure di un genere speciale; s'inseriva nondimeno in quel sistema di intricati diritti reali che caratterizzava il mondo medievale. Relief, rachat, talvolta mainmorte: tali i termini usati in Francia, da ogni parte, tanto se la tassa di successione pesasse sul bene di un vassallo o di un plebeo, e persino di un servo.
Tuttavia, il "rilievo" propriamente feudale si distingueva per le sue modalit. Come la maggioranza di analoghi cnoni, sino al secolo XIII, era di solito pagato, almeno parzialmente, in natura. Ma, mentre l'erede del contadino consegnava, per esempio, un capo di bestiame, quello del vassallo militare era tenuto a fornire un "arnese" di guerra; ossia un cavallo o delle armi o l'uno e le altre insieme. In tal modo il signore adattava, con piena naturalezza, le sue esigenze alle forme dei servigi di cui era gravata la terra(196). Talora il nuovo investto non era debitore d'altro che di questo arnese, salvo a potersene esimere, di comune accordo, col versamento di una somma equivalente in moneta. Talaltra alla fornitura del cavallo da battaglia o "ronzino" si aggiungeva una tassa in contanti. Talaltra, infine, essendo cadute in disuso le altre prestazioni, il donativo veniva effettuato per intero in denaro. Nella realt concreta, la variet era, insomma, pressoch infinita; infatti, il lavorio del costume aveva finito col cristallizzare - per regioni, per gruppo vassallatico o anche feudo per feudo - consuetudini spesso nate dai casi pi capricciosi. Solo le divergenze fondamentali hanno valore di sintomi.
La Germania limit assai presto l'obbligo del "rilievo" quasi esclusivamente ai feudi d'ordine inferiore, detenuti da ufficiali signorili, che spesso erano di origine servile. Fu questa, senza dubbio, una delle espressioni della gerarchia delle classi e dei beni, elemento caratteristico, nel Medioevo, della struttura germanica. Le sue ripercussioni debbono esser state considerevoli. Allorch, verso il secolo XIII, in conseguenza del decadimento dei servigi, fu quasi divenuto impossibile trarre soldati dal feudo, il signore tedesco non pot ricavarne pi nulla: mancanza grave, soprattutto per gli stati, poich dai principi e dai re dipendevano naturalmente i feudi pi numerosi e pi ricchi.
I regni dell'Europa occidentale conobbero invece uno stadio intermedio in cui il feudo, ridotto quasi a nulla quale fonte di servigi, rimaneva lucrativo come fonte di profitti, grazie soprattutto al "rilievo", qui di generale applicazione. Nel secolo XII, i re d'Inghilterra ne trassero somme enormi. Fu a questo titolo che, in Francia, Filippo Augusto si fece cedere la piazzaforte di Gien, che gli apriva un passaggio sulla Loira. L'opinione dei signori giunse a non vedere pi nulla che fosse degno di interesse nella massa dei piccoli feudi, fuorch queste tasse di successione. Nella regione parigina non si fin infatti, nel secolo XIV, per ammettere ufficialmente che la prestazione del "ronzino" dispensava il vassallo da qualsiasi obbligo personale, fuorch dal dovere, meramente negativo, di non nuocere al suo signore? Tuttavia, man mano che i feudi si trasformavano sempre pi in beni patrimoniali, i loro detentori si rassegnavano sempre pi malvolentieri a dover aprire i cordoni della borsa per ottenere un'investtura, che ormai appariva di diritto. Incapaci di imporre l'abolizione dell'onere, alla lunga ottennero che fosse sensibilmente alleggerito. Alcune usanze lo conservarono solo per i collaterale la cui possibilit ereditaria appariva meno evidente. Soprattutto - conforme a un movimento il quale si svilupp, a partire dal secolo XII, dall'alto al basso della scala sociale - a pagamenti variabili, il cui ammontare era determinato, per ciascun caso, da un atto di arbitrio o in base a spinose negoziazioni, si mir a sostituire la regolarit di tariffe immutabilmente graduate. Passi ancora, quando - secondo un uso frequente in Francia - si adottava quale criterio il valore del reddito annuale della terra: simile base di valutazione era sottratta alle fluttuazioni monetarie. In quei luoghi, invece, ove le tasse vennero stabilite una volta per tutte in numerario - l'esempio pi illustre ci  fornito dalla Magna Charta inglese - il cnone censuario si trov alla fine colpito da quel progressivo assottigliamento che, dal secolo XII ai tempi moderni, doveva costituire la sorte fatale di tutti i redditi perpetuamente fissi.
Nel frattempo, tuttavia, l'attenzione accordata a questi diritti casuali aveva modificato interamente i termini del problema della successione. Il "paraggio", se salvaguardava i servigi, riduceva i profitti del "rilievo", limitandoli ai mutamenti sopravvenuti nel ramo primogenito: il solo direttamente legato al signore del feudo originario. Facilmente accettata finch i servigi contarono pi di ogni altra cosa, questa mancanza di denaro parve insopportabile quando si cess di attribuir loro grande pregio. Tanto che - chiesta dai baroni francesi e ottenuta verosimilmente senza fatica da un sovrano il quale era anch'esso il pi grande signore del reame - la prima legge che abbia promulgata in materia feudale un re capetingio ebbe precisamente per oggetto, nel 1209, la soppressione del "paraggio". Non si voleva abolire il frazionamento, entrato definitivamente nell'uso; ma da allora in poi i lotti dovevano dipendere tutti, senza intermediario, dal signore primitivo. In verit, non sembra che l'tablissement di Filippo Augusto sia stato osservato molto fedelmente. Ancora una volta, le vecchie tradizioni del diritto familiare si trovarono in conflitto coi principi propriamente feudali: dopo avere imposto lo smembramento del feudo, esse lavoravano ora ad impedire che gli effetti del suo frazionamento intaccassero la solidariet della stirpe. Il "paraggio", infatti, disparve solo lentamente. Il voltafaccia compiuto nei suoi confronti dall'opinione baronale francese segna nondimeno, con rara chiarezza, il momento in cui, in Francia, il feudo, un tempo salario della fedelt armata, decadde al rango di una tenure anzitutto fornitrice di redditi(197).


5. La fedelt messa in commercio.

Sotto i primi Carolingi, l'idea che il vassallo potesse alienare a suo piacere il feudo sarebbe parsa doppiamente assurda: il bene non gli apparteneva e, per di pi, gli veniva affidato solo in cambio di doveri strettamente personali. Pure, via via che la precariet originale della concessione fu meno chiaramente sentita, i vassalli, per scarsezza di denaro o di generosit, inclinarono pi volentieri a disporre liberamente di quel che consideravano ormai come cosa loro. Vi erano incoraggiati dalla Chiesa, che, nel Medioevo, lavor efficacemente a sopprimere i vincoli, padronali e familiari, con cui i vecchi diritti avevano strettamente legato il possesso individuale: le elemosine sarebbero state impossibili; il fuoco dell'inferno, che esse estinguevano "come acqua", avrebbe bruciato senza rimedio; le comunit religiose, infine, avrebbero rischiato di perire di inedia, se tanti signori, che non possedevano altro che feudi, non avessero potuto detrarre nulla dal loro patrimonio, a favore di Dio e dei santi. A dire il vero, l'alienazione del feudo assumeva, secondo i casi, due aspetti molto differenti.
Accadeva che concernesse solamente una parte del bene. Gli oneri tradizionali, i quali sino allora avevano gravato il tutto, si concentravano quindi in qualche modo sulla sola parte rimasta nelle mani del vassallo. Fuorch nella ipotesi, sempre pi eccezionale, di una confisca o di una diseredazione, il signore nulla perdeva dunque dell'utile. Poteva temere tuttavia che il feudo, cos diminuito, non fosse pi sufficiente al mantenimento di un dipendente, capace di adempiere i propri doveri. L'alienazione parziale, in una parola, rientrava - ad esempio, con le esenzioni dagli oneri, concesse agli abitanti della terra - nella rubrica di quel che il diritto francese chiamava "la riduzione" del feudo: cio, la sua svalutazione. Verso di essa, come verso la riduzione in generale, le usanze reagirono differentemente. Le une finirono per autorizzarla, limitandola. Altre persistettero, sino alla fine, a sottometterla all'approvazione del signore immediato o dei diversi signori, situati l'uno al di sopra dell'altro. Naturalmente, tale consenso di solito veniva comperato e, siccome era una fonte di percezione lucrativa, parve sempre meno concepibile di poterlo rifiutare. Ancora una volta, la preoccupazione del profitto contrastava con quella del servigio.
L'alienazione integrale era ancor pi contraria allo spirito del vincolo feudale. Non che gli oneri, all'inizio, minacciassero di scomparire, dato che seguivano la terra; ma cambiava il servitore. Ci significava spingere all'estremo il paradosso gi derivante dall'ereditariet. Infatti, com'era possibile attendersi quella lealt innata - che, con un po' di ottimismo, ci si poteva aspettare dalle successive generazioni di una stessa famiglia - da uno sconosciuto che nessun altro titolo aveva al vassallaggio, di cui assumeva i doveri, se non quello di aver avuto a un certo momento la borsa piena? Il pericolo scompariva, per vero, quando c'era l'obbligo di consultare il signore. Per parecchio tempo ci fu. Pi precisamente, egli si faceva anzitutto restituire il feudo; poi, se tale era la sua volont, ne reinvestva l'acquirente, dopo averne ricevuto l'omaggio. S'intende che, quasi sempre, un accordo preliminare permetteva al venditore o al donatore di sbarazzarsi del bene solamente dopo essersi assicurati che il subentrante, col quale egli aveva trattato, incontrava il gradimento del signore. Simile operazione risale certamente ai primordi dei feudi e dei "benefic". Come per l'ereditariet, il passo decisivo fu compiuto quando il signore perde, prima nei confronti dell'opinione, poi del diritto, la facolt di rifiutare la nuova investtura.
Guardiamoci, d'altro canto, dal raffigurarci una curva evolutiva senza interruzioni. Col favore dell'anarchia dei secoli X e XI, i diritti dei signori feudali erano spesso caduti in oblio. Tornarono in vigore nei secoli successivi, in conseguenza sia dei progressi della logica giuridica sia della pressione di certi stati, interessati a una buona organizzazione dei rapporti feudali. Cos, nell'Inghilterra dei Plantageneti. Su di un punto, anzi, questo rafforzamento degli antichi precetti fu allora quasi universale. Nel secolo XIII si ammetteva molto pi generalmente e fermamente che in passato che il signore potesse fare assoluta opposizione al trasferimento di un feudo a una chiesa. Sembrava che lo stesso sforzo compiuto dal clero per svincolarsi dalla societ feudale valesse pi che mai a giustificare una regola fondata sull'inettitudine dei chierici al servizio delle armi. Re e principi vegliavano alla sua osservanza, dato che in essa vedevano talvolta una salvaguardia contro temibili accaparramenti, talaltra un mezzo di estorsione fiscale.
Fuorch in casi del genere, il consenso signorile non tard a subire l'abituale degradazione; fin semplicemente col legittimare la riscossione di una tassa di permuta. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, il signore possedeva un'altra risorsa: quella di conservare lui il feudo, al momento del suo passaggio, indennizzando l'acquirente. Cos l'indebolimento della supremazia signorile si traduceva esattamente nella stessa istituzione che la decadenza della stirpe: parallelismo tanto pi singolare in quanto l dove - come in Inghilterra - manc il "recupero" familiare, manc altres il "recupero" feudale. Nulla, del resto, pi di quest'ultimo privilegio riconosciuto ai signori, mostra come il feudo fosse gi solidamente radicato nel patrimonio del vassallo: poich, per riavere quel che, in fondo, era legalmente un loro bene, dovevano versare lo stesso prezzo di un altro acquirente. Di fatto, per lo meno dopo il secolo XII, i feudi venivano venduti o ceduti quasi liberamente. La fedelt era entrata in commercio. Non doveva certo venirne rafforzata.




Capitolo quinto
L'"uomo" di pi signori


1. La pluralit degli omaggi.

"Un samurai non ha due padroni": in questa massima del vecchio Giappone, che ancora nel 1912 il generale Nogi invocava, rifiutando di sopravvivere al suo imperatore, si esprime la ineluttabile legge di ogni sistema di fedelt, vigorosamente concepito. E tale era stata, senza dubbio, la regola del vassallaggio franco, nei primordi. I capitolari carolingi non la formulano in termini espliciti, probabilmente perch sembrava naturale; ma tutte le loro disposizioni la postulavano. L'accommendato poteva mutare signore, se il personaggio al quale aveva dapprima donato la sua fede consentiva a rendergliela; votarsi a un secondo padrone, pur continuando ad essere l'"uomo" del primo, era rigorosamente interdetto. Regolarmente, nelle divisioni dell'impero, vengono prese le precauzioni necessarie per evitare qualsiasi accavallamento nei rapporti di vassallaggio. Il ricordo di questo rigore primitivo dur a lungo. Verso il 1160, avendo un monaco di Reichenau messo per iscritto il regolamento del servizio militare, come lo esigevano gli imperatori del tempo per le loro spedizioni romane, immagin di porlo apocrifamente sotto il venerabile nome di Carlo Magno. "Se per caso - egli dice in termini che giudicava senza dubbio consoni allo spirito delle consuetudini antiche - accada che uno stesso cavaliere si sia legato a parecchi signori, a ragione di differenti "benefic", cosa che spiace a Dio..."(198).
Gi da molto tempo, tuttavia, ci si era abituati a vedere i membri della classe cavalleresca costituirsi contemporaneamente vassalli di due o pi padroni. L'esempio pi antico sinora rilevato  dell'855 e della regione di Tours(199). I casi si fanno dovunque sempre pi numerosi nei secoli successivi: tanto che, nel secolo XI, un poeta bavarese e, verso la fine del XII, un giurista lombardo, giudicano espressamente questa situazione come normale. Le cifre raggiunte da questi omaggi successivi erano talvolta molto elevate. Cos, negli ultimi anni del secolo XIII, un barone germanico si considerava vassallo di venti signori diversi, un altro di quarantatre(200).
I pi riflessivi tra i contemporanei si accorsero, al pari di noi, che una simile pluralit di sottomissione era la negazione di quella devozione dell'intero essere, di cui il patto di vassallaggio aveva richiesto, nella sua freschezza primitiva, la promessa verso un capo liberamente scelto. Di tanto in tanto, un giurista, un cronista, financo un re, come Luigi IX, richiamano malinconicamente la parola del Cristo: "Nessuno pu servire due padroni". Verso la fine del secolo XI un buon canonista, il vescovo Ivo di Chartres, giudicava suo dovere sciogliere un cavaliere da un giuramento di fedelt, secondo ogni apparenza di carattere vassallatico, prestato a Guglielmo il Conquistatore; perch - diceva il prelato - "simili impegni sono contrari a quelli che quest'uomo, in un primo tempo, ha contratti coi signori legittimi, per diritto di nascita, e dai quali ha precedentemente ricevuto i suoi benefic ereditari". Quel che stupisce  il fatto che questa straordinaria deviazione sia avvenuta cos presto e su cos vasta scala.
Gli storici ne rendon volentieri responsabile l'abitudine sorta di buon'ora di rimunerare i vassalli con feudi.  certo, infatti, che l'attrattiva di belle terre al sole trascin pi di un guerriero a moltiplicare le prestazioni d'omaggio. Un diretto vassallo del re, sotto Ugo Capeto, rifiutava di portar soccorso a un conte prima che quest'ultimo non l'avesse, a sua volta, accettato come suo uomo? Era perch, diceva, presso i Franchi, si usa battersi solo in presenza o sotto l'ordine del proprio signore. Il pretesto era bello; la realt non era tale, giacch un villaggio dell'Ile-de-France fu il prezzo di questa fede affatto nuova(201). Resta tuttavia da spiegare come mai i signori abbiano accolto e sollecitato con tanta facilit tali met, terzi o quarti di devozione, come i vassalli abbiano potuto, senza scandalo, offrire tante promesse contraddittorie.  forse il caso di invocare, con maggior precisione, in luogo dell'istituzione della tenure militare per se stessa, la evoluzione che della concessione personale di un tempo fece un bene patrimoniale e un oggetto di commercio?  ben difficile che un cavaliere, gi legato da fede a un primo signore, essendo entrato per eredit o per acquisto in possesso di un feudo, posto alle dipendenze di un altro signore, non abbia preferito, nella maggior parte dei casi piegarsi a una nuova sottomissione, piuttosto che rinunciare a tale felice accrescimento della sua fortuna.
Stiamo bene attenti, per. Il doppio omaggio non fu la conseguenza dell'ereditariet: i suoi esempi pi antichi appaiono invece come quasi contemporanei di essa, e per giunta allo stato di pratica nascente. E non ne era quindi, logicamente, la conseguenza necessaria. Il Giappone, che non conobbe mai, tranne che come abuso eccezionale, le fedelt multiple, ebbe i suoi feudi ereditari, e financo alienabili. Ma, siccome ogni vassallo dipendeva da un solo signore, il loro passaggio di generazione in generazione finiva semplicemente per fissare, in una famiglia di vassalli, l'attaccamento a una famiglia di capi. Quanto alla loro cessione, era permessa solo nell'interno del gruppo dei fidi, raccolti intorno ad un comune padrone. Regole semplicissime, la seconda delle quali, del resto, venne assai spesso imposta dal nostro stesso Medioevo ad alcuni dipendenti di grado inferiore: i censuari delle signorie rurali. Non sarebbe stato inconcepibile derivare da qui la legge tutelare del vassallaggio; sembra tuttavia che nessuno se ne sia accorto. In realt il moltiplicarsi degli omaggi di un solo uomo a pi signori, destinato a diventare senz'altro una delle principali cause di dissoluzione della societ vassallatica, per se stesso non era stato originariamente che uno dei sintomi della debolezza quasi congenita di cui soffriva, per cause che dovremo studiare, un vincolo presentato, nondimeno, come obbligante.
Questa diversit di legami fu sempre fastidiosa. Nei momenti di crisi, troppo incalzante si faceva il dilemma perch la dottrina o i costumi potessero esimersi dal cercargli una risposta. Allorch due signori si facevano guerra, qual era il dovere del buon vassallo? Astenendosi, avrebbe semplicemente commesso un doppio tradimento. Doveva dunque scegliere. Ma come? Ne nacque tutta una casistica, di cui le opere dei giuristi non ebbero il monopolio. Ne cogliamo la espressione, sotto forma di stipulazioni accuratamente bilanciate, anche nelle carte con cui, da quando lo scritto rivendic i suoi diritti, i giuramenti di fede si accompagnarono sempre pi volentieri. Sembra che l'opinione abbia oscillato fra tre criteri principali. Si potevan anzitutto classificare gli omaggi per ordine di data: il pi antico primeggiava sul pi recente; spesso, nella stessa formula con cui si riconosceva l'uomo di un nuovo signore, il vassallo faceva espressa riserva sulla fedelt gi promessa a un altro. Si present tuttavia un'altra idea, che, nella sua ingenuit, getta una luce molto cruda sul retroscena di tante proteste di devozione: il signore a cui era dovuto maggior rispetto era quello che aveva dato il feudo pi ricco. Gi nell'895, in una situazione leggermente diversa, il conte di Mans, ai monaci di Saint-Martin che lo pregavano di ricondurre all'ordine uno dei suoi vassalli, rispondeva che questi era "piuttosto" il vassallo del conte-abate Roberto, "perch aveva ricevuto da quest'ultimo un beneficio pi importante". Tale era, alla fine del secolo XI, la regola ancora seguita, nel caso di conflitto d'omaggi, dalla corte comitale di Catalogna(202). Accadeva, infine, che, trasportando sull'altra riva il nocciolo della questione, si assumesse come criterio la stessa ragion d'essere della lotta: di fronte al signore entrato in lizza per difendere la propria causa, l'obbligo sembrava pi imperioso che verso colui il quale si limitava ad aiutare "degli amici".
Nessuna di queste soluzioni, del resto, risolveva il problema. Era gi ben grave il fatto che un uomo dovesse combattere contro il proprio signore; si poteva accettare per giunta di vederlo impiegare, a questo fine, le risorse dei feudi affidatigli con tutt'altro intento? Si eluse la difficolt, autorizzando il signore a confiscare provvisoriamente, sino alla pace, i beni un tempo infeudati al vassallo, per il momento legittimamente infedele. Oppure, pi paradossalmente, si ammise che il vassallo costretto a servire di persona quello dei due nemici a cui andava innanzi tutto la sua fede, doveva nondimeno arruolare, sulle terre ricevute dall'altro campione, delle truppe, composte soprattutto dai suoi feudatari, qualora ne avesse, onde metterli a disposizione di questo signore di secondo grado. In tal modo, per una specie di prolungamento dell'abuso primitivo, l'uomo di due padroni rischiava a sua volta di urtarsi, sul campo di battaglia, con i propri sudditi.
Praticamente, queste sottigliezze, rese ancor pi complicate da frequenti sforzi per conciliare i diversi sistemi, finivano col non avere altro risultato che di abbandonare all'arbitrio del vassallo una decisione spesso a lungo mercanteggiata. Quando, nel 1184, scoppi la guerra fra i conti di Hainaut e di Fiandra, il sire di Avesnes, vassallo dei due baroni a un tempo, cominci col sollecitare, dalla corte del primo, un giudizio che fissasse sapientemente i suoi obblighi. Dopo di che, si gett con tutte le sue forze nel partito fiammingo. Una fedelt cos fluttuante, era ancora tale?


2. Grandezza e decadenza dell'omaggio "ligio".

Tuttavia, in questa societ che non trovava sufficienti presid n nello Stato n nella famiglia, era assai vivo il bisogno di unire solidamente i subordinati al capo, tanto che, essendo notoriamente fallito alla sua misione l'omaggio ordinario, venne tentato di creare, al di sopra di esso, una specie di super-omaggio. Fu l'omaggio "ligio".
Nonostante alcune difficolt fonetiche, comuni nel Medioevo alla storia di molti dei termini di diritto - probabilmente perch, dotti e popolari a un tempo, passavano perpetuamente da un piano linguistico a un altro - non v' dubbio che questo famoso aggettivo "ligio" non sia derivato da un vocabolo franco, il cui corrispondente nel tedesco moderno  ledig: libero, puro. Gi gli scribi renani, che nel secolo XIII traducevano "uomo ligio" con Ledichman, sentirono il parallelismo. Checch ne sia d'altronde, di questo problema embriogenetico, in fin dei conti secondario, il senso dell'epiteto, qual era usato nel francese medievale, non ha nulla d'oscuro. I notari del Reno coglievano ancora una volta nel segno quando lo traducevano, latinamente, con absolutus. Anche oggi, "assoluto" sarebbe la traduzione meno inesatta. Della residenza cui eran tenuti taluni chierici, nelle loro chiese, si diceva, ad esempio, che doveva essere "personale e ligia". Piti spesso veniva qualificato cos l'esercizio di un diritto. Sul mercato di Auxerre, il peso, monopolio comitale, era "ligio del conte". La vedova, liberata per la morte del coniuge da qualsiasi potere maritale, estendeva, sui propri beni la sua "ligia vedovanza". Nel Hainaut, la riserva direttamente gestita dal signore costituiva, in opposizione alle tenures, le sue "terre lige". Due monasteri dell'Ile-de-France si dividevano una signoria sin allora indivisa? Ciascuna met diventava "ligia" dell'istituto, che ne diventava ormai l'unico possessore. Non altrimenti ci si esprimeva quando questo potere esclusivo pesava non su cose, ma su uomini. L'abate di Morigny, senza altro superiore canonico che il proprio arcivescovo, si dichiarava "ligio di monsignore di Sens". In molte regioni, il servo, legato al proprio padrone con i vincoli pi rigorosi, veniva chiamato il suo "uomo ligio" (la Germania usava qualche volta, nella stessa accezione, ledig)(203). Quando, tra gli omaggi di uno stesso vassallo a pi signori, si pens di distinguerne uno, la cui originalit doveva essere una fedelt tanto "assoluta" da passar avanti a qualunque altra promessa, ci si avvezz in maniera perfettamente naturale a parlare di "omaggi ligi" e di "signori ligi", e anche - con quell'ammirevole disprezzo dell'equivoco gi da noi riscontrato - di "uomini ligi": in questo caso vassalli, non pi servi.
All'origine dello sviluppo, stanno obblighi ancora privi di terminologia specifica: il signore, ricevendo l'omaggio da un vassallo, gli faceva semplicemente giurare di preferire a qualsiasi altro dovere la fede in tal modo pattuita. Ma - eccettuate alcune regioni, dove il vocabolario della ligietas penetr solo assai tardi - questa fase di genesi anonima si perde ai nostri occhi nella nebbia dei tempi, dove persino le pi sacre promesse non assumevano forma scritta. Infatti, in un vasto campo, l'apparizione del termine "ligio" e della cosa corrispondente venne subito dopo la generalizzazione delle fedelt multiple. Vediamo gli omaggi cos qualificati comparire, a seconda dei testi, nell'Anjou intorno al 1046, subito dopo nella zona di Namur, poi, a partire dalla seconda met del secolo XI, in Normandia, in Piccardia e nella contea di Borgogna. Nel 1095 la pratica era gi abbastanza diffusa per attirare l'attenzione del concilio di Clermont. Nella stessa epoca avevan fatto la loro apparizione, sotto altra veste, nella contea di Barcellona: invece di uomo ligio, i Catalani dicevano, in pura lingua romanza, "uomo solido" (soliu). Verso la fine del secolo XII, l'istituzione aveva raggiunto quasi tutto il raggio di cui doveva esser suscettibile: per lo meno, nella misura in cui il termine corrispose a una realt vivente. Pi tardi, essendosi - come vedremo - singolarmente indebolito il significato originario, il suo uso divenne nelle cancellerie quasi di moda. Se ci atteniamo ai documenti anteriori al 1250 circa, la carta geografica, per indecisi che ne rimangano i contorni in mancanza di studi sistematici, offre tuttavia una lezione abbastanza chiara. Insieme con la Catalogna - specie di marca coloniale fortemente feudalizzata -, la Gallia tra la Mosa e la Loira e la Borgogna furono la vera patria del nuovo omaggio. Di l esso emigr verso le feudalit di importazione: Inghilterra, Italia normanna, Siria. Intorno al suo primo focolare, l'uso se ne diffuse verso il Mezzogiorno, sino alla Linguadoca, piuttosto sporadicamente, a quel che pare, verso il Nord-est, sino alla valle del Reno. La Germania transrenana e l'alta Italia, dove il lombardo Liber de jeudis si attiene alla classificazione per date, non la conobbero mai nella sua forza vera. Questa seconda ondata del vassallaggio - ondata di rinforzo, oseremmo dire - usc dalle contrade della prima, ma non si spinse altrettanto lontana.
"Qualunque sia il numero dei signori che riconosca un uomo - dice verso il 1115 un libro anglo-normanno di norme consuetudinarie - egli ha maggiori doveri verso colui di cui  ligio". E pi oltre: "Bisogna osservare la fede verso tutti i propri signori, salvaguardando sempre quella del signore precedente. Tuttavia la fede pi profonda appartiene a quello di cui si  ligi". Similmente, in Catalogna, le "usanze" della carta comitale: "Il signore di un uomo soliu dispone del suo aiuto verso e contro tutti- nessuno ne deve disporre contro di lui"(204). L'omaggio ligio primeggia dunque, tra tutti gli altri, senza distinzione di date;  veramente fuori classe. Questo "puro" vincolo rinnovava in ogni guisa, nella sua integrit, il primitivo legame umano. Il vassallo viene ucciso? Tra tutti i suoi signori, il "sire ligio" raccoglier, se ne sia il caso, il prezzo del sangue. Si tratta, sotto Filippo Augusto, di levare la decima per la crociata? Ogni signore ricever la parte dovuta dai feudi da lui dipendenti ma il signore ligio riscoter la tassa sui beni mobili che il Medioevo consider sempre come particolarmente prossimi della persona. Nell'intelligente analisi sui rapporti di vassallaggio compiuti dal canonista Guglielmo Durante, poco dopo la morte di Luigi IX il Santo, viene messo in risalto, e ben a ragione, questo carattere "principalmente personale" dell'omaggio ligio. Non si poteva esprimer meglio il ritorno alla fonte viva della commendatio franca.
Ma, appunto perch altro non era che la resurrezione dell'omaggio primitivo, l'omaggio ligio non poteva mancare di essere colpito anche esso dalle stesse cause di declino. Doveva costituire per esse una preda tanto pi facile, in quanto nulla, fuorch una fragile convenzione, verbale o scritta, lo distingueva dai semplici omaggi, di cui riproduceva, senza modificazioni, i riti: come se, dopo il secolo IX, si fosse bruscamente inaridita la facolt di inventare un simbolismo nuovo. Molti uomini ligi avevan assai presto ricevuto l'investtura di terre, di poteri di comando, di castelli. Come sarebbe stato possibile privare di tale ricompensa o di questi strumenti ordinari della potenza i servitori alla cui fedelt ci si affidava maggiormente? L'intervento del feudo produsse dunque, anche in questo caso, le sue conseguenze ordinarie: il subordinato allontanato dal proprio capo, gli oneri scissi a poco a poco dalla persona e legati alla terra, tanto che si prese a parlare di "feudo ligio"; la ligietas ereditaria e, quel che  peggio, divenuta oggetto di commercio. Il cumulo delle sottomissioni, vera lebbra del vassallaggio, produsse a sua volta i suoi danni. Eppure, la ligietas si era costituita per combatterlo! Ma, gi negli ultimi anni del secolo XI, gli Usatges barcellonesi prevedevano una preoccupante eccezione. "Nessuno - esse dicevano - pu diventare soliu che d'un solo signore, salvo che non gliene sia accordata l'autorizzazione da colui al quale ha prestato anzitutto questo omaggio".
Circa un secolo dopo, il passo era ovunque quasi compiuto. Era ormai cosa frequente che un solo uomo riconoscesse due o pi signori ligi. Le promesse qualificate cos continuavano ad aver la precedenza sulle altre. Tra esse, invece, bisognava graduare gli obblighi col mezzo dei medesimi reagenti, deplorevolmente incerti, che avevan gi servito a classificare gli omaggi semplici. Almeno in teoria. Praticamente, era ancora una volta aperta la porta alla fellonia quasi necessaria. Insomma, si era finito col creare due stadi del vassallaggio. Niente di pi.
Cos questa stessa gerarchia non tard ad apparire un vano arcaismo. Infatti, l'omaggio ligio fin ben presto col diventare il nome usuale di quasi tutti gli omaggi. Erano state immaginate due modalit nel legame di vassallaggio: l'una pi forte, l'altra pi debole. Qual era il signore tanto modesto da accontentarsi della seconda? Verso il 1260, su quarantotto vassalli del conte di Forez nel Roannais, quattro tutt'al pi prestavano l'omaggio semplice(205). Eccezionale, l'impegno avrebbe forse conservato qualche efficacia; reso comune, si svuot di qualsiasi contenuto specifico. Nulla di pi significativo del caso dei Capetingi. Convincendo i pi alti baroni del reame a riconoscersi ligi, cosa fecero se non ottenere da quei capi territoriali, la cui situazione era incompatibile con la completa devozione del seguace d'armi, una troppo facile acquiescenza a una formula ineluttabilmente vuota? Significava rinnovare, al secondo grado, l'illusione dei Carolingi, che avevan creduto di fondare sul puro e semplice omaggio la fedelt dei loro agenti.
Tuttavia, in due feudalit di importazione, lo stato anglo-normanno dopo la conquista e il regno di Gerusalemme, l'evoluzione fu deviata dall'azione di monarchie pi solide. Stimando che la sola fede "ligia", ossia preferibile a qualsiasi altra, fosse quella loro dovuta, i re lavorarono dapprima, non senza successo, ad attribuirsi il monopolio di ricevere gli omaggi qualificati cos. Ma essi non intendevano limitare la loro autorit ai propri vassalli: chiunque fosse loro suddito, anche se non tenesse la sua terra direttamente dalla Corona, doveva loro obbedienza. Cos, a poco a poco, ci si avvicin dunque in quei paesi a riservare il nome di ligietas alla fedelt, spesso confermata da un giuramento, richiesta dal sovrano a tutti gli uomini liberi, qualunque fosse il posto da essi occupato nella gerarchia feudale. In tal modo, la nozione di questo legame "assoluto" conserv qualcosa del suo valore originario solo l dove era stata discissa dal sistema dei riti di vassallaggio, per contribuire, come atto di sottomissione sui generis del diritto pubblico, al raggruppamento delle forze nei quadri dello Stato. Rispetto al vecchio vincolo personale, colpito da una fatale decadenza, l'inefficacia del rimedio era evidente.
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FINE Parte 2.